La leggenda del Pnrr

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Enzo Scandurra 29 Novembre 2022

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza doveva risolvere i problemi della scuola italiana, dare una svolta alla transizione ecologica, risollevare le sorti del sud. E tanto altro.

Non è andata così. Enzo Scandurra racconta come e perché aveva avuto, ancora una volta, un sogno

Centro storico di Caserta. Come abbattere creando un vuoto urbano e rischiare di causare danni agli edifici confinanti. Foto Italia Nostra

Quando le prime volte sentii in TV e annunciato dai quotidiani, che all’Italia erano stati assegnati dall’Europa oltre 200 miliardi, che poi andarono a formare il famoso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, pensai ingenuamente che finalmente sarebbero stati affrontati, se non proprio risolti, gli annosi problemi della sanità, della scuola e dell’università e chissà quanti altri ancora. Immaginai subito il sollievo di ex colleghi d’università che avrebbero finalmente visto l’ingresso di nuovi e giovani ricercatori fino ad allora precari e anche l’arrivo di preziose risorse per la ricerca. Pensai ancora che, accanto agli ospedali che versano nelle condizioni drammatiche che ben conosciamo, sarebbero sorti presidi territoriali sanitari di prima accoglienza e sarebbe finito l’incubo di ore e ore di attesa nei pronto soccorso dei nosocomi.

Credei che i problemi della scuola italiana sarebbero finiti con nuovi ingressi di docenti, con la manutenzione dei vecchi e fatiscenti edifici, che ci sarebbero stati molti più docenti per consentire agli studenti di rimanere a scuola fino al pomeriggio, che si sarebbero costruite nuove e più moderne scuole, che sarebbe finita la questione delle “classi pollaio”; se no che ripresa era?

Pensai che si sarebbero realizzati moltissimi impianti eolici e fotovoltaici in modo da abbandonare la dipendenza dai fossili e avviarsi verso quella che era stata già denominata riconversione ecologica, per la quale era stato chiamato un famoso tecnico che avrebbe dichiarato guerra all’uso dei fossili. Insomma i territori, nel mio immaginario, sarebbero divenuti i luoghi dove produrre energia pulita, disseminati di presidi socio- sanitari e scolastici e comunità energetiche. Presidi della difesa degl istessi territori – basta vedere la tragedia di Ischia di questi giorni alla cui origine c’è la devastazione ambientale incrementata dall’abusivismo perlopiù condonato.

Pensai ancora al sud che con tutti quei soldi del PNRR avrebbe potuto risalire la china del malsviluppo per avviarsi a diventare un’area strategica del Mediterraneo in Europa, un ponte verso le aree dell’Africa settentrionale.

Giunsi fino a fare, nella mia mente, qualche conto grezzo: si trattava di oltre 200 miliardi quando, fino ad allora, le manovre economiche che si potevano al massimo sognare erano dell’ordine di 5-6 miliardi e comportavano lunghi dibattiti parlamentari.

Ci ho messo un po’ di tempo a capire che le cose non sarebbero andate così, che tutti quei soldi non avrebbero cambiato di una virgola la situazione italiana e che soprattutto per sanità, scuola e università le cose sarebbero andate anche peggio. Immaginate la delusione, per esempio, che ho provato nel sapere che tra le grandi opere da finanziare, probabilmente inutili, ci sarebbe stata anche quella del famigerato Ponte sullo Stretto, diventata quasi leggendaria.

Mah! Mi dicevo all’inizio, pazienza, magari si farà con i soldi avanzati da quei famosi 200 e oltre miliardi.

Qualcosa non va, mi sono detto ad un certo punto. Ho letto della proroga per le trivellazioni per estrarre ulteriore fossile dai nostri mari, del nucleare che credevo scomparso dal futuro (ci sono stati ben due referendum per tentare di cancellarlo), degli inceneritori che, se non sbaglio, devono essere alimentati anche essi con combustibili fossili, di quella strana tecnologia che serve per catturare la CO2 prodotta per poi seppellirla sotto la crosta terrestre (cosa che in passato aveva fatto sapientemente la natura formando i depositi naturali di fossili), poi ancora delle auto elettriche le cui batterie richiedono consumi di metalli rari, presenti solo in certi paesi, poi dei gassificatori e ancora l’idrogeno, prodotto anch’esso coi combustibili fossili.

Un giorno sono passato nella la mia facoltà universitaria, l’ho trovata vuota. Una volta c’erano lotte furiose per accaparrarsi una stanza, ora sembrano luoghi abbandonati per qualche nuova, misteriosa epidemia. Negli ospedali il clima non è diverso, anche lì sale d’attesa strapiene per essere visitati velocemente da qualche medico, spesso davvero eroe, che non ha ancora abbandonato il luogo pubblico per un assai più proficuo stipendio nel privato.

Infine la scuola del Merito, quasi don Milani non fosse mai esistito, dove ancora si svolgono doppi e tripli turni e di tanto in tanto cedimenti strutturali mettono a rischio la vita degli studenti. Le città sommerse di rifiuti e il traffico privato fa perdere ore e ore di tempo per raggiungere il dentista o una banca per la quale è tassativamente necessario richiedere un appuntamento. E nei territori: fabbriche che chiudono i battenti per trasferirsi altrove, operai licenziati, povertà che aumenta, disuguaglianze che crescono, intelligenze costrette ad emigrare.

Ma quei soldi, dirà l’uomo di strada imbottigliato nel traffico o in attesa in qualche corridoio del pronto soccorso, non dovevano servire, almeno un po’, a questo?

Questo articolo è stato pubblicato anche su il manifesto

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