Le diffuse violenze e gli abusi nel sumo

Dal blog https://www.ilpost.it/

A dicembre la televisione nazionale giapponese NHK ha raccontato la storia di due lottatori di sumo che avevano versato acqua bollente sulla schiena di un altro lottatore della loro scuola, poi gli avevano calpestato l’addome con i piedi e lo avevano colpito in testa. Nel 2020 invece era emerso che un allenatore di sumo aveva ripetutamente picchiato gli allievi della sua scuola e abusato psicologicamente di loro per errori banali o per essersi appisolati, minacciandoli con frasi come «ti licenzio» o «ti uccido».

Dopo quest’ultima notizia, il giornale giapponese Asahi Shimbun aveva pubblicato un editoriale in cui sosteneva che le «rivelazioni scioccanti» sul caso evidenziassero come il mondo del sumo, lo sport nazionale del Giappone, «restasse scollegato dal buonsenso della società». Tuttavia secondo l’Asahi Shimbun la parte più sorprendente della vicenda era stata la reazione dell’Associazione giapponese di sumo, l’organismo governativo che gestisce lo sport a livello nazionale. La scuola del maestro, a sua volta un ex lottatore, era stata chiusa: lui però aveva dovuto solo chiedere scusa ed era stato semplicemente demansionato.

Questi episodi di bullismo, abusi di potere e violenze nel sumo, al di fuori delle gare, non sono casi isolati, bensì piuttosto diffusi e conosciuti. Nonostante simili scandali emergano con una certa frequenza, secondo alcuni lottatori ed ex lottatori intervistati da Vice News si fa ancora troppo poco per evitarli, e anzi vengono spesso normalizzati, taciuti o minimizzati anche dalla stessa associazione nazionale.

Due lottatori di sumo durante un torneo a Tokyo, nel 2019 (Rodrigo Reyes Marin/ ZUMA Wire, ANSA)

Il sumo è l’unico sport professionale giapponese in cui gli atleti più o meno giovani vivono nello stesso posto in cui si allenano: le heya, delle specie di palestre simili a collegi dove trascorrono quasi tutto il loro tempo. Nel 2022 le heya attive in Giappone erano più di 40: ci vivono fino a 24 lottatori, che vengono chiamati anche rikishi e possono andare via quando raggiungono le divisioni superiori oppure se si sposano. Di solito in queste scuole l’allenatore (oyakata) è a sua volta un ex rikishi, e per i più giovani il suo ruolo diventa un po’ quello di un padre adottivo.

La tradizione del sumo è legata a una disciplina piuttosto rigida, a partire dalle regole che determinano la vita degli aspiranti lottatori, come quelle sul taglio dei capelli o sulla dieta per irrobustire il corpo. È anche uno sport che può essere molto redditizio, motivo per cui attorno agli incontri dei principali tornei si sono sviluppati anche giri di scommesse illegali e legami con la malavita che nel tempo hanno fatto scandalo. In questo contesto, la cultura della punizione corporale viene tendenzialmente vista come un momento educativo, di disciplina, con il risultato che spesso le violenze compiute dagli allenatori o dai lottatori più esperti vengono giustificate e accettate.

– Leggi anche: La giornata di un lottatore di sumo

Nel 2016 un lottatore di sumo e il suo allenatore dovettero pagare l’equivalente di circa 270mila euro per i ripetuti abusi nei confronti di un altro lottatore, che gli avevano comportato la perdita della vista da un occhio. L’anno seguente Harumafuji, uno dei lottatori ad aver raggiunto il ruolo di “grande campione” (yokozuna) in Giappone, quello più alto, lasciò la disciplina dopo aver aggredito un altro lottatore.

Lo scandalo più eclatante però è quello legato a Takashi Saito, un lottatore di 17 anni morto nel 2007 a causa delle percosse subite da parte di altri tre lottatori durante gli allenamenti. Un’indagine partita dalle denunce del padre accertò che i tre compagni lo avevano picchiato con una spranga di metallo e una bottiglia di vetro su ordine del loro allenatore, secondo cui non si era impegnato a sufficienza. L’allenatore, Junichi Yamamoto, venne espulso dalla federazione e condannato a sei anni di carcere.

Hanno raccontato storie simili anche lottatori ed ex lottatori sentiti da Vice.

Un lottatore in attività che ha chiesto di essere chiamato solo Shota per il timore di ripercussioni ha raccontato di essere stato picchiato e preso a schiaffi da un altro rikishi per essersi dimenticato qualcosa che gli sarebbe servito durante gli allenamenti. Kanata Matsubara, che invece non gareggia più, ha detto che quando era in attività aveva visto «di tutto», da piccoli colpi sulla testa a persone picchiate con le scarpe o altri oggetti. A volte le violenze erano così estreme che i lottatori non riuscivano nemmeno a presentarsi per gareggiare, ha detto Matsubara, noto anche come Takatenshu.

Due lottatori di sumo durante un torneo a Tokyo nel 2019 (Ramiro Agustin Vargas Tabares, ZUMA Wire, ANSA)

Un’indagine indipendente svolta a fine 2018 ha evidenziato che nel giro dei dodici mesi precedenti il 5,2 per cento dei membri dell’Associazione giapponese di sumo aveva subìto una qualche forma di violenza fisica fuori dalle gare. È un dato certamente inferiore rispetto al 37 per cento riscontrato in un’analisi del 1979, ma come ha osservato il Japan Times deve essere comunque interpretato per difetto, visto che la gran parte degli abusi non viene denunciata.

Negli anni, in risposta agli scandali, l’Associazione nazionale ha promosso varie iniziative per cercare di contrastare le pratiche violente: per esempio l’introduzione di alcune linee guida che definiscono meglio ciò che viene considerato un abuso e quella di una linea telefonica dedicata alla segnalazione delle violenze. I lottatori raccontano però che gli abusi sono ancora diffusi, e molti si rifiutano di rivolgersi alla linea telefonica perché temono conseguenze sulla loro carriera. Spesso poi le punizioni nei confronti di chi compie violenze sembrano troppo blande.

Secondo il giornalista freelance Nobuya Kobayashi, che si occupa di sumo da vent’anni, non aiuta nemmeno il fatto che l’Associazione eserciti un grande potere sulla ristretta cerchia di giornalisti che seguono la disciplina. Se uno di loro dice cose scomode per l’associazione, rischia di non poter più intervistare i lottatori o di essere escluso da certi eventi: per questo spesso molti si limitano a raccontare solo la versione delle fonti ufficiali o si censurano in via preventiva per poter continuare a lavorare. Tra l’altro, l’associazione vieta ai lottatori di utilizzare i social network, uno strumento che potrebbe permettere loro di parlare più liberamente.

«Chiudere tutti i canali di comunicazione non è il modo in cui si comporta un’organizzazione che non ha niente da nascondere», ha detto al Washington Post John Gunning, commentatore irlandese di sumo ed ex lottatore dilettante. Per Gunning, è un mondo «pensato per costringere le persone ad avere successo o ad abbandonarlo».

– Leggi anche: Il sessismo nel sumo

Nel suo editoriale del 2020, l’Asahi Shimbun aveva ricordato che l’anno precedente il parlamento giapponese aveva approvato una legge per punire più severamente gli abusi di potere. A detta del giornale il provvedimento aveva avuto un impatto concreto su altri sport, come il calcio: l’Associazione di sumo però sembrava ancora «troppo insensibile» rispetto a quella che aveva definito la «tendenza sociale» di criticare e punire le persone che si approfittavano della propria posizione per «compiere atti ingiustificati contro i loro sottoposti».

Secondo l’Asahi Shimbun, questo non voleva dire che l’associazione non avesse fatto nulla per risolvere problemi noti da tempo, ma che per evitare il declino e stare al passo con la società doveva ancora «intraprendere riforme serie». Se tutti gli abusi e le violenze commesse dovessero emergere, comunque, il sumo «non verrebbe più considerato un buono sport da praticare, ma un imbarazzo a livello nazionale», ha commentato Shota, il lottatore che ha parlato con Vice.

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