Così lo strapotere della RWE blocca la transizione ecologica in Germania

Dal blog https://altreconomia.it/

di Luca Manes — 1 Dicembre 2022

Il colosso energetico detta l’agenda al governo locale e nazionale, puntando a tenere in vita il fallimentare business del carbone. A farne le spese sono i cittadini, come dimostra il caso della miniera a cielo aperto di Garzweiler II

Tratto da Altreconomia 254 — Dicembre 2022

Se c’è un’immagine che rende alla perfezione l’idea di come e quanto la Germania stia puntando forte sul carbone è quella dell’abbattimento di otto turbine eoliche per favorire l’espansione della miniera a cielo aperto di Garzweiler II. Siamo nel Nord Reno-Vestfalia, a un’ora di macchina da Düsseldorf, la capitale del Land che, con i suoi 17 milioni di abitanti, è il più popoloso del Paese. Qui il concetto di transizione energetica ed ecologica sembra essere manipolato a proprio piacimento dalla RWE, potente multiutility a capitale interamente privato, che detta l’agenda al governo locale e nazionale. 

Fondata nel 1898, la RWE è la società più inquinante d’Europa e tra le più longeve. Il business del colosso energetico si è sviluppato attorno all’industria del carbone e, nonostante i tentativi di presentare il portfolio aziendale come variegato, è ancora la polvere nera a farla da padrone: genera infatti il 22% dei ricavi e il 30-33% della produzione di energia.

Il business di RWE è una fotografia dell’attuale mix energetico del mercato tedesco, dove il carbone conta ancora per il 30% tra le fonti di energia a livello nazionale. Un affare sporco, che viene largamente finanziato con centinaia di milioni di euro anche dalle principali banche di casa nostra: Intesa Sanpaolo e UniCredit. La prima è anche il primo investitore italiano di RWE, con 129 milioni di euro. 

Questa porzione di Germania è ormai divenuta famosa anche per la lotta del movimento ambientalista. Quella che ha avuto maggior successo, e per questo anche la più conosciuta, è stata quella per salvare la millenaria foresta di Hambach dall’allargamento dell’omonima miniera. Dal 2012 fino al 2019 decine e decine di attivisti si sono dati il cambio nelle numerose casette costruite sugli alberi per evitare il loro abbattimento. Alla fine la loro strategia si è rivelata vincente ed è stato evitato l’ennesimo affronto al territorio. Purtroppo, solo il 10% della foresta è rimasto intatto, il resto era già stato spazzato via dalle gigantesche benne della RWE. La miniera di Hambach, profonda fino a 500 metri, è ancora attiva e si trova a una manciata di chilometri da quella di Garzweiler. I nastri trasportatori di carbone si estendono per circa 110 chilometri e producono un incessante rumore di sottofondo che scandisce le giornate di chi abita in zona. Anche qui attivisti ed attiviste hanno costruito un villaggio di casupole di legno e piccole abitazioni sugli alberi, per salvare uno dei centri da sacrificare sull’altare del carbone: Lützerath. 

“Pensavamo che RWE fosse troppo potente ma abbiamo vinto. I fronti si sono moltiplicati e abbiamo continuato a opporci al carbone” – David Dresen

Il presidio, con tanto di tenda che funge anche da punto informativo, va avanti da due anni. Lo scorso ottobre la RWE e il governo locale, a guida Cdu-Verdi, hanno trovato un’intesa che alle orecchie degli attivisti è suonata come un inganno più che un utile compromesso. Dei sei villaggi sotto minaccia di distruzione sarebbe sparito solo Lützerath, mentre lo stop al carbone nella regione sarebbe stato anticipato al 2030, otto anni prima della “scadenza” precedente. Ma le tonnellate da bruciare nelle vicine centrali, 290 milioni, saranno superiori a quanto era stato previsto per il 2038, senza contare che nel 2026 si deciderà un eventuale prolungamento al 2033. Tutti fattori determinati dall’emergenza energetica aggravata dalla guerra in Ucraina e dal non aver saputo ridurre per tempo l’impiego del carbone in maniera significativa. Per scavare la prima metà della miniera di Garzweiler erano già stati spazzati via 11 villaggi e trasferite 30mila persone. Un pesantissimo tributo che in tanti si auguravano non dovesse essere aggiornato.

“Non sono d’accordo con questa decisione e continuerò a battermi per fermare l’estrazione del carbone e per una giusta transizione ecologica”, ci ha spiegato la parlamentare del Bundestag Kathrin Henneberger, anche lei tra le fila degli attivisti presenti a Lützerath prima di entrare nel Parlamento federale negli ultimi mesi del 2021. Un segnale forte del “mal di pancia” che la nuova strategia sul carbone sta provocando anche all’interno dei Verdi. Inoltre, va ricordato che se il Nord Reno-Vestfalia è una delle regioni carbonifere per eccellenza della Germania, di centrali e miniere se ne trovano anche nella parte orientale del Paese, dove il limite dello stop al 2038 rimane anche per non tagliare preziosi posti di lavoro nei Land più poveri della “locomotiva d’Europa”.

La centrale di Niederaußem, gestita dalla RWE, che sorge all’interno dell’omonimo centro abitato a venti chilometri da Colonia © Daniela Finamore

David Dresen, della coalizione locale Alle Dörfer Bleiben, ricorda quando nel 2016 iniziò la lotta per scongiurare la distruzione della foresta di Hambach. “Pensavamo che la RWE fosse troppo potente e che non ce l’avremmo mai fatta, ma alla fine siamo riusciti a vincere. Però i fronti si sono moltiplicati e abbiamo continuato a opporci allo sfruttamento del carbone, che, come è ormai risaputo, ha impatto socio-ambientali fortissimi”.

Sembra impossibile, ma una centrale, quella di Niederaußem, si trova addirittura nel bel mezzo dell’omonimo centro abitato. Anche in una giornata limpida e senza nuvole, come quella che abbiamo trovato noi nell’ottobre 2022, il cielo non può essere completamente azzurro ma in parte è coperto da un immenso sbuffo bianco che esce dall’impianto. Bianco solo a occhio nudo. “Due studi affermano che statisticamente ci sono duemila morti l’anno a causa delle centrali”, spiega nel suo ambulatorio a Colonia Christian Döring, pediatra che conosce molto bene gli effetti della combustione del carbone sui bambini. “I danni sono rilevanti anche per le donne incinte, perché le particelle arrivano fino alla placenta -aggiunge-. Nelle aree più colpite i bimbi pesano di meno e nascono più spesso prematuri”. 

“I danni sono rilevanti anche per le donne incinte: le particelle arrivano fino alla placenta. Nelle aree più impattate i bimbi nascono spesso prematuri” – Christian Döring

Come in tutti i luoghi del mondo dove si brucia carbone, la lista degli impatti dell’inquinamento ambientale è fin troppo rilevante: dalla distruzione di suolo tra i più fertili del Paese al prosciugamento delle falde acquifere. “Una volta esausta Garzweiler, si vorrebbe riempire d’acqua, così da realizzare un bacino artificiale”, conferma l’esperto geologo Henry Risse. Il processo di allagamento durerebbe decenni e attingerebbe direttamente dal vicino Reno, che la scorsa estate non ha sofferto come il Po ma inizia a sentire gli effetti della crisi climatica.

Ancora una volta gli impegni per il clima e le rivendicazioni delle comunità locali e dei territori sono stati sacrificati in nome dell’interesse di una grande corporation dell’industria fossile. L’espansione della miniera Garzweiler II, la combustione di ancora più carbone e la distruzione del villaggio di Lützerath sono l’effettiva dimostrazione della politica di greenwashing messa in atto dalla RWE, che è stata capace di plasmare l’agenda governativa in base al proprio business nel carbone, per trarne il massimo profitto. Un ostacolo a una giusta transizione energetica ed ecologica di cui la finanza italiana è complice. 

Lo spazio “Fossil free” è curato dalla Ong ReCommon recommon.org. Un appuntamento ulteriore -oltre alle news su altreconomia.it– per approfondire i temi della mancata transizione ecologica e degli interessi in gioco

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