L’offesa di difendersi

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Enrico Euli 12 Ottobre 2023

Il potentissimo esercito israeliano, che ha da sempre diritto all’offesa, può assediare una città come Gaza e sterminare una popolazione senza che nessuno glielo possa impedire. Ma il senso di rivalsa che nasce quando un sistema di dominio di quel tipo viene attaccato improvvisamente è ancora parte del pensiero militare perché fomenta la guerra e perché dietro chi si vendica si rafforzano spesso forme comunque di dominio autoritario, militarista e patriarcale. Per Enrico Euli, il tempo terrificante che viviamo ci restituisce la militarizzazione globale dei conflitti e la sua capacità di insinuarsi nei pensieri di chi è oppresso

Israele non ha diritto alla difesa. Ha da sempre diritto all’offesa. Diritto che non hanno altri, che – quando offendono – sono sempre soltanto dalla parte del torto. Solo gli Stati Uniti e Israele hanno avuto negli ultimi settant’anni il diritto di offendere e di essere riconosciuti sempre – de facto, se non de iure – nel diritto di farlo. Ultimamente ci ha provato la Russia a unirsi al club degli impuniti e impunibili e ne vediamo i risultati.

La lista delle vittime aggredite dai governi statunitensi e israeliani e rese da loro colpevoli è lunga, anche considerando tempi storicamente brevi: serbi, iracheni, afghani, libici, iraniani, ed – ovviamente e da lungo tempo ormai – palestinesi.

Anche i fatti di questi giorni lo dimostrano ancora una volta: Israele può assediare una metropoli come Gaza, procedere a sterminare una popolazione e riannettersi un territorio, senza che nessuno glielo possa impedire e senza ricevere alcuna critica né tanto meno ostacolo o divieto da parte di istituzione politica alcuna.

L’unica “pace” a cui puoi aspirare è la sottomissione al loro dominio. Se non lo accetti e ti ribelli, passi dalla parte di chi offende, e la difesa (cioè la guerra) diviene legittima agli occhi del mondo.


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La gabbia, la trappola culturale dentro cui siamo immersi ha anche un’altra faccia: la soddisfazione inconscia, l’appagamento interiore e inconfessabile, il godimento perverso che proviamo quando i sistemi di dominio vengono attaccati improvvisamente e imprevedibilmente con successo. È già accaduto con le Torri gemelle, è riaccaduto nei giorni scorsi: i sistemi di sicurezza, di spionaggio e di difesa più sofisticati e organizzati al mondo sono stati fregati da un manipolo di hacker e militanti inverosimilmente inferiori e scalcagnati. Golia e Davide si ripresentano nella storia, ogni volta, anche se questa volta a ruoli invertiti: è il gigante Israele infatti a perdere contro le fionde dei palestinesi erranti. Ma questo piacere momentaneo da rivalsa è ancora parte del sistema di guerra: sia perché la fomenta e in breve rigenera in forme ancora più dolorose e criminali lo stato di sudditanza bellica e politica del ribelle, sia perché – dietro le fionde – si nascondono e tentano di rafforzarsi altri dominii e apparati di potere non meno autoritari, militaristi e terribili di quelli che affermano di combattere.

La causa palestinese, in mancanza di vere mediazioni, è da tempo finita in mano ad altri (così come sta avvenendo per i recenti golpe in Africa centrale).

Inutile, in tempi di globalizzazione, parlare ancora di autodeterminazione dei popoli.

Del grande spettacolo trascorso della globalizzazione forse resterà proprio soltanto questo: la militarizzazione globale dei conflitti in un mondo – oltre che sempre più impotente e devastato – sempre più frammentato.


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