Dalla pg FB di Pieluigi Fagan
Il nostro agire politico ha oggi due possibilità.
La prima è l’azione politica quale conosciamo dal passato, agire con un gruppo pre-formato in direzione di una testimonianza o di un obiettivo trasformativo. Può essere un partito o un gruppo di pressione, una associazione o altro di questo tipo. Ciò presuppone noi si abbia chiara in testa la motivazione e l’intenzione e si abbia chiara la reale possibilità di condividerle con altri. Solitamente, tale ambiente politico organizzato, ha uno standard in tempi normali, cresce in apparente vivacità a ridosso delle elezioni o di eventi che chiamano reazioni forti.
Questo ultimo fatto sarebbe interessante indagare sociologicamente. Si nota invero che alcuni individui più di altri, “sentano” l’appello elettorale di tipo quale dà saltuariamente la “democrazia” liberale, chissà se per convinzione o per interesse personale. Per taluni, infatti, il “fare politica” è vissuto anche come potenziale mestiere. In tempi normali, invece, l’impegnato politicamente dà maggiori garanzie di disinteresse personale ed interesse ideale.
Molte ragioni concorrono oggi a deprimere l’offerta di gruppi coi quali fare politica nei tempi normali. La crisi dei partiti, dei sindacati, di certo associazionismo politico più in generale. Processi di de-socializzazione, mancanza di tempo, idee poco chiare. Ecco, forse più di ogni altra cosa, le idee poco chiare.
Il crollo, ad esempio, dell’area politico-culturale di sinistra, è stato un grave danno all’intero movimento del fare politica attiva, comunque la si pensi.
Fare opposizione? Battersi per qualcosa? Cosa?
Lì a questa domanda sul “cosa”?, scorgiamo subito due problemi.
Il primo è l’immensità potente del nostro nemico politico. Il nemico politico, il potere avverso, è sempre un numero astronomico di volte più grande, denso e massivo di noi. Sa tutto, può tutto, vince e domina tutto.
Il secondo è l’indifferenza, la eccessiva varietà e varia personalità di chi ci sta accanto, il suo mostrare apparente intenzione comune ma con sotto altre motivazioni non sempre chiare o esplicite.
C’è poi un altro problema che attiene alle aspettative. Quando prendiamo coscienza di una situazione politica che chiamerebbe il nostro attivo impegno, noi ci immaginiamo ci sia un grande interruttore. Se schiacciamo O possiamo fermare qualche processo, se spingiamo I dovemmo accendere o accedere ad una trasformazione. Purtroppo, quasi nulla che compone la realtà politica, offre la possibilità noi si trasformi decisivamente qualcosa subito.
Ma allora, se non possiamo trasformare qualcosa subito, se all’azione non corrisponde remunerazione di gratifica concreta, che ci impegniamo a fare? Per chi? Per quando?
La seconda possibilità del nostro agire politico è volta invece al mondo delle idee e dei discorsi. Qui si è andato nel tempo formando un ambiente molto ricco e movimentato, quello dell’opinione e del discorso pubblico. Eserciti di agenti informativi vi si agitano con mezzi potenti, possiedono i mezzi di produzione e riproduzione delle idee e dei discorsi, possiedono la facoltà di inondarli di imput con tecniche push e push&pull.
Alcuni qui, trovano ragioni di impegno politico almeno nel fare contro-informazione che si svolge in due modi, o decostruendo criticamente l’informazione dominante o immettendone di nuova, genuina, silenziata. Ma i poteri della rete di informazione hanno due vantaggi. Il primo è che dominano l’agenda del discorso, decidono loro di cosa parlare, di cosa non parlare, quanto, come. Il secondo è che dominano il linguaggio, le categorie e le logiche del discorso.
Già solo imporre “post-moderno” o “nuova era storica” fa differenza pur dicendo la stessa cosa ovvero una transizione in cui non vale più A ma non pienamente ancora B.
In genere, abbiamo anche qui la sensazione che il nemico politico sia un mostro magmatico, invincibile. Ogni nostra critica del potere s’accompagna ad una triste consapevolezza della sua inscalfibilità che genera il riflusso di ogni nostra velleità politica minimamente ribelle.
Qui però facciamo forse un errore di postura. Noi ci mettiamo uno contro un tutto e per forza registriamo nulle condizioni di possibilità di azione politica. Invece che guardare davanti a noi dovremmo guardare accanto a noi.
Accanto a noi non c’è il potere nemico, c’è un potenziale uno-come-noi, amico forse? Senz’altro c’è l’unica cosa che la nostra buona volontà di azione politica ha bisogno: massa.
L’altro da noi se diventa altro con noi, fa massa e fare politica è contrapporre masse.
Noi siamo pudici e timidi, raramente ci rivolgiamo a quello accanto, raramente lo invitiamo a fare massa, raramente ci discutiamo sinceramente e costruttivamente pensando di poterci fare qualcosa assieme, non abbiamo l’istinto a costruire massa. Anzi, abbocchiamo ad ogni invito interessato a distinguerci da questa proto-massa, a darci una effimera distinzione.
George Lakoff, linguista cognitivo americano, ha studiato non solo linguistica propriamente detta, ma come i termini e le strutture dei discorsi, influiscono sulla cognizione, sulla facoltà di pensiero. In ciò affiancando Chomsky che fa uso politico dei suoi studi scientifici. Sullo sfondo Orwell e le sue intuizioni poco strutturate ma molto acute. In un sapido libricino ormai di venti anni fa, “Non pensare all’elefante!” mostrava come anche questo comando negativo evocava il positivo rinforzandolo. Anche quando critichiamo l’agenda mainstream, la rinforziamo anche solo nominandola e facendolo secondo senso, categorie e logiche imposte ed immodificabili. Andrebbe ignorata.
La prima azione politica di ecologia politica che potete fare è ignorare il discorso imposto, farlo disseccare per mancanza di riscontro, flopparlo, mandarlo deserto. Così con la nostra abitudine a rivolgerci sempre subito e solo contro il potere davanti a noi come ben spiegato nel famoso trattato “Dell’abboccare come tonni”.
Accanto, invece, abbiamo potenziali compagni per nuove agende, nuovi discorsi, nuovi termini e concetti. Abbiamo tra l’altro, con loro, la possibilità di costruire nostro discorso pubblico genuino e viepiù, la possibilità di costruire e scambiare conoscenze che non abbiamo.
Costruire queste sacche di autonomia discorsiva sarebbe già un occupare con intelligenza il campo di confronto e scontro tra masse.
Qui molti, soprattutto di età avanzata, disconoscono l’importanza che hanno i discorsi rispetto ai fatti agiti. Sì, ok, leggiamo e critichiamo il mainstream, la rete, gli algoritmi, l’informazione, ma a volte sembra che non capiamo davvero, intimamente, quanto tutto ci sia decisivo. Ognuno di noi agisce per come pensa, la battaglia sul cosa e come pensa è sempre la battaglia decisiva.
Questo tipo di azione politica è culturale. Ecco, dunque, che si rileva il nocciolo della questione che è culturale.
Prima della politica, della civiltà, dei modi di produzione e di qualsiasi altro impianto definitorio, i gruppi umani sono culture. Abbiamo una visione monumentale e sacrale del termine “cultura”, abbiamo perso il senso naturale del fatto che animali sociali senzienti e linguistici generano idee e comportamenti culturali, essenzialmente e primariamente culturali. Nelle forme di vita associata umana non esiste il mondo del pensare e poi quello del fare o viceversa, esistono solo culture ovvero il risultato del fare e del pensare e viceversa. Per avere un sistema di uguaglianza politica (tendere a… e da sviluppare nel tempo) occorre un parallelo processo di creazione di tendenziale, maggiore, uguaglianza culturale, l’uguaglianza nella parola (isegoria). Una maggiore eguaglianza culturale è propedeutica ad ogni successivo altro sviluppo di eguaglianza sociale, politica, economica.
Agire politicamente nell’agone culturale è oggi l’unica possibilità che abbiamo, ma non dovremmo viverla come un ripiego.
Analisi e discorsi di Antonio Gramsci, indicarono già a suo tempo, che tali battaglie per le egemonie del discorso sono la base della guerra tra masse contrapposte a livelli superiori.
Non guardare l’elefante, volgerci accanto al simile potenzialmente compagno/a di massa, è il miglior esito noi si possa dare alla nostra indignazione in cerca di azione trasformativa. I primi cristiani fecero questo mentre venivano addirittura fisicamente perseguitati, guardate dove sono arrivati, a quanto mondo hanno dato forma.
Giratevi intorno a voi, c’è qualcuno che vuol provare a fare massa?
Come altro volete trasformare le grandi cose se non avete massa?
Come altro costruirla se non discorrete con l’altro?
Cosa altri ci fate su un c.d. “social” se non socializzate la vostra conoscenza?
Gatti? Cosce? Specchio di narciso?
Prendiamo ago e filo ed andiamo a cucire tra loro menti, quando servirà, avremo finalmente massa per sedersi al tavolo di gioco e giocare la partita invece che esserne sempre spettatori, paganti e perdenti.