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Salvatore Cannavò 22 Gennaio 2026
Nota di redaz. – Metto questo articolo perchè in fondo è un tema di sostanza da dirimere, anche se non condivido questa impostazione. Ancora “radical chic” a spiegarci la democrazia e la rappresentanza, il rapporto fra la democrazia e il capitalismo. Le domande qui non dicono criticamente chi e come ha aperto la strada a questa forma globale di sistema le cui istituzioni spesso hanno avuto proprio da questa sinistra che Barca e Co vogliono rilanciare, l’abbassamento della guardia quando non direttamente forme strutturate di non democrazia applicata ” da sinistra (Job Act, Fornero, legge elettorale, ecc). e neppure viene identificato come la politica abbia “perso il timone” che è passato a grandi Aziente, finanza, banche , Fondi di investimento internazionali. Va letto criticamente . G.G.
Si terrà a Palazzo Ducale di Genova dal 23 al 25 gennaio l’incontro «Democrazia alla prova» promosso da Fabrizio Barca e Luca Borzani. Serve a ragionare sulle mosse di fronte allo scenario globale. E a capire se la democrazia è compatibile con il capitalismo
Si può ripartire dalla democrazia, da una riflessione a fondo sulla sua stessa crisi, ma in una prospettiva di rigenerazione, per contrastare il potente autoritarismo che pervade la scena mondiale? Il succo della tre giorni organizzata a palazzo Ducale a Genova – «Democrazia alla prova» dal 23 al 25 gennaio – si può sintetizzare, forzando un po’, ma attualizzando il tema, in questa domanda. Del resto, sono gli stessi promotori, Fabrizio Barca e Luca Borzani, che hanno redatto un testo preparatorio di un appuntamento che è più di convegno, con ospiti molto variegati e variegate a cui verranno poste una serie di domande senza conclusioni precostituite.
Le domande sono suddivise nelle cinque sezioni in cui è strutturato il convegno. Ci si chiede ad esempio quali siano «i tratti essenziali della democrazia costituzionale e come sono stati erosi dal neoliberismo e picconati dall’autoritarismo» oppure se «poteri e scala dello Stato contemporaneo possono convivere pacificamente col capitalismo e a quali condizioni». Ci si chiede, soprattutto lo si chiede agli oltre 25 relatori e relatrici che popoleranno la discussione – tra gli altri Gaetano Azzariti, Vincent Bevins, Lucio Caracciolo, Massimo Florio, Jayati Ghosh, Evgeny Morozov, Serena Sorrentino, Susan Stokes, Nadia Urbinati, Chiara Volpato – se «ci sono segni sistematici di reazione della democrazia alla sfida autoritaria» e come «adattare le funzioni dello Stato e il suo modus operandi nel rapporto con imprese capitalistiche e intraprese sociali».
Idee per il futuro
Si guarda al futuro e ci si chiede «quali idee e suggerimenti vengono dalle nuove generazioni» e se dai movimenti di oggi emergano «nuove forme di organizzazione che esplorino un compromesso tra “orizzontalismo” e “verticalismo”», qui prendendo a prestito la fortunata classificazione e teorizzazione offerta da Rodrigo Nunes nel suo Né orizzontale, né verticale. Ancora, sul piano internazionale, ci si chiede quali siano «i tratti principali dell’attuale dinamica autoritaria» negli Stati uniti e, andando dall’altra parte del pianeta, «come si prendono le decisioni strategiche» in Cina chiedendosi se e in che il modo il processo decisionale coinvolga «il popolo».
Le domande sono molte di più e di difficile sintesi, perché complessa è la situazione a cui vogliono fare fronte. Ma questa insistenza sulle domande, spiega Fabrizio Barca in un incontro tenutosi informalmente alla Fondazione Basso di Roma per preparare la stampa a questo evento, fa parte dello spirito dell’iniziativa che, a sua volta, obbedisce a una necessità dell’oggi. C’è senz’altro bisogno di trovare le risposte, e vista la dinamica autoritaria – si potrebbero affiancare alle notizie allarmanti che giungono dagli Usa le nuove intenzioni securitarie del governo Meloni – di trovarle in fretta. Ma porre le domande nel senso giusto è altrettanto necessario e dal loro punto di vista i promotori di «Democrazia alla prova», vogliono proporre una discussione collettiva che non parli in astratto, ma risponda chiaramente a sollecitazioni precise.
Anche perché, un punto di vista di questa iniziativa viene esplicitato negli «assunti» che sono stati immessi nella discussione partendo dall’interrogativo se esiste o meno la capacità di una reazione di fronte a quello che succede, attraverso le forme e gli strumenti propri della democrazia. Una necessità che sembra emergere da forme empiriche, aggiungiamo noi, come il successo della raccolta di firme per un referendum popolare, e non solo parlamentare, attorno alla riforma della giustizia; o come l’insofferenza giovanile per le varie forme di repressione e sicurezza e che ha dato vita a una grande assemblea a Torino, il 17 gennaio, su invito del centro sociale Askatasuna che lotta per difendere la propria esperienza (e la propria stessa esistenza).
Il punto di vista che muove questa iniziativa si potrebbe definire democratico-radicale, orientato a sua volta a un riformismo radicale che potrebbe comunque assumere una forza dirompente nell’attuale tempo. Tempo dalla carica sovversiva, dove la sovversione però è declinata dalle posizioni più regressive e reazionarie orientate a battere le istanze progressive e modernizzatrici, siano anche quelle borghesi. Una dinamica fortemente visibile negli Stati uniti, dove l’entourage trumpiano è in grado di negare, senza batter ciglio, l’evidenza dell’uccisione da parte dell’Ice di una cittadina statunitense disarmata e pacifica così come nega il cambiamento climatico. Ma è visibile anche nella torsione insistita del governo Meloni, che nasconde il proprio fallimento sociale dietro una patina ideologica a colpi di caccia agli immigrati o ai «comunisti»; o nel balzo della portoghese Chega alle elezioni presidenziali, nella forza che il movimento di Marine Le Pen ha ormai conquistato in Francia e in quella di Nigel Farage in Gran Bretagna.
I promotori dell’evento muovono da un assunto chiave: «democrazia» e «sovranità del popolo» significano l’esistenza di «un sistema costituzionale che mira ad assicurare a tutti i membri della società un peso effettivo sulle decisioni pubbliche» in una centralità costituzionale che muove da diversi articoli-chiave: i primi tre articoli della Costituzione – il lavoro (fondamento della Repubblica, un diritto, un dovere); «rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (libertà sostanziale), da pretendere per sé (diritto) e da assicurare alle altre persone (dovere) –; il rinnovato articolo 9 per la tutela dell’ecosistema «anche nell’interesse delle future generazioni»; l’articolo 43 per la prevalenza dell’«utilità sociale» sulla libertà dell’iniziativa economica privata; l’articolo 54 sull’essere i pubblici impiegati «al servizio esclusivo della Nazione»; l’articolo 104 sulla magistratura come «ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»; l’articolo 10, il diritto di asilo e l’articolo 11, «il ripudio della guerra».
Democrazia radicale
Obiettivi radicali eppure adottati a lungo anche dalle istanze riformiste della sinistra italiana, facendo coabitare aspirazioni diverse ma convergenti se non altro nella definizione di un programma di riferimento minimo valido per tutti e tutte. E che ha alternato l’adattamento al dettato costituzionale preservando l’esistente alla richiesta che quel dettato fosse inverato «concretamente», divenendo così una leva per il cambiamento. In questo senso qui si afferma che la «democrazia non è mai data una volta per tutte, ma è per sua natura un sistema in continuo divenire» che richiede «continua riflessione critica e diagnostica» e «pragmatico adeguamento».
Il pregio di questa affermazione è che pone il tema di come la democrazia, anche quella della Costituzione, debba adeguarsi al contesto prevedendo quindi dei cambiamenti. Definirli, anche sulla base delle esperienze sociali e di movimenti, è un esercizio tanto utile quanto necessario (forme di democrazia diretta? Valorizzazione della partecipazione, anche alla produzione?).
Qui interviene però il punto più controverso degli assunti e dell’approccio necessario. I promotori sostengono che la democrazia «pur non essendo necessaria al capitalismo può convivere con esso e influenzarlo». Convivenza «travagliata», certo, ma ritenuta «possibile»: «Per la malleabilità del capitalismo, in cui l’impulso al rischio e all’innovazione è compatibile (ma fino a un certo punto) con limitazioni sia del potere di controllo sul capitale materiale e immateriale, sia dei tassi di profitto desiderati; e perché la domanda collettiva di mercato e le regole espresse da un processo decisionale democratico possono dare certezze agli investimenti del capitalismo».
Questa situazione si è data in forma quasi paradigmatica nel trentennio successivo alla Seconda guerra mondiale, con l’ottenimento anche di un «controllo sociale dell’economia» e sviluppando in Europa uno Stato del welfare. Quella condizione quasi paradisiaca – apparentemente però, la sofferenza sociale e i conflitti conseguenti sono stati la regola anche dei cosiddetti «trent’anni gloriosi» – si è rotta nel divenire economico di un capitalismo sempre più aggressivo che, a partire dagli anni Ottanta, ha dato vita alla propria «reazione».
L’offensiva neoliberista muove proprio con lo scopo di ridurre la democrazia in confini sempre più stretti. E questa, sostengono i promotori, non è riuscita ad adeguare «i propri strumenti all’aumento della complessità delle decisioni pubbliche». Una crisi decisionale di fronte alla complessità, si sostiene, e all’incertezza che hanno accresciuto «l’incompletezza di regole e contratti come strumenti di governo». In particolare, «a livello degli Stati nazionali, nessun passo sistematico è stato compiuto per adeguare gli strumenti della democrazia» in direzione di un metodo democratico-partecipativo. Soprattutto è stata soggiogata da un punto di vantaggio dell’incipiente neoliberismo: la promessa secondo cui, «dopo prime inevitabili disuguaglianze, vi sarebbe stato beneficio per tutte e tutti, purché ogni persona si impegnasse».
Questa promessa ha creato forte consenso e ha concorso all’egemonia neoliberista. Gli strumenti del confronto e controllo pubblico sono invece stati spesso addirittura indeboliti, «con l’effetto di favorire la prima opzione, quella autoritaria». Basti vedere la dinamica costante, in Italia, al rafforzamento dell’esecutivo e all’erosione delle agibilità democratiche e di controllo. Le esperienze di opposizione, che pure ci sono state in tutto il mondo, con «sperimentazioni di forme nuove di democrazia partecipata, di mutualismo, di rapporto fra pubblico e privato, in coerenza con una strada democratica di governo della complessità» non sono state in grado di raggiungere risultati permanenti né a livello nazionale né a livello globale. Fallimento a cui hanno concorso altri due altri fattori: allo smontaggio «di vecchi valori e riti, specie di quelli segnati da subalternità di genere ed etnica, non si è accompagnato ad un’adeguata, partecipata ed emotiva diffusione di nuovi valori universali e tanto meno alla costruzione di nuovi riti», mentre «il rigetto da parte di gran parte dei movimenti di ogni forma di gerarchia, di rappresentanza e di leadership si è spesso tradotto nell’assenza di ogni efficace e sostenibile forma organizzativa».
Il neoliberismo ha però progressivamente perso egemonia a partire dalla seconda metà degli anni Dieci e così questo ha accentuato «il suo tratto illiberale», producendo allo stesso tempo «la reazione populista»: «Assente una proposta alternativa di sviluppo della democrazia, dentro al populismo si è spesso affermata la versione autoritaria».
Ecco dunque che la fase in atto in molta parte dell’Occidente e del mondo «può essere interpretata come una convergenza di neoliberismo e autoritarismo». In particolare, come si vede dalle cronache attuali, spicca la dinamica autoritaria negli Stati uniti, «cementata e incoraggiata da un’azione possente sul senso comune». Con un ruolo portante degli «oligarchi tecnologici» il cui potere deriva «dall’espropriazione della conoscenza di tutte e tutti noi» e dall’affermazione di un’«autorità oracolare» data dalla forza persuasiva delle loro visioni e del loro determinismo tecnologico.
Il quadro tratteggiato è molto aderente alla realtà, come confermano le cronache. Si tratta allora di rispondere alle domande che abbiamo indicato all’inizio. La natura dell’evento propenderà per risposte plurali e articolate, sia pure all’interno di una cura e preoccupazione democratiche. Resta quel nodo nevralgico che negli assunti appare in forma non compiuta: il tema della sovrapponibilità tra democrazia e capitalismo. Collocato nel flusso degli anni che vanno dal 1945 al 1971 (l’abbandono da parte degli Usa della convertibilità del dollaro) quella convivenza tra capitalismo e democrazia può essere accolta anche se si giovava della sconfitta subita con la guerra.
Ma dopo la grande cavalcata neoliberale, dopo la sua assimilazione degli umori e delle tematiche autoritarie, quella convivenza va come minimo rimessa in discussione. Non tanto per aprire la strada a una palingenesi immediatamente esigibile – i rapporti di forza internazionali sono evidentemente a svantaggio delle classi popolari e dei progetti di trasformazione – quanto per delineare una visione di futuro che tenga conto delle potenzialità ma anche delle necessità. La discordanza tra democrazia e capitalismo è particolarmente visibile nella crisi ecologica dove sembra che le classi più forti e ricche del pianeta si stiano preparando alla catastrofe ammassando e preservando le proprie ricchezze e le proprie prerogative.
La dinamica di Trump esemplifica bene questa essenzialità capitalistica che domina il presente e si mostra sempre più indisponibile a ogni forma di co-decisione democratica. Sarebbe urgente, quindi, porsi la domanda su quali forme di vita pensare oltre il capitalismo a partire proprio dalla questione democratica. Non tanto per restituire fiducia nelle istituzioni democratiche, ma per pensarne altre totalmente nuove. Ma anche quest’aspirazione e visione, nella pluralità del dibattito genovese, troverà senz’altro il suo spazio.
*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).