Dal blog https://jacobinitalia.it/
Aldo Campari 14 Febbraio 2026
Non sono stati sufficienti 1.093 morti sul lavoro e 600.000 infortuni per far scattare lo sdegno del governo e dei partiti sempre pronti a lanciare allarmi
La coincidenza temporale quasi perfetta tra le polemiche seguite al corteo di Torino del 31 gennaio scorso e la pubblicazione dei dati Inail relativi alle denunce di infortuni e malattie professionali del 2025, ha certamente contribuito a rimuovere dalle cronache giornalistiche e dai commenti politici la certificazione dell’ennesima, infinita, strage di lavoratrici e lavoratori che si consuma ogni anno in Italia.
Non può essere quindi considerato una provocazione, il constatare come siano bastati qualche danneggiamento e il ferimento di un poliziotto (sicuramente non un tentato omicidio!), per far esplodere tutto il mondo politico e alimentare il livore repressivo della destra postfascista di governo, che ha colto immediatamente l’occasione per l’ennesima immotivata decretazione d’urgenza, mentre non sono stati sufficienti 1.093 morti sul lavoro e 600.000 infortuni denunciati nello scorso anno, per far abbozzare un seppur timido commento di sdegno o preoccupazione.
«Nulla di nuovo sul fronte occidentale», si potrebbe amaramente commentare. Del resto, in estrema e quasi banale sintesi: che cos’è il capitalismo se non lo sfruttamento della maggioranza di essere umani, costretti a vendere la propria forza lavoro per vivere, da parte di pochi detentori della proprietà dei mezzi di produzione, in nome di un profitto che non guarda in faccia niente e nessuno?
Al più, nel corso di questi ultimi anni, e senza dover rimontare troppo indietro nel tempo, di fronte alle stragi sul lavoro che hanno insanguinato il paese (nel solo 2024 ricordiamo: 16 febbraio cantiere Esselunga di Firenze, 5 morti; 9 aprile centrale Enel di Suviana, 7 morti; 6 maggio fognatura di Casteldaccia, 5 morti; 9 dicembre deposito Eni di Calenzano, 5 morti), si è consumata la solita, inutile e sfacciata retorica. «Incidente», «fatalità», «tragico evento», «inspiegabile disattenzione»… le cronache sono piene di simili espressioni semantiche, indirizzate dolosamente a far percepire e a rendere senso comune e socialmente accettato ogni infortunio e ogni morte sul lavoro, come fosse qualcosa di sostanzialmente fisiologico e inevitabile. O peggio, come derivante dalla responsabilità dei lavoratori che ne sono vittime.
Ma ovviamente, il dato stabile di oltre mille morti all’anno e mezzo milione di infortuni denunciati annualmente all’Inail smentiscono drasticamente questa narrazione. Peraltro, la domanda su quanti ve ne siano di non denunciati non può trovare una risposta certa, ma nel paese in cui, nei soli cantieri edili, si registra un livello di irregolarità di oltre il 75%, è facile immaginare che siano molti, molti di più.
Soffermandosi sui dati forniti dall’Istituto, appaiono infatti evidenti almeno tre elementi di fondo che contribuiscono a spiegare perché in Italia, ogni giorno, tre lavoratori o lavoratrici muoiono sul luogo di lavoro o in itinere, cioè nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa. Il primo attiene proprio a quest’ultima fattispecie, con una necessaria considerazione di genere. A fronte di 98 lavoratrici decedute nel 2025 per infortuni lavorativi, ben 52 hanno perso la vita in infortuni in itinere. Appare scontato collegare tale dato all’organizzazione sociale e familiare della società capitalista e patriarcale, in cui il lavoro di cura e riproduzione ricade in grande prevalenza sulle donne che si trovano quindi a giostrarsi tra un doppio o triplo lavoro, con relativo aumento di fatica, stanchezza, fretta, stress. Tutti fattori che notoriamente influiscono negativamente sulla guida e la sicurezza stradale.
Un secondo elemento, consolidato negli anni, attiene all’età anagrafica delle vittime di infortuni mortali in occasione di lavoro: l’incidenza (numero di decessi per milione di occupati) più elevata di vittime si registra nella fascia degli ultrasessantacinquenni (108,7), numericamente invece la fascia più colpita è quella compresa tra i 55 ed i 64 anni (300 vittime su un totale di 798). Vale appena il caso di evidenziare come il progressivo aumento dell’età anagrafica e dei requisiti contributivi per accedere alla pensione, a cui la legge Fornero ha dato il via e che nessun governo ha la volontà di arrestare, nonostante le roboanti dichiarazioni da campagna elettorale, soprattutto della Lega salviniana, abbia come effetto principale quello di obbligare al lavoro, anche nei settori più pericolosi e con maggiore incidenza (costruzioni, attività manifatturiere e trasporti) persone il cui corpo è ormai consumato e i riflessi sono rallentati.
Infine, assai rilevante ma certamente non sorprendente, è la conferma che per lavoratrici e lavoratori stranieri il rischio di rimanere vittime di infortuni mortali è più che doppio rispetto ai lavoratori italiani, con un’incidenza di 72,4 morti ogni milione di occupati contro il 28,8 degli italiani. Più precisamente su un totale di 1.093 morti sul lavoro registrate nel 2025, 251 (dunque circa un quarto) sono vittime straniere. Un aggettivo, «straniere», che al di là del dato sconcertante e indignante, rischia di liquidare in modo asettico il macroscopico dato politico che ancora una volta si deve sottolineare e denunciare: nel collegare in modo indissolubile permesso di soggiorno e contratto di lavoro, la legge Bossi-Fini che da quasi 24 anni attraversa indenne tutti i parlamenti e tutti i governi, ha fornito una micidiale arma di ricatto a padroni, padroncini, caporali e sfruttatori di ogni sorta. E la sicurezza sul lavoro, naturalmente, è la prima a soccombere nel lavoro nero, negli appalti o sub appalti, nelle cooperative fittizie che nulla hanno di cooperativo e solidale, nel perverso sistema dei rider su cui finalmente anche la magistratura ha puntato i riflettori.
L’Inail ogni anno fornisce anche i dati delle denunce di malattia professionale che, a differenza dell’infortunio (evento, avvenuto in occasione di lavoro, per causa violenta e concentrato nel tempo), sono quelle patologie che si sviluppano nel corso degli anni a causa del rischio lavorativo a cui la persona è o è stata esposta in ragione della propria mansione. Colpisce il forte incremento registrato soprattutto a partire dal post pandemia (dalle 55.000 del 2021 alle quasi 100.000 del 2025), che si presta a una duplice interpretazione. È presumibile che in realtà siano molti di più coloro che si ammalano di lavoro, ma non richiedono la tutela Inail per timore, ricattabilità o ignoranza dell’esistenza di tale istituto, ma si può sperare che vi sia una progressiva sensibilizzazione e presa di coscienza in tal senso, considerato anche che l’incremento delle denunce riguarda lavoratrici e lavoratori sia italiani che stranieri.
Tra le patologie prevalgono le malattie osteoarticolari e l’ipoacusia, ma oltre 2.000 sono le patologie tumorali denunciate. Come ha tragicamente confermato il più recente caso della Miteni di Trissino (Vi), non è un segreto che il «miracolo italiano», si sia sviluppato e sia stato mantenuto avvelenando territori e vite, ignorando volutamente moniti sanitari e ambientali, sacrificando tutto in nome del profitto. Del resto, ancora nel 2026, muoiono di mesotelioma lavoratori ormai pensionati che sono stati esposti all’amianto decenni fa.
I numeri e le statistiche lasciano però il tempo che trovano e abbiamo già sottolineato come la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro non siano certo considerate tra le priorità politiche. Peraltro, nelle poche occasioni in cui le istituzioni se ne occupano, sempre e solo in occasione di quegli infortuni mortali che arrivano all’attenzione dei media nazionali, risulta ormai insopportabile ascoltare la sequela di inutili affermazioni retoriche e di circostanza. Vuota e ambigua appare anche la solita evocazione da parte sindacale circa la necessità di aumentare la «cultura della sicurezza», locuzione generica che rimuove in un sol colpo analisi di sistema, relative responsabilità e conseguente necessità di soluzioni radicali.
L’Istat aveva certificato tra il 2012 ed il 2016 circa 150 (!) femminicidi all’anno, ma sono state necessarie le denunce e le mobilitazioni femministe di questi anni, la voce del papà e della sorella di Giulia Cecchettin per alzare il livello di attenzione sociale, culturale, mediatica, politica e giudiziaria rispetto alla violenza maschile sulle donne e per nominare il femminicidio come tale.
Si calcola che la seconda guerra di mafia abbia provocato tra i 400 e i 1.000 morti. Lo Stato aveva reagito, sono nati il pool antimafia e poi la Direzione Nazionale Antimafia, ci sono stati il riconoscimento legislativo dello specifico reato di associazione mafiosa e la legge per la confisca dei beni; ma sono serviti i movimenti dell’antimafia sociale per reagire alla violenza oppressiva e prevaricatrice di Cosa Nostra, per denunciarne i vincoli con la politica e con l’economia, per avviare percorsi di liberazione.
Di fronte alle oltre 1.000 persone che ogni anno perdono la vita lavorando o al mezzo milione che subisce menomazioni più o meno gravi e invalidanti o alle decine di migliaia che si ammalano di lavoro, sembra invece che non si sia in grado di reagire. A livello istituzionale, laddove le sanzioni per le aziende sono anche previste, ci si deve però affidare a qualche coraggioso Pubblico Ministero o alle poche (soprattutto per numero di ispettori) possibilità di controllo di Ispettorato Territoriale del Lavoro, Inail, Inps e Ulss o Ats. A livello sindacale e sociale si risente ovviamente della fase storica: sindacati complessivamente deboli, a volte silenti, se non direttamente complici dei padroni e una classe lavoratrice atomizzata e sempre più scoraggiata.
Constatata ormai da tempo l’incompatibilità del capitalismo con la vita e la dignità umana, con la cura e la tutela dell’ambiente, ciò che invece appare sempre più necessaria e non rinviabile è un’azione collettiva che dimostri, come testimonia la vicenda dei lavoratori e della lavoratrici dell’ex Gkn, che è possibile una lotta per un lavoro dignitoso e sicuro, che consenta di autogestire la propria vita senza padroni. Che si può immaginare una via d’uscita alla crisi in nome della giustizia sociale e climatica, creando posti di lavoro e benessere attraverso il soddisfacimento dei bisogni umani e e il rispetto dell’ambiente.
*Aldo Campari, laureato in giurisprudenza, si occupa da molto tempo di previdenza e in particolare di tutela Inail.
Sul lavoro la situazione è veramente tragica per come veniamo trattati e per la poca sicurezza presente ma questi preferiscono concentrarsi su altri problemi problemi, su problemi in cui possono fare propaganda. Perché ormai è solo questo quello che tale governo sta facendo: una costante propaganda.
"Mi piace""Mi piace"