Perché gli Usa hanno attaccato l’Iran?

Da un intervento di Alessandro Volpi economista professore all’UNiversità di Pisa in una video conferenza a Savona

Capire le guerre di Donald Trump in poche mosse

(questa scheda è liberamente tratta da un intervento pubblico di Alessandro Volpi che ringraziamo)

Brevissima premessa
 Chiunque voglia capire la guerra in corso e l’insieme delle guerre avviate da Donald Trump deve abbandonare le spiegazioni fasulle (ad es: l’esportazione di democrazia, la difesa dei valori
occidentali, la prevenzione delle minacce militari etc.) e quelle semplicistiche (ad es: Donald Trump ha una personalità patologica etc.).
 Le guerre di Donald Trump si spiegano con la disperazione con la quale gli Usa stanno affrontando una crisi economico-finanziaria che non ha precedenti e che è vicina al collasso.
La situazione degli Usa fino a qualche anno fa.
Erano la prima economia mondiale, il dollaro era forte anche perché era la principale valuta di riserva e di scambio a livello mondiale. Di conseguenza, il debito pubblico statunitense non costituiva un problema, in quanto facilmente collocabile sui mercati finanziari interno ed esteri. Sempre di conseguenza, gli interessi da corrispondere per il debito erano bassi e in linea con la crescita economica del Paese.

Questa posizione da economia dominante permetteva agli Usa di affrontare i momenti di crisi (vedi crisi finanziaria dei subprime del 2007-8) stampando moneta.
La situazione odierna degli Usa
Non sono più da tempo la prima economia mondiale, soppiantata dalla Cina. Affrontano un debito pubblico quasi surreale (40mila miliardi di dollari) a cui va aggiunto un altrettanto surreale debito privato delle famiglie e delle imprese (34mila miliardi di dollari); il dollaro, pur rimanendo importante, sta perdendo credibilità, anche perché rispecchia un’economia in crisi.

Di conseguenza, il debito pubblico diventa un problema insormontabile, perché è sempre più difficilmente collocabile all’estero (oggi, dopo che Cina e India hanno da tempo venduto quasi completamente le loro quote e le Petromonarchie del Golfo hanno iniziato a investire più in oro che in debito pubblico Usa, solo il 25% è collocato all’estero).

Questa debolezza comporta interessi sul debito schizzati alle stelle (1400 miliardi/anno) e rischio insolvenza nelle scadenze ravvicinate dei pagamenti. L’uscita verso la stampa di moneta è altrettanto chiusa, perché comporterebbe un’ulteriore svalorizzazione del dollaro e un’inflazione poco gestibile in termini di consenso interno al Paese.

A tutto questo va aggiunta l’enorme bolla finanziaria rappresentata da un valore dei listini
di Borsa Usa pari a 75-80mila miliardi di dollari, assolutamente sproporzionato rispetto alla realtà.

Primo tentativo di risposta alla crisi: i dazi
Donald Trump ha tentato inizialmente di rispondere alla crisi, attraverso la politica (o meglio, la guerra) dei dazi. L’obiettivo era di garantirsi nuove entrate fiscali sicure e nel contempo spingere al rientro in patria le molte imprese delocalizzate all’estero.
Questa politica ha portato a miseri risultati: aldilà dello stop ricevuto dalla Corte Suprema per l’illegalità delle modalità con cui sono stati applicati, le entrate ricavate dall’applicazione dei dazi non hanno superato i 300 miliardi, la metà dei quali pagati dalle aziende Usa delocalizzate all’estero. Contemporaneamente, non si è registrato alcun significativo processo di rientro da parte delle imprese.

Secondo tentativo di risposta alla crisi: l’uso della forza militare
Non avendo altre possibilità, Donald Trump, partendo dal fatto che gli Usa sono grandi esportatori di petrolio e i secondi esportatori di gas naturale del mondo, ha deciso di prendere possesso manu militari dei territori ricchi di riserve di combustibili fossili, con il doppio obiettivo di arrivare al controllo della maggior quota possibile della produzione di petrolio e gas e di ridare credibilità al dollaro, in quanto moneta del paese che è in grado di controllare militarmente ogni territorio strategico.

Si spiegano così gli attacchi al Venezuela, in Nigeria, in Yemen (per garantire il libero transito delle navi gasiere) e il recentissimo attacco all’Iran.
L’ultimo attacco all’Iran ha l’obiettivo di ridare fiato all’economia (se petrolio e gas dei paesi del Golfo rimangono bloccati, saliranno gli approvvigionamenti dei paesi europei e non solo dagli Stati Uniti) e di premere sulle petromonarchie affinchè, in cambio di stabilità, tornino a investire sul debito pubblico Usa.
Il terzo incomodo: i grandi fondi finanziari
Se da una parte l’obiettivo di Donald Trump è quello di ricollocare presso paesi esteri una quota importante del debito pubblico Usa, dall’altra deve fare i conti con chi, all’interno, detiene l’attuale debito pubblico, il 45% del quale è in mano ai grandi fondi finanziari Blackrock, Vanguard e State Street.


Per garantirsi la continuità del sostegno al debito pubblico Usa da parte di questi fondi, è evidente che Trump ne deve soddisfare le aspettative: ecco allora perché, dopo l’attacco al Venezuela, sono state riaperte le concessioni a sei compagnie petrolifere multinazionali, che hanno in comune la detenzione di quote societarie da parte dei grandi fondi finanziari; ecco perché l’attenzione alla Groenlandia, derivata dalla spinta ad abrogare la legge che dal 2021 ha sospeso sine die le concessioni alle compagnie petrolifere; ecco perché l’idea di un cambio di regime a Teheran, anche allo scopo di modificare la gestione della produzione di petrolio e di gas nell’intera area del Golfo.


Dulcis in fundo, i grandi fondi finanziari Blackrock, Vanguard e State Street sono anche azionisti delle principali aziende multinazionali degli armamenti. Oltre ad essere azionisti delle grandi aziende hi-tech e IA, che, essendo titoli finanziari in dollari, sono l’unico baluardo odierno della tenuta della moneta statunitense.
Con il paradosso finale, per il quale Donald Trump, che era salito al potere come esponente di un mondo finanziario diverso (Musk etc.) e conflittuale rispetto a quello dei grandi fondi finanziari (da sempre di sponda dem), si è ritrovato sottomesso ai loro voleri.

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