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- 06 Marzo 2026 Piero Orteca
Trump e Netanyahu vogliono utilizzare i curdi iraniani (sunniti) come leva per rovesciare il regime degli ayatollah. Il piano prevede una massiccia infiltrazione di milizie ‘peshmerga’ in partenza dal Kurdistan irakeno. Questo sulla carta. Perché Teheran ha reagito bombardando preventivamente quella regione, mentre gli sciiti irakeni sono già in subbuglio a sostegno dell’Iran

Teheran: i ‘duri’ reagiscono
C’era da aspettarselo. Gli ‘intransigenti’, che in questo momento sembrano la fazione vincente nella lotta per la successione nell’Iran sotto assedio, hanno reagito subito contro i curdi. È stata una mossa che gli analisti avevano previsto, dopo la diffusione delle notizie sull’esistenza di un piano israelo-americano per un’invasione via terra dell’Iran, da attuare appoggiandosi alle milizie stanziare in Irak. Secondo la BBC, «l’esercito iraniano ha dichiarato di aver preso di mira il quartier generale delle forze curde iraniane nel nord dell’Irak, intensificando gli attacchi contro le regioni curde sia in Iran che in Irak. L’esercito ha dichiarato di aver attaccato «gruppi curdi, contrari alla rivoluzione islamica, nel Kurdistan iracheno con tre missili». Una persona è stata uccisa e tre sono rimaste ferite. «Teheran – prosegue la BBC – sta intensificando i suoi attacchi contro i gruppi curdi iraniani in Irak, mentre circolano voci secondo cui il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vorrebbe che si unissero alla lotta contro l’Iran». In perfetta sintonia è anche il report del Times of Israel: «Giovedì – scrive il giornale – l’Iran ha dichiarato di aver attaccato le forze curde nel Kurdistan iracheno per impedire loro di lanciare un assalto ai suoi confini occidentali, mentre circolavano notizie secondo cui un attacco del genere sarebbe imminente o addirittura iniziato. La rivendicazione iraniana è arrivata mentre funzionari curdi hanno dichiarato all’Associated Press e al Washington Post che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva parlato personalmente con i loro leader nei giorni scorsi e aveva richiesto il loro supporto nella campagna. L’AP ha riferito che gruppi dissidenti curdo-iraniani con sede nel nord dell’Irak si stavano preparando per una potenziale operazione militare transfrontaliera e che gli Stati Uniti hanno chiesto ai curdi iracheni di sostenerli».
La guerra diventa ‘santa’
È un gioco sul filo del rasoio, quello di ‘muovere’ i guerriglieri curdi stanziati in Irak dentro l’Iran, per creare sostegno armato a una rivolta generale della popolazione. O, addirittura, per fungere da testa di ponte e preparare il terreno all’invasione vera e propria, condotta o ‘supervisionata da truppe esterne’ (americane?). Si rischia il grottesco: anziché stabilizzare l’Iran, si potrebbe finire per riaccendere il feroce settarismo irakeno, un Paese sempre sull’orlo della guerra civile, vista la sistemazione amministrativa post-coloniale e la sua tormentata storia culturale e religiosa, da Saddam Hussein in poi. Gli ayatollah lo sanno e giocano le loro carte. Ieri, il Teheran Times, dando un segnale preciso, ha pubblicato con evidenza la presa di posizione del Grande ayatollah Sayyid Ali al-Sistani che, come titola il giornale, «Condanna l’aggressione militare contro l’Iran». «L’ufficio del più alto esponente del clero sciita irakeno – sostiene Teheran Times – ha rilasciato una dichiarazione in merito all’attuale aggressione militare israelo-americana contro l’Iran». «L’aggressione militare contro il territorio iraniano – dice al-Sistani – è in corso da diversi giorni e ha finora causato la morte di molti cittadini, tra cui numerosi eroi che hanno difeso il loro Paese, decine di bambini e altri civili innocenti. Ha inoltre causato danni significativi a proprietà pubbliche e private. Come previsto, la portata delle operazioni militari si è ampliata, coinvolgendo diversi altri Paesi, con molte delle loro aree e strutture colpite e danneggiate in scenari senza precedenti nella regione da molto tempo. La decisione unilaterale – presa al di fuori del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – di lanciare una guerra su vasta scala contro uno Stato membro delle Nazioni Unite al fine di imporre condizioni specifiche o rovesciarne il sistema politico, oltre a costituire una violazione delle convenzioni internazionali, è un passo estremamente pericoloso con gravi conseguenze regionali e internazionali. Si prevede che una guerra del genere scatenerà un caos diffuso e una prolungata instabilità, infliggerà immense sofferenze ai popoli della regione e danneggerà anche gli interessi di altri. Pertanto – conclude l’ayatollah – la Suprema Autorità Religiosa condanna fermamente questa guerra ingiusta e invita tutti i musulmani e i popoli amanti della libertà in tutto il mondo a denunciarla ed esprimere solidarietà al popolo oppresso dell’Iran».
Un effetto domino?
L’Irak ha il 60% della popolazione che è sciita. E soprattutto esprime un governo (in crisi e molto chiacchierato) con un primo ministro sciita in arrivo (al-Maliki) che è abbastanza ai ferri corti con Trump. Solo che un terzo del Paese è sunnita (come lo era Saddam) e l’ultimo terzo è curdo. Si tratta della famosa “tripartizione” (voluta dagli americani) che non ha mai realisticamente funzionato. Insomma, basta poco per appiccare un incendio devastante, una guerra civile dalle proporzioni bibliche. Che già c’è, ma che gli specialisti definiscono ‘a bassa intensità’. Ora, la trovata Usa di usare l’Irak come base per invadere l’Irak con i curdi, rischia di rivelarsi un boomerang. Perché si potrebbero scatenare feroci odi etnici, anzi, tribali, che covano sotto la cenere da sempre. Il Paese è in una difficile fase di transizione politica: il vecchio premier (al-Sudani) dovrebbe presto essere sostituito proprio dal filo-iraniano al-Maliki. Ma il Dipartimento di Stato Usa ha scritto una lettera ‘riservata’ (per modo di dire), manifestando la sua contrarietà. A Trump, al-Maliki proprio non piace, per cui se l’Irak non vuole subire ‘effetti negativi’ (ovverossia morire di fame) farà bene a scegliersi un altro Primo ministro. Immaginatevi, dunque, cosa potrebbe succedere a Washington se, ragionando di fantapolitica (mica tanto), improvvisamente si sollevassero tutti gli sciiti iracheni contro i soldati americani di stanza da quelle parti. L’idea di usare i curdi irakeni per invadere l’Iran, non sembra proprio una genialata.
Il vaso di Pandora
Washington e Tel Aviv, dunque, si sono coalizzate nella loro crociata contro la teocrazia persiana pensando, è molto evidente, ai loro interessi immediati. Chi ha scelto di attaccare una potenza regionale totalitaria, si, ma con 90 milioni di abitanti e 3000 anni di storia, non ha forse soppesato gli effetti collaterali di una decisione irrazionale. Il Golfo Persico è l’architrave di un edificio geopolitico perennemente traballante, un Medio Oriente ‘allargato’, che si regge a malapena su equilibri fragilissimi. Metterci mano, con la forza, e specie con la soperchieria di Trump e Netanyahu messi assieme, significa procurarsi di sicuro nuovi guai. Non è esagerato affermare che, attaccando l’Iran, Stati Uniti e Israele hanno aperto un vaso di Pandora, i cui venti ciclonici presto spazzeranno scambi commerciali, mercati finanziari e, soprattutto (se ce n’è ancora una) seppelliranno definitivamente l’etica delle relazioni internazionali.