C’ERA UNA VOLTA UN’ISOLA…

Dal blog alessandramaffilippi@substack.com

M. Alessandra Maf Filippi
giu 5

Quando i miliardari scoprono un’isola: Sazan, Jared Kushner e la privatizzazione del Mediterraneo

Un rendering del progetto per la penisola di Zvernec, dal sito dello studio di architetti e designer Genesis

“Ci siamo fermati a nuotare e abbiamo scoperto un’isola.” Così Ivanka Trump parla dell’isola di Sazan, di fronte alla baia di Valona, nel canale di Otranto, visibile a occhio nudo dal nostro Salento. Una frase che sembra innocente, quasi cinematografica. In verità è da brividi. Perché nessuno ha scoperto Sazan. Sazan esiste da millenni. La differenza è che quando una miliardaria dice di aver “scoperto” un’isola, spesso significa che qualcuno sta per trasformarla in una proprietà privata. E qui c’è la notizia: la “scoperta” di un patrimonio di tutti da trasformare in asset privato per pochi.

Secondo le approvazioni del governo albanese e i dettagli del progetto pubblicati finora, la proposta include hotel di lusso e ville private; infrastrutture marine e costiere; un aeroporto; uno spazio esclusivo per attività ricreative; infrastrutture turistiche con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale; interventi su larga scala per il ripristino del paesaggio e la bonifica del territorio. Bonifica che per altro che non si capisce cosa debba bonificare visto che è un’oasi naturale protetta.

Il valore dell’investimento di Kushenr e di Ivanka – c’è anche lei nel progetto – è stimato intorno a 1,5 miliardi di dollari, uno dei più grandi progetti turistici mai proposti in Albania e in quell’angolo di mare. Le autorità prevedono che lo sviluppo creerà circa 1.000 posti di lavoro durante le fasi di costruzione e gestione. Ma già sul posto dicono che quei posti di lavoro ventilati come “ricaduta benefica sul territorio”, non saranno destinati ai lavoratori locali bensì a personale “importato” direttamente dalla proprietà.

C’è poi un altro particolare, in parte superato dal governo variando la legge: l’area investita dal progetto è demaniale. Sazan è stata per decenni una zona militare chiusa, e tutto il litorale di Pishë Poro-Narta, nel delta del Vjosa, è un’area protetta, uno degli ultimi tratti incontaminati dell’Adriatico-Ionio, con una ricchissima biodiversità. Il governo albanese ha approvato il progetto senza gare, senza consultazioni e con affidamento diretto, definendolo “un investimento strategico”.

Ambientalisti, archeologi e parte della società civile albanese contestano l’impatto sull’ecosistema della spiaggia e sul patrimonio storico dell’isola, entrambe amate e frequentate dagli albanesi che lo scorso 1° giugno, in centinaia di migliaia, si sono riversati nelle strade di Tirana protestando contro il governo al grido “L’Albania non è in vendita!”.

Dietro la colonizzazione “immobiliare” di lusso del Mare Nostrum, che Nostrum non è più, c’è il più presentabile esponente delle grandi lobbies sioniste americane: Jared Kushner, l’uomo che insieme a Witkoff ormai è onnipresente su tutti i tavoli aperti dagli Stati Uniti; la figura che rende visibile la fusione tra potere politico e trasformazione territoriale. Per questo compare negli Accordi di Abramo; nelle discussioni su Gaza; nelle operazioni immobiliari nei Balcani; nei grandi progetti turistici del Mediterraneo.

JARED KUSHNER: DALLA DIPLOMAZIA AGLI AFFARI

Ridurre Jared Kushner al genero di Donald Trump è un errore. Perché Kushner è l’uomo che più di ogni altro ha incarnato la fusione tra diplomazia, finanza immobiliare e interessi geopolitici durante e dopo il primo mandato Trump. Architetto degli Accordi di Abramo, interlocutore privilegiato delle monarchie del Golfo e figura di riferimento nei rapporti con il governo israeliano, Kushner ha trasformato il proprio capitale politico in un network economico globale.

Dopo l’uscita dalla Casa Bianca, nel 2021 ha fondato Affinity Partners, un fondo di investimento blindato, sostenuto principalmente da capitali sauditi. Attraverso questa struttura ha esteso la propria presenza in Medio Oriente, nei Balcani e nel Mediterraneo, muovendosi lungo un asse che collega Washington, Tel Aviv, Riyad, Abu Dhabi, Belgrado e oggi l’Albania.

L’isola di Sazan non rappresenta dunque un episodio isolato ma solo l’ultimo tassello di una strategia che intreccia sviluppo immobiliare, influenza politica e controllo di territori considerati strategici.

IL PRECEDENTE DI BELGRADO

Prima di arrivare sulle coste albanesi, Kushner aveva già puntato i Balcani. Sempre attraverso Affinity Partners ha promosso un progetto per trasformare l’ex sede del Ministero della Difesa serbo, nel cuore di Belgrado, in un complesso di alberghi di lusso, appartamenti esclusivi e spazi commerciali. Non si tratta di un edificio qualunque: quel complesso porta ancora i segni dei bombardamenti NATO del 1999 ed è considerato da molti serbi un luogo della memoria nazionale.

La trasformazione di una ferita ancora aperta in una grande operazione immobiliare internazionale di lusso ha suscitato e continua a suscitare forti polemiche. Per i sostenitori si tratta di “rigenerazione urbana”, definizione ormai delegittimata sul campo, visto che in realtà si tratta il più delle volte di speculazioni aggressive e senza scrupoli, deleterie per chi ci vive accanto e per i paesaggi che ne sono vittima.

Per i critici, invece, è la privatizzazione di un simbolo storico a vantaggio di interessi privati, la cancellazione della memoria che appartiene a tutti, ancora una volta sacrificata sull’altare del profitto, in nome dell’omogenizzazione dei territori declinata in chiave cinque stelle.

UN IMPERO IMMOBILIARE CONTROVERSO

Molto prima della geopolitica e degli Accordi di Abramo, il nome di Jared Kushner era già associato a uno degli imperi immobiliari più controversi della East Coast americana. A fondarlo è il nonno di Jared, Joseph Kushner, nato Yossel Berkowitz, originario di Nowogródek (oggi in Bielorussia, allora Polonia orientale), il quale, dopo la guerra, passato per campi profughi europei, compresi quelli italiani, da lì migra negli Stati Uniti nel 1949 con la moglie.

Lì inizia come falegname e piccolo costruttore nel New Jersey e sfruttando il boom edilizio americano del dopoguerra, accumula progressivamente un patrimonio immobiliare che alla sua morte comprendeva migliaia di appartamenti.

Il figlio Charles, all’anagrafe Chanan, padre di Jared, accresce il patrimonio, diventando presto una figura tanto influente quanto discussa. Nel 2005 viene condannato per evasione fiscale, finanziamento illecito di campagne elettorali e manipolazione di testimoni in uno dei casi giudiziari più clamorosi dell’epoca. Tra gli episodi emersi durante il processo figura anche l’assunzione di una prostituta per compromettere un familiare che stava collaborando con le autorità federali.

È a quel punto che Jared prende progressivamente in mano le redini dell’azienda di famiglia, trasformando un impero immobiliare regionale in una piattaforma finanziaria globale.

Ma la reputazione del gruppo Kushner non è stata segnata soltanto dalle vicende giudiziarie del fondatore. Nel Maryland e in altri Stati americani, associazioni di inquilini, giornalisti investigativi e autorità locali hanno documentato per anni controversie relative alle miserabili condizioni degli immobili gestiti dal gruppo: appartamenti descritti dagli stessi residenti come topaie degradate, infestati da insetti, colpiti da infiltrazioni e problemi strutturali, mentre gli inquilini denunciavano una politica aggressiva di aumenti degli affitti e sfratti, anche di madri con bambini. Una reputazione che continua a seguire Kushner ogni volta che presenta nuovi progetti di “sviluppo” e “valorizzazione” del territorio malgrado i suoi instancabili sforzi per nasconderla.

NON SOLO ISOLE E SPIAGGE

Osservata da questa prospettiva, appare chiaro che Sazan non è un progetto isolato ma piuttosto l’ultima evoluzione di una storia che da decenni trasforma luoghi, edifici e territori in asset finanziari e geopolitici. Cambiano solo le dimensioni e gli scenari: dagli appartamenti popolari del Maryland alle coste dell’Adriatico. La logica, però, resta sempre la stessa.

Parlare solo dell’isola e della spiaggia, che sempre Ivanka, con l’ignoranza che contraddistingue questi arroganti miliardari, ha descritto come incastonata «fra una laguna e l’oceano», non solo è riduttivo, ma è miope. Ci sono interessi strategici che vanno ben oltre il turismo di lusso. Perché, come ricorda Alberto Negri, giornalista e reporter di guerra di lungo corso e di vasta esperienza, dall’altra parte del golfo di Valona si trova la base di Pasha Liman, nodo sensibile negli equilibri del Mediterraneo orientale. Base militare data in uso alla Turchia, Paese inviso a Israele dal momento che, come l’Iran, non solo non si piega ma impedisce allo stato ebraico di allargare il suo raggio di azione oltre la zona nella quale per ora è confinato. E chiunque si occupi di Medio Oriente sa bene che la Turchia è nel mirino dello Stato ebraico da tempo.

La dottrina Gaza si allarga. Non sempre lo fa con le bombe.

A volte arriva in giacca e cravatta, e parla la lingua degli “investimenti strategici” e degli “sviluppi sostenibili”. Altre ha il volto di accordi per la gestione della Cyber-security, come nel caso del nostro Paese, che l’8 marzo 2023 ne ha appaltato una parte a una società privata israeliana.

Altre ancora quello delle colonie per soli israeliani. Come quella aperta in Valsesia nel 2023 da un italo-israeliano, nella quale, solo nel 2024 si sono trasferite oltre 80 famiglie provenienti da Tel Aviv. E che una rivista ebraica italiana, Mosaico, ha salutato come “la nuova Terra promessa”.

Non è tutto lusso quello che luccica. Ma forse colonizzazione si.

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