Venezia è lo specchio del paese

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Giacomo Cervo 5 Giugno 2026

Tra laguna e terraferma, il capoluogo veneto è stritolato dalla rendita, colpito dalla desertificazione produttiva, attraversato dai movimenti. Eppure vince la destra

l centrosinistra a Venezia ha perso, e non se lo aspettava nessuno. Non ci credeva la leadership nazionale del centrodestra, che ha tenuto i segretari di partito accuratamente a distanza dalla città lagunare mentre in poche settimane Schlein, Bonelli, Fratoianni e Conte riempivano piazze e auditorium a sostegno di Andrea Martella. Non ci credeva Luca Zaia, alla ricerca di un nuovo posto di visibilità dopo la fine del suo lungo regno alla guida del Veneto, che pochi mesi fa ha rifiutato la candidatura a Sindaco per paura di non poter colmare col suo consenso personale gli strascichi dell’inchiesta Palude

Una sconfitta inaspettata, dolorosa per le proporzioni e per il lungo lavoro di tessitura e mediazione che aveva preparato il «campo larghissimo» (da Rifondazione comunista agli ex democristiani di Ugo Bergamo) a sostegno di Andrea Martella.

A prima vista non è mancato nulla nella costruzione dell’alternativa alla destra-civica che governa Venezia dal 2015: le candidature dei presidenti di municipalità da parte della Stagione Buona, nome della coalizione veneziana di centrosinistra, erano in buona parte espressione della società civile e dell’associazionismo (Fabio Brusò a Chirignago-Zelarino, Anna Forte a Mestre, Giovanni Pelizzato a Venezia), così come le liste dei partiti erano puntellate di figure senza tessera ma forti di un largo consenso personale (il fondatore di Mediterranea Mimmo Risica in Avs e la professoressa Giulia Albanese nel Pd); il programma, frutto di mesi di mediazione e trattative, era il più radicale della storia del centrosinistra veneziano.

Se la candidatura di Andrea Martella, dirigente storico del Pds-Ds-Pd veneto e parlamentare di lungo corso, poteva sembrare «grigia» a parte dell’opinione pubblica, erano in campo forti elementi per compensare questa lacuna.

Le risposte più semplici, scritte a caldo dopo la sconfitta, sono smentite dai numeri. Se a far perdere la sinistra fosse stata la polemica razzista contro la comunità bengalese, la Lega, che più di qualsiasi altra forza politica ha spinto sul no alla moschea e sulla paura dei migranti, non avrebbe raccolto meno del 5% dei voti. Se le proposte del centrosinistra fossero state troppo sbilanciate sulla città d’acqua, unica municipalità vinta dal centrosinistra sulle 6 in cui è divisa la città, non si spiegherebbe l’affluenza al voto inferiore rispetto alla terraferma nonostante la presenza di una lista, Terra e Acqua, pensata per rappresentare il solo centro storico. 

La prima ragione della sconfitta, come riscontrato lucidamente da Gianfranco Bettin dalle colonne del manifesto, è la sopravvivenza del sistema di potere di Luigi Brugnaro, sindaco uscente. Miliardario, proprietario della più grande agenzia interinale della regione, della Reyer Venezia e grande proprietario immobiliare, ha vinto 2 volte mettendo all’angolo sia il centrosinistra veneziano ferito dallo scandalo Mose, sia la destra partitica, ridotta a contorno rispetto al conglomerato amministrativo-economico-politico.

L’arresto di uno dei suoi uomini più fidati, Renato Boraso, per corruzione, il rinvio a giudizio dello stesso Brugnaro e un’inchiesta che ha messo in luce il sistematico conflitto d’interessi del primo cittadino non ha scalfito il sistema di potere su cui il centrodestra ha governato la città, consegnandolo all’erede designato Venturini non solo intatto ma rafforzato da 11 anni di gestione particolare del potere. Così la lista Venturini, con all’interno la quasi totalità degli assessori uscenti, ha raccolto il 30% contro il 10-15% previsto dai sondaggi.

Buona parte del merito dell’inaspettata vittoria al primo turno va poi al candidato sindaco Simone Venturini, da 11 anni braccio destro di Luigi Brugnaro.

Un politico di razza, più da prima che seconda Repubblica nonostante l’ossessivo mantra con cui si definisce «civico». Cresciuto nell’associazionismo cattolico, entra giovanissimo in consiglio comunale con l’Udc, all’interno del centrosinistra, per poi appoggiare Brugnaro nel 2015. Negli anni il sindaco affida al giovane assessore le deleghe più dirimenti dell’amministrazione, dai servizi sociali al turismo.

Deleghe che Venturini sfrutta sistematicamente per costruire consenso personale e allargare la sua rete. Durante le due legislature la sinistra veneziana ha criticato l’onnipresenza dell’assessore sui social e a ogni occasione pubblica, guadagnandosi il soprannome di «taglianastri»: non c’è inauguarazione di palazzetto dello sport, asfaltatura di una rotatoria o assegnazione di una casa popolare (poche, come testimoniano gli impietosi numeri fortuiti da Ocio) che sfugga dalla benedizione di Venturini.

In 11 anni il braccio destro ha lavorato metodicamente sulla sua immagine, diventando il volto giovane e bonario di una amministrazione ferocemente padronale e classista, guadagnandosi la successione al sindaco-padrone. 

La differenza fra Venturini e Martella era limpida in ognuno dei tanti dibattiti di questi mesi. Mentre Martella parlava delle grandi questioni veneziane (gestione del turismo, crisi di Portomarghera, emergenza abitativa) Venturini rilanciava sul dettaglio di chi governa la città da undici anni: la tal strada da riasfaltare, le aiuole del parco da potare, i mezzi pubblici acquistati e pronti a entrare in funzione. Sul dettaglio quasi maniacale dell’amministrazione Venturini giocava una partita a parte, contro un parlamentare attento ma che non poteva conoscere la macchina amministrativa del Comune così a fondo. Così chi voleva la strada asfaltata dietro casa ha votato Venturini, mentre quasi nessuno è stato convinto dalla proposta più ampia ma meno aderente al vissuto quotidiano del centrosinistra. 

A confermare questa teoria è un dettaglio della mappa del voto. Non la differenza fra la città d’acqua, nettamente ancorata al centrosinistra, rispetto alla città di terraferma, ma a un dettaglio più sfuggente: nel rosso omogeneo del centro storico, con cui è indicato il vantaggio del candidato di centrosinistra c’è una macchia gialla. È Sacca Fisola, ultima propaggine della Giudecca.

È una piccola isola in cui la larga maggioranza della popolazione vive in alloggi popolari di proprietà regionale e comunale. L’opposizione da 11 anni combatte la giunta per l’abbandono sistematico degli alloggi popolari, con un tasso di sfitto fra i più alti d’Italia (più del 20%), graduatorie bloccate e mancanza di investimenti. Migliaia di appartamenti murati mentre la città perde migliaia di abitanti ogni anno soffocata dalla speculazione immobiliare e dalle locazioni turistiche.

Nonostante anni di lavoro e proposte reali sul tema, il centrosinistra non è sembrato credibile a chi vive in questi alloggi, preferendo il poco fatto da Venturini alle promesse della Stagione Buona. La disillusione ha vinto sulla rabbia, portando le fasce più deboli e marginalizzate dall’amministrazione a scegliere di non votare o scegliere il padrone che, ogni tanto, fa cadere qualche briciola dal tavolo.

I ceti popolari non hanno creduto alla coalizione, anche perché percepita come in perfetta continuità cpn le vecchie giunte Cacciari-Costa-Orsoni: troppi i nomi «pesanti» gravitanti intorno ad Andrea Martella, anche ottimi amministratori, ma troppo legati alla storia delle amministrazioni di centrosinistra della città per essere sentiti come portatori di un progetto «nuovo» per la città. 

C’erano le idee, c’era l’unità politica, ma per queste ragioni la coalizione di centrosinistra non è riuscita a mobilitare il proprio blocco sociale in profondità. Escluso il Pd, che raccoglie un generoso 25%, e Avs, che con il 5% conferma quasi precisamente i 5.500 voti ottenuti alle recenti elezioni regionali, il resto della coalizione ha deluso le aspettative: il M5S non va oltre il 2,6%, la civica Terra e Acqua dimezza i suoi consensi rispetto al 2020, la lista liberale Venezia Riformista raccoglie un misero 1,3% prosciugata dalla candidatura di estremo centro di Michele Boldrin. 

Venezia può essere uno specchio del paese, più ancora che un termometro politico. Stritolata dalla rendita da una parte e dalla desertificazione industriale dall’altra, negli ultimi 5 anni è stata attraversata da movimenti di piazza e di quartiere larghi e partecipati. Fra i tanti vanno ricordati quello per Giacomo Gobbato, militante del centro sociale Rivolta ucciso da un rapinatore nel tentativo di difendere una donna, e le tante mobilitazioni per la casa, la tutela della Laguna e la Palestina. 

Per la sinistra istituzionale rimangono aperte questioni complesse, da cui non dipende il solo futuro di Venezia: come conciliare la necessità di una coalizione larga ed eterogenea con la massima mobilitazione dei diversi elettorati dei partiti che la compongono. La somma aritmetica non è sufficiente per vincere, nemmeno in una città che le vicine elezioni europee, regionali e referendarie hanno confermato avere un corpo elettorale tendenzialmente di centrosinistra. 

Le piccole e grandi idiosincrasie della sinistra veneziana hanno decretato la rovinosa sconfitta del 25 maggio, ma le trasformazioni strutturali della città lagunare anticipano il futuro del paese: declino industriale ed economia votata alla rendita costituiscono le premesse per gli interessi particolari prima e il conflitto d’interessi poi. Un sistema di potere difficile da scardinare, anche quando sembrano aprirsi facili scorciatoie giudiziarie (a Venezia come in Liguria, ricordando il caso Toti).

*Giacomo Cervo, laureato in Storia presso l’Università Ca’ Foscari, è segretario comunale di Sinistra italiana Venezia e responsabile politiche abitative di Si in Veneto.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.