Dall’acqua ai fertilizzanti: in Medio Oriente il petrolio non è più tutto

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apr 10 di Paola Ottino

Dai rincari record dell’urea agli attacchi informatici contro i dissalatori, la stabilità regionale non dipende più solo dal greggio, ma dalla tenuta delle catene logistiche e tecnologiche. Nel Medio Oriente segnato da crisi sistemiche, la sicurezza non riguarda più il solo possesso di materie prime, ma la protezione dei flussi globali. Quando le rotte marittime si bloccano, l’instabilità non è prodotta esclusivamente dalla scarsità fisica delle risorse. Il rischio risiede piuttosto nella vulnerabilità di reti digitali e infrastrutture che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.


IN BREVE

Oltre il barile La sicurezza regionale non dipende più solo dal greggio. Poggia anche sul controllo di flussi invisibili e reti digitali che garantiscono la sopravvivenza di milioni di persone.

Flussi virtuali L’importazionedi cereali compensa l’aridità locale, trasformando la scarsità ambientale in vulnerabilità geopolitica legata alla stabilità delle rotte marittime globali.

Fame chimica Il sistema alimentare mondiale è appeso alla produzione di ammoniaca e urea. Si tratta di filiere fragili dove energia e acqua si intrecciano alla stabilità dei mercati internazionali.

Infrastrutture sensibili I dissalatori e le gigafarm digitalizzate sono i nuovi target strategici. Un attacco informatico può negare l’accesso alle risorse primarie, senza distruggerle fisicamente.

Effetto domino Nodi strategici come Hormuz rendono le crisi locali una minaccia sistemica, dove il blocco di una rotta commerciale si traduce in instabilità esistenziale globale.


Per gran parte del Novecento, il Medio Oriente è stato rappresentato come lo spazio geopolitico per eccellenza delle «guerre del petrolio». Questa lettura, pur ancora rilevante, non è più sufficiente a spiegare le tensioni contemporanee. Le crisi più recenti mostrano un cambiamento profondo in cui si assiste alla fine delle classiche guerre per le risorse. Il conflitto non si concentra più soltanto sul controllo diretto delle materie prime, ma sulle infrastrutture e sui sistemi che ne permettono la produzione, la trasformazione e la distribuzione.

In questo nuovo contesto, acqua, cibo e energia non possono più essere analizzati separatamente poiché costituiscono un complesso integrato, fragile e altamente interdipendente in cui una perturbazione locale può produrre effetti globali. Le tensioni attorno ai nodi strategici di Hormuz e di Bab el-Mandeb ne sono un esempio emblematico. Questi passaggi marittimi concentrano una quota significativa dei flussi mondiali di petrolio, gas naturale liquefatto, fertilizzanti e derrate alimentari. Ma anche i recenti attacchi agli impianti di dissalazione nella regione del Golfo evidenziano come queste strutture, e indirettamente anche l’acqua, sono diventati obiettivi strategici nei conflitti in Medio Oriente.

Le guerre contemporanee non colpiscono più soltanto risorse tangibili, ma sistemi complessi e, spesso, invisibili. Non si tratta semplicemente di chi possiede una risorsa, bensì di chi controlla, o è in grado di interrompere, le reti che la rendono accessibile. È in questa trasformazione che si inseriscono le nuove dinamiche di conflitto in Medio Oriente.

Acqua virtuale

Il Medio Oriente è una delle regioni più aride del pianeta, con precipitazioni estremamente limitate e una disponibilità idrica naturale tra le più basse al mondo. Secondo il World Resources Institute, circa l’83% della popolazione in Medio Oriente e Nord Africa è esposta a livelli di stress idrico estremamente elevati e si prevede che raggiungerà il 100% entro il 2050.

In molti Paesi, la produzione agricola interna è insufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione rendendo necessaria una massiccia dipendenza dalle importazioni alimentari. Questa dipendenza può essere riletta attraverso il concetto di «acqua virtuale», cioè l’acqua dolce utilizzata per produrre, confezionare e trasportare alimenti e beni di consumo[1]. Ad esempio, quando un Paese importa grano sostanzialmente sta anche importando l’acqua necessaria per produrlo. In una regione dove l’acqua è scarsa, produrre localmente cereali richiederebbe uno sforzo idrico enorme e spesso insostenibile.

L’acqua virtuale diventa così una strategia di sopravvivenza poiché molti Paesi mediorientali, scegliendo di importare alimenti di base (grano, riso, mais) da regioni più ricche d’acqua, preservano le scarse risorse idriche locali per usi essenziali (acqua potabile, igiene). In pratica, invece di usare la propria acqua per coltivare, importano indirettamente l’acqua necessaria alla produzione.

Al tempo stesso, però, questa strategia introduce una nuova forma di vulnerabilità. In sostanza, crea una dipendenza dall’esterno che nel Medio Oriente è particolarmente delicata, essendo collegata, oltre che alla dipendenza dai mercati globali, anche ai rischi geopolitici e alla sicurezza alimentare. L’acqua virtuale rappresenta, pertanto, un passaggio da una vulnerabilità ambientale a una vulnerabilità geopolitica.

I Paesi del Golfo importano circa l’85% del loro fabbisogno alimentare, gran parte del quale transita attraverso i nodi strategici marittimi. Ciò implica che la sicurezza alimentare di questi Stati dipende quasi totalmente dalla stabilità delle rotte commerciali globali. Quando queste rotte vengono minacciate, come sta accadendo nei recenti conflitti regionali, il rischio non è soltanto economico, ma esistenziale.

Le tensioni militari nell’area del Golfo hanno portato a una riduzione del traffico marittimo e a un aumento dei costi di trasporto, costringendo alcuni Paesi a ricorrere alle riserve strategiche alimentari. Ad esempio, dal 3 marzo scorso l’Iran ha dovuto sospendere le esportazioni di tutti i prodotti alimentari e agricoli per preservare le riserve interne e garantire la sicurezza alimentare della popolazione. Questi contesti evidenziano come l’acqua, pur invisibile, rimanga al centro delle dinamiche di sicurezza regionale ma in una forma completamente trasformata: non più come risorsa naturale locale, bensì come flusso globale mediato dal commercio.

Fertilizzanti & gas

Se l’acqua virtuale rappresenta il primo livello della dipendenza, i fertilizzanti costituiscono un secondo livello, meno evidente ma altrettanto cruciale. La produzione agricola moderna si basa in larga misura su fertilizzanti sintetici, in particolare quelli azotati, la cui produzione dipende direttamente dal gas naturale. Alla base di tutto il sistema c’è l’ammoniaca, composto chimico essenziale da cui derivano prodotti come urea e nitrati. Questi fertilizzanti sono fondamentali per sostenere la produzione alimentare mondiale da cui dipendono circa 3,8 miliardi di persone.

L’ammoniaca viene prodotta principalmente tramite un processo chimico che combina azoto atmosferico e idrogeno[2]. Ed è proprio qui che risulta nuovamente, come elemento critico, l’acqua. L’idrogeno necessario viene ottenuto soprattutto dal gas naturale attraverso processi che richiedono acqua, oppure direttamente dall’acqua tramite elettrolisi. Di conseguenza, la produzione di fertilizzanti azotati dipende non solo dall’energia, ma anche in modo significativo dalla disponibilità di risorse idriche.

I Paesi che importano cibo, dunque, dipendono non solo dalle rotte commerciali, ma anche dalla disponibilità di fertilizzanti nei Paesi produttori. A loro volta, questi fertilizzanti sono legati al gas naturale e alla stabilità geopolitica delle regioni in cui vengono prodotti. Ne risulta una catena di interdipendenze in cui energia, acqua, agricoltura e commercio sono strettamente intrecciati. Come evidenziato da analisi del World Economic Forum, un’interruzione nella fornitura dei fertilizzanti può tradursi rapidamente in un aumento dell’insicurezza alimentare globale.

La dipendenza del settore da 406 grandi impianti geograficamente concentrati in soli 61 Paesi aumenta ulteriormente la vulnerabilità poiché eventuali carenze idriche locali possono ridurre la produzione di ammoniaca e propagarsi a livello globale attraverso reti commerciali altamente interconnesse. Inoltre, cinque esportatori (Cina, Russia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar) rappresentano circa la metà dell’export globale di fertilizzanti, collegando la sicurezza alimentare di 637 milioni di persone a produzioni spesso situate in aree soggette a stress idrico (vedi figura qui sotto).

In questo sistema, il Medio Oriente occupa una posizione centrale sia come produttore di gas sia come esportatore di fertilizzanti. Circa il 30% del commercio globale di questi prodotti passa ancora una volta attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo l’intero sistema estremamente vulnerabile a interruzioni. Non a caso, la riduzione del traffico nello stretto ha avuto effetti immediati sui mercati internazionali e anche i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati, con incrementi particolarmente marcati in Paesi già fragili. Tali incrementi si trasferiscono poi lungo la filiera alimentare, contribuendo a un rialzo dei prezzi dei generi alimentari su scala globale. Nel marzo 2026, il prezzo dell’urea è aumentato del 29,82%, e del 94,37% rispetto allo stesso periodo del 2025 (vedi figura qui sotto).

A tutto ciò si aggiunge un ulteriore fattore di rischio legato alla produzione stessa dei fertilizzanti. Eventuali interruzioni in grandi impianti, come nel caso di uno dei massimi stabilimenti di urea al mondo in Qatar[3], possono ridurre in modo significativo l’offerta globale. Trattandosi di strutture altamente concentrate e strategiche, ogni fermo produttivo riduce la disponibilità di fertilizzanti sul mercato internazionale, contribuendo a generare tensioni sui prezzi e ad amplificare la volatilità lungo l’intera filiera agricola.

Reti vulnerabili

A rendere questo sistema ancora più complesso interviene la crescente digitalizzazione delle infrastrutture. Negli ultimi due decenni, il Medio Oriente ha investito in modo massiccio in tecnologie avanzate per la gestione dell’acqua e dell’agricoltura. Impianti di desalinizzazione, reti idriche urbane, sistemi di irrigazione e tecnologie agricole sono oggi controllati da piattaforme digitali, sensori e algoritmi.

Il progresso tecnologico ha migliorato l’efficienza e la resilienza dei sistemi, ma ha anche introdotto nuove vulnerabilità. Un attacco informatico può oggi interrompere la distribuzione dell’acqua o compromettere il funzionamento di un impianto senza causare danni fisici visibili. Ed è proprio in contesti di tensione geopolitica che questa possibilità assume un significato strategico.

La maggior parte degli impianti di dissalazione è concentrata nel Golfo Persico, dove l’abbondanza di combustibili fossili ha favorito lo sviluppo di questa tecnologia[4]. I primi sistemi, basati su processi evaporativi, erano estremamente energivori e potevano funzionare in modo sostenibile solo in contesti con ampia disponibilità di energia a basso costo. Un esempio emblematico è Dubai, che ospita l’impianto di Jebel Ali[5], divenuto simbolo sia di prosperità sia della capacità di garantire risorse idriche in un ambiente naturalmente arido.

Nei Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) sono presenti circa 400 impianti, che producono quasi il 40% dell’acqua desalinizzata nel mondo. Questa dipendenza è particolarmente evidente a livello nazionale: in Kuwait circa il 90% dell’acqua potabile proviene dalla dissalazione, in Oman l’86%, in Arabia Saudita il 70% e negli Emirati Arabi il 42%[6]. In totale, circa 100 milioni di persone nella regione fanno affidamento su queste fonti. Anche Israele, nonostante abbia uno dei sistemi idrici più avanzati al mondo, ricava circa l’80% dell’acqua potabile proprio dal processo di desalinizzazione[7].

Questa forte dipendenza espone la regione a nuovi rischi strategici: i primi attacchi iraniani contro impianti in Bahrein e i raid aerei che hanno colpito un complesso di 43 impianti in Arabia Saudita mostrano come queste infrastrutture siano diventate obiettivi sensibili nei conflitti. L’Iran è uno dei Paesi più aridi della regione, con l’agricoltura consuma oltre l’87% delle risorse idriche nazionali. Negli ultimi decenni, la pressione è diventata sempre più intensa.Dal 2003 al 2019, le riserve idriche totali si sono ridotte di oltre 200 miliardi di metri cubi, superando il consumo nazionale annuo[8].

A rendere il quadro ancora più fragile contribuiscono cambiamento climatico, desertificazione, crescita demografica e politiche di gestione spesso inefficienti, condizioni che accomunano diversi Paesi dell’area. Paesi altamente tecnologizzati come Israele hanno già sperimentato tentativi di attacchi informatici alle infrastrutture idriche[9], evidenziando la rilevanza di questo nuovo dominio di conflitto. In una regione caratterizzata da scarsità idrica, anche un’interruzione temporanea può avere conseguenze immediate.

Non solo acqua e infrastrutture idriche rappresentano un bersaglio sensibile per la cybersicurezza. Anche le strategie volte a ridurre la dipendenza dalle importazioni alimentari possono essere potenziali obiettivi di attacchi informatici. In questo contesto rientrano le gigafarm ad alta tecnologia, le serre intelligenti e, più in generale, i sistemi di agricoltura automatizzata. Queste infrastrutture, essendo fortemente digitalizzate e interconnesse, fanno sì che un’eventuale intrusione possa compromettere la produzione, alterare i dati agronomici o interrompere intere filiere alimentari, con impatti diretti sulla sicurezza nazionale.

Inoltre, il contesto geopolitico contribuisce ad amplificare tali vulnerabilità. Il conflitto in Medio Oriente sta anche rallentando, almeno in parte, gli investimenti e la realizzazione di grandi progetti agricoli innovativi con tempistiche più dilatate e maggiore cautela da parte degli investitori. Il cyberspazio diventa così un’estensione del campo di battaglia, in cui le risorse naturali non vengono distrutte direttamente, ma rese inaccessibili attraverso la manipolazione dei sistemi che le gestiscono.

Instabilità globale

Il fulcro delle tensioni contemporanee è la convergenza di più fattori: la crisi si manifesta quando diverse vulnerabilità interagiscono tra loro, innescando reazioni a catena complesse da governare. E il Medio Oriente contemporaneo ne è un pericoloso esempio: l’acqua non scorre solo nei fiumi ma nei mercati globali, nei gasdotti e nei codici informatici.

L’analisi delle tensioni contemporanee nel Medio Oriente suggerisce un cambiamento di paradigma. Se in passato il problema principale era la scarsità di risorse, oggi il nodo centrale è rappresentato dalla vulnerabilità dei sistemi che le distribuiscono. Acqua, cibo ed energia continuano a essere elementi fondamentali della sicurezza, ma il loro controllo non si esercita più soltanto sul piano territoriale. Esso si estende alle reti globali, alle infrastrutture tecnologiche e alle catene di approvvigionamento che collegano regioni distanti.

In questo nuovo scenario, anche conflitti apparentemente locali possono avere conseguenze globali, poiché colpiscono nodi strategici di sistemi interconnessi. Il Medio Oriente, da questo punto di vista, non è un’eccezione, ma un laboratorio anticipatore di dinamiche che potrebbero caratterizzare sempre più il futuro. La vera sfida non è quindi semplicemente garantire l’accesso alle risorse, ma rafforzare i sistemi che le rendono disponibili.


[1] Nel 1993, John Anthony Allan fu il primo a introdurre il concetto di acqua virtuale. Anche se ancora dibattuto negli ambienti scientifici, questo concetto è un approccio che aiuta a valutare i reali costi ambientali e l’effettivo utilizzo idrico per ogni bene che viene consumato.

[2] I fertilizzanti azotati si ottengono dal gas naturale attraverso il processo Haber-Bosch che trasforma il metano in ammoniaca, utilizzata come materia prima per produrre fertilizzanti come urea o nitrato di ammonio.

[3] In seguito alla decisione di QatarEnergy di interrompere la produzione di GNL, il 3 marzo scorso è stata interrotta anche la produzione di alcuni prodotti derivati tra cui urea, metanolo, alluminio e polimeri.

[4] La sperimentazione con le tecnologie di desalinizzazione risale al 1890 e fu una risposta al fabbisogno idrico dei pellegrini diretti alla Mecca. Tuttavia, fu solo negli anni ‘50 che vennero realizzati i primi impianti di desalinizzazione moderni in Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita e Qatar.

[5] L’impianto di Jebel Ali è tra le icone del settore della dissalazione. Realizzato da Fisia Italimpianti e completato nel 2012, è in grado di generare 636.000metri cubi d’acqua al giorno. Le sue otto unità di dissalazione sono tra le più grandi al mondo, producendo80.000 m³/giorno di acqua ciascuna.

[6] The Costs and the Benefits of Water Desalination in the Gulf. Arab Center Washington DC, 2023.

[7] Israel’s sustainable water management plans. Organization for Economic Cooperation and Development, International Programme for Action on Climate, 2022.

[8] Bayat-Afshary N., M. Danesh-Yazdi, F. Shakeri. (2025). Machine learning projections of Iran’s water scarcity response to climate-land use synergies. Journal of Hydrology: Regional Studies, Volume 6.

[9] Nel 2020, secondo una dichiarazione della Direzione Nazionale per la Sicurezza Informatica israeliana, c’è stato un tentativo di attacco informatico che ha preso di mira i sistemi di comando e controllo degli impianti di trattamento delle acque reflue, delle stazioni di pompaggio e delle infrastrutture fognarie dell’Autorità Idrica.

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Paola Ottino Laureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, ha conseguito una specializzazione post-laurea presso l’Università dell’Aquila e un Master of Science allo University College of Cork (Irlanda). Docente a contratto all’Università di Trieste, dove ha tenuto il corso in Studi Strategici, ha un insegnamento intitolato Il ruolo delle risorse naturali nelle crisi internazionali. Ha anche insegnato all’Università di Roma La Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, all’Università dell’Aquila e a quella di Chieti-Pescara. Giornalista pubblicista, è ufficiale superiore dell’Esercito italiano. In qualità di specialista funzionale in materia di problematiche ambientali, ha prestato servizio in vari reparti, tra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito, il Comando Truppe Alpine e il Nato Rapid Deployable Corps. È qualificata Specialista Cimic e Specialista di II livello in sistemi software GIS.

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