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Branko Marcetic 16/04/26
Il caos e la distruzione causati da Donald Trump sono stati facilitati dall’espansione del potere esecutivo. I Democratici, invece di smantellarlo, lo hanno proseguito e dilatato
Quando Donald Trump ha apparentemente minacciato di spazzare via l’Iran la scorsa settimana, c’è stato un momento di mobilitazione generale. Alcuni Democratici al Congresso hanno nuovamente chiesto l’approvazione di una risoluzione sui poteri di guerra (Wpr), sperabilmente con una maggioranza bipartisan in grado di superare il veto presidenziale, per porre fine alla guerra di Trump.
Altri, come il senatore Ed Markey (D-MA), hanno insistito sul fatto che una Wpr «non fosse sufficiente» e che il presidente debba essere rimosso attraverso il Venticinquesimo Emendamento o l’impeachment. Altri ancora sostengono che non sia sufficiente e che l’unica vera soluzione sia quella di garantire che un Partito repubblicano che sostiene Trump con fedeltà incondizionata venga «annientato alle prossime elezioni e a quelle successive».
In realtà, nessuna di queste opzioni è una risposta sufficiente. Il caos e il crescente pericolo della presidenza Trump richiedono cambiamenti più radicali nella politica estera statunitense e nei poteri del ramo esecutivo, ben oltre il semplice contenimento della figura di Trump o la sconfitta dei Repubblicani alle elezioni.
Stiamo vivendo il futuro che un coro di Cassandre a difesa delle libertà civili, inclusa questa rivista, aveva predetto da anni: ovvero che, se lasciata inalterata, la radicale espansione dei poteri presidenziali in materia di guerra e di sicurezza nazionale, giustificata dalla «guerra al terrorismo», sarebbe un giorno finita nelle mani di qualche irresponsabile e pericoloso che avrebbe usato questo potere smisurato a fini terribili. L’unica cosa sorprendente dell’uso e dell’abuso di quest’autorità esecutiva da parte di Trump è la rapidità con cui siamo giunti a questo scenario da incubo.
Non saremmo arrivati alla deportazione di centinaia di uomini in un carcere di tortura salvadoregno da parte di Trump senza l’uso delle «extraordinary renditions» di George W. Bush. Non saremmo arrivati alla stretta sull’immigrazione senza l’arresto di centinaia di migranti di colore da parte di Bush per combattere il «terrorismo». E non saremmo arrivati agli attuali tentativi di reprimere il dissenso interno senza l’abuso del termine «terrorismo» da parte di Bush e la sorveglianza di musulmani e dissidenti.
Non avremmo Trump che fa saltare in aria barche a caso in acque internazionali senza il programma di omicidi mirati con droni di Barack Obama. Non avremmo il rapimento dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro senza l’espansione delle incursioni e delle operazioni delle forze speciali, come l’assassinio di Osama bin Laden, voluta dall’ex professore di diritto costituzionale. E non avremmo le molteplici guerre non dichiarate di Trump contro l’Iran senza Obama che semplicemente ignorava il War Powers Act conducendo una guerra non dichiarata per il cambio di regime contro la Libia, insieme a decenni di precedenti presidenti dediti ai giochi linguistici per ridefinire la guerra in modi che non richiedevano l’autorizzazione del Congresso.
La semplice rimozione di Trump dal potere non cancellerà questi o nessuno degli altri decisivi poteri della presidenza imperiale.
Non molto tempo fa, porre fine agli eccessi di Bush dopo l’11 settembre era un tema ricorrente nella retorica Democratica. Durante le primarie presidenziali del 2007, i principali candidati si sono affrettati a promettere di porre fine all’abuso di potere del ramo esecutivo e di ripristinare i limiti costituzionali. Obama era uno di questi, preoccupato per come l’indebolimento delle libertà civili statunitensi avesse danneggiato «la nostra reputazione nel mondo» e giurando di fare in modo che il suo procuratore generale «esaminasse ogni singolo ordine esecutivo» emesso da Bush che «minasse la nostra Costituzione o sovvertisse le nostre libertà civili».
Ma quel discorso svanì con le primarie del 2008. Il programma Democratico di quell’anno a malapena menzionava le libertà civili. Una volta che Obama vinse, invece di sfruttare quel momento epocale per spazzare via la presidenza imperiale di Bush, i Democratici la fecero propria, anzi, l’ampliarono in modi nuovi e persino più illegali. Purtroppo, questo non fu merito solo dell’élite: i sondaggi mostrarono che gli elettori progressisti appoggiavano in modo schiacciante l’uso spesso orribile dei droni da parte di Obama, salvo poi tornare a indignarsi non appena un Repubblicano tornò alla Casa Bianca.
Questo ciclo non può continuare a ripetersi. Non possiamo vivere quest’ultimo anno nel panico per l’abuso di potere di Trump, lamentandoci – proprio come faceva l’America liberale sotto Bush – che una persona così sconsiderata possa avere a sua disposizione tali poteri, praticamente senza nulla che possa fermarlo, al punto da poter decidere di sganciare una bomba atomica su un paese per poi tornare indietro. Non c’è persona al mondo a cui si possa affidare un potere simile, men che meno quando non c’è alcuna garanzia che un essere umano altrettanto irresponsabile non venga mai più eletto alla presidenza degli Stati uniti.
Un futuro Congresso a maggioranza Democratica dovrebbe riprendere il lavoro abbandonato da Obama e dalla vecchia guardia del partito: imporre limiti rigorosi all’uso dei droni, limiti che non possano essere alternativamente allentati e inaspriti a seconda del presidente in carica, vietando esplicitamente le «uccisioni mirate» e qualsiasi altro tentativo di aggirare il divieto di assassinio già esistente;
abrogare definitivamente l’Autorizzazione all’uso della forza militare del 2001, ripetutamente abusata dai presidenti per combattere guerre spesso segrete in tutto il mondo;
porre fine alla sorveglianza di massa, sia nella forma delle perquisizioni senza mandato della National Security Agency, che i Democratici hanno addirittura ampliato sotto la presidenza di Joe Biden, sia nello spionaggio senza mandato che il Dipartimento per la Sicurezza Interna e altre agenzie conducono ora tramite intermediari privati di dati;
chiudere il campo di prigionia di Guantanamo Bay, dove Trump sta cercando di inviare i migranti;
istituire una versione del XXI secolo della Commissione Church per indagare e smascherare gli abusi in materia di sicurezza nazionale.
Tutto ciò rappresenterebbe un buon inizio per riportare i poteri del presidente in materia di «sicurezza nazionale» a un livello più ragionevole e sensato, e contribuirebbe a garantire che il prossimo Trump non abbia mano libera per bombardare, iniziare guerre e perseguitare i suoi nemici politici a piacimento.
Purtroppo, l’establishment Democratico sembra attualmente intenzionato a riproporre questo ciclo tra qualche anno: membri chiave del gruppo parlamentare Democratico al Congresso sono in procinto di autorizzare nuovamente una delle componenti più scandalosamente abusate dell’apparato di spionaggio interno post-11 settembre, nonostante abbiano messo in guardia incessantemente per un decennio sulle ambizioni dittatoriali di Trump.
Se la lotta per la democrazia americana – o la lotta per «No Kings», come l’hanno definita gli attivisti liberal – deve avere un significato, non può limitarsi alla sola questione delle frodi elettorali. Deve smantellare il sistema che ha conferito al presidente degli Stati uniti un potere globale dispotico, di cui nessun monarca nella storia dell’umanità ha mai goduto. Altrimenti, rischieremo di dover rivivere tutto questo presto.
*Branko Marcetic lavora a JacobinMag ed è autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.