dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
Redazione di Mario Sommella (*)
L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO
C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.
Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.
Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.
Non è una coincidenza. È una connessione.
La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta
I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.
Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.
La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.
La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica.
Ed è qui che il cerchio si chiude: perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite. Ha bisogno di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.
Dalla crisi sociale all’autoritarismo: il terreno fertile del nuovo fascismo
Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato. E quel qualcosa ha sempre lo stesso nome: welfare.
Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.
È in questo vuoto che crescono le destre radicali.
Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, identitaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il migrante, il diverso, il dissenso.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale.
Un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.
La grande ipocrisia delle istituzioni: pace a parole, guerra nei bilanci
C’è un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia.
Governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.
La verità è che le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi.
E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra.
Non è un errore. È una scelta politica. Una scelta che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.
Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.
Opposizioni senza coraggio: il vuoto politico che alimenta il disastro
Ma c’è una responsabilità che non può essere ignorata: quella delle forze di opposizione.
In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo. Non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale.
Serve rimettere al centro la giustizia sociale.
Sanità pubblica universale. Istruzione accessibile e di qualità. Politiche per i giovani. Investimenti nella transizione ecologica. Diplomazia e cooperazione internazionale al posto della militarizzazione.
E invece troppo spesso assistiamo a un’opposizione timida, subalterna, incapace di rompere davvero con il paradigma dominante.
Così il campo resta libero.
E il vuoto viene riempito da chi offre risposte semplici, autoritarie, spesso violente.
Un bivio storico: guerra permanente o giustizia sociale
Siamo dentro un passaggio storico.
Da una parte c’è la strada che stiamo percorrendo: riarmo, conflitti, disuguaglianze crescenti, regressione democratica. Una traiettoria che rischia di portarci verso una normalizzazione della guerra e una progressiva erosione delle libertà.
Dall’altra c’è un’alternativa che esiste, ma che richiede coraggio politico: disarmo, redistribuzione, diritti, cooperazione tra i popoli.
Non è un’utopia. È una necessità.
Perché continuare su questa strada significa accettare un mondo sempre più violento, ingiusto e autoritario. Significa consegnare il futuro a un sistema che ha bisogno della guerra per sopravvivere.
E un sistema che ha bisogno della guerra non può essere democratico.
La domanda, a questo punto, non è più se siamo in pericolo.
La domanda è: chi avrà il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?
Fonti:
SIPRI – Military Expenditure Database
Rete Italiana Pace e Disarmo
Global Campaign on Military Spending (GCOMS)
(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com