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28.04.26 – Lorenzo Poli
(Foto di cappellani-militari – Faro di Roma)
(… prosegue dall’articolo Il concetto di “guerra giusta” nella Chiesa Cattolica)
Sicuramente uno degli aspetti strutturali che la Chiesa deve rivedere con lucidità è la presenza dei cappellani militari, figura di un sacerdote cattolico che fornisce “assistenza spirituale al personale delle Forze Armate italiane e alle loro famiglie”. Così viene definito. In realtà si tratta di una piccola casta di clero privilegiata completamente a carico dello Stato, avente pari trattamento dei membri dell’apparato militare.
Presenti al fianco dei militari già prima dell’unità d’Italia, il ruolo dei cappellani militari è stato via via sempre più formalizzato e strutturato. Il 6 marzo del 1925 nasce l’Ordinariato militare per l’Italia, al quale è stato assegnato il compito dell’assistenza spirituale nelle forze armate.
I cappellani godevano di status ufficiale e di grado militare (tenente o capitano), integrandosi pienamente nella catena gerarchica dell’esercito.
La figura del cappellano militare ha rappresentato, durante la Seconda Guerra Mondiale, un elemento complesso e controverso della vita dei soldati al fronte. Sebbene svolgessero un ruolo pragmatico attraverso funzioni religiose tradizionali volte a rispondere ai bisogni immediati dei soldati (conforto nelle lettere, celebrazione di matrimoni in trincea, sepolture improvvisate, celebrazione della messa, l’amministrazione dei sacramenti e l’accompagnamento dei morenti), erano chiamati anche ad incarnare un punto di riferimento morale, politico e ideologico in un contesto segnato dalla violenza e dall’orrore bellico.
Secondo Franzinelli (1991), questa istituzionalizzazione della religione castrense rispondeva a una duplice esigenza: offrire conforto spirituale ai soldati e legittimare, attraverso il linguaggio religioso, la violenza della guerra. La funzione pastorale si intrecciava inevitabilmente con la propaganda di regime. Attraverso prediche, catechesi e pubblicazioni, i cappellani contribuivano a rafforzare l’immagine della guerra come “crociata” per la patria e la civiltà cristiana. In ciò, la Chiesa cattolica collaborò a legittimare la mobilitazione di massa e i cappellani militari diventarono, in gran parte, strumenti di legittimazione della violenza.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, una parte dei cappellani aderì alla Repubblica Sociale Italiana, continuando a svolgere assistenza alle truppe tedesche e repubblichine; altri, invece, di stampo antifascista scelsero fortunatamente la via della Resistenza.
In virtù di una legge del 1961, non rivista neanche dopo la riforma del Concordato del 1984 da parte di Craxi, oggi i cappellani militari sono equiparati a ufficiali delle Forze Armate.
Oggi assimilato a una diocesi, l’Ordinariato è guidato da un arcivescovo ordinario militare (ruolo ricoperto dall’aprile scorso dall’arcivescovo Gian Franco Saba), designato dal Papa e nominato con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio e dei ministri della Difesa e dell’Interno. L’Ordinario militare è coadiuvato da un vicario generale militare e da tre ispettori. Anche i cappellani militari vengono nominati con decreto del Presidente della Repubblica ma su proposta del ministro della Difesa, previa designazione dell’Ordinario Militare. L’istituzione ecclesiastica di cappellano militare e il conferimento della missione canonica sono, invece, di competenza propria dell’Ordinario Militare.
Essendo anche lui arruolato il cappellano militare, nell’assumere servizio, presta giuramento con la formula e secondo le modalità previste per gli ufficiali delle Forze armate dello Stato. Di regola indossa solo l’abito ecclesiastico previsto, salvo situazioni speciali dove è necessario indossare la divisa militare. La gerarchia prevede anche per loro i gradi militari: l’ordinario militare è equivalente al grado di generale di corpo d’armata; il vicario generale militare al grado di generale di divisione; l’Ispettore al grado di generale di brigata. Poi ci sono il 3º cappellano capo, equivalente al grado di colonnello; il 2º cappellano capo equivalente al grado di tenente colonnello; il 1º cappellano capo equivalente al grado di maggiore; il cappellano capo, equivalente al grado di capitano; il cappellano addetto, equivalente al grado di tenente e, infine, il cappellano di complemento equivalente al grado di sottotenente. Dal 1998 è stato istituito anche il Seminario Maggiore dell’Ordinariato Militare per l’Italia, denominato “Scuola Allievi Cappellani Militari”: qui i giovani possono prepararsi per essere sacerdoti al servizio pieno dell’Ordinariato.
Ai cappellani militari spetta, oltre ai gradi, anche un trattamento economico, che corrisponde integralmente a quello degli ufficiali della Forza armata presso la quale prestano servizio, secondo il grado di assimilazione. Lo stesso vale per gli altri: all’Ordinario militare, ad esempio, compete il trattamento economico previsto per il grado di generale di corpo d’armata. Stipendi che sono a carico delle casse dello Stato italiano e quindi della fiscalità generale.
Oggi sono circa 177 i cappellani attivi all’Ordinariato militare che, sommati a quelli che li hanno preceduti e sono già in quiescenza, costano agli italiani 17 milioni di euro l’anno. Nel 2015 fra effettivi e “di complemento”, realtà abolita da anni per gli ufficiali, solo di stipendi i cappellani sono costati oltre 10 milioni di euro, un terzo in più di appena due anni prima (i dati sono presi dai bilanci dei Ministeri della Difesa e dell’Economia). Sapere che siamo noi italiani a pagare 10 milioni l’anno per soddisfare esigenze terrene di uomini posti al confine tra Chiesa ed Esercito, fa pensare molto.
Un “Don Tenente” o un “Don Capitano di Corvetta”, ad esempio, guadagnano circa 4/5mila euro al mese. Sono 10mila, invece, quelli destinati al “Don Generale di Corpo d’Armata”. Secondo L’Espresso l’arcivescovo Santo Marcianò, Ordinario militare, il cosiddetto vescovo castrense, in virtù dell’equiparazione a generale di corpo d’armata può contare su 9.545 euro lordi al mese, che con la tredicesima diventano 124mila l’anno.
Niente male per chi aveva scelto di percorrere da viandante dell’anima la via di Cristo. Il cappellano militare siede in prima classe ed ha persino l’auto con autista che lo trasporta.
Con lucidità, don Tonino Bello, in un’intervista del 28 giugno 1992 a Panorama sui costi economici relativi all’integrazione organica dei sacerdoti nelle strutture militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ecclesiale. Per lui era necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri” osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no”.
Pax Christi ha affrontato il problema a partire dal Convegno sui cappellani militari del novembre 1997 e, nel novembre 2013, nella rivista “Mosaico di pace” è stato pubblicato il dossier “Sacerdoti, padri e generali”. Il 7 novembre 2015, un seminario presso la Casa per la pace ha affrontato la questione proponendo al Convegno della Chiesa italiana, svoltosi a Firenze pochi giorni dopo, il superamento della figura del “prete soldato” o, meglio, del “prete ufficiale”.
Nel 2019 sarà Papa Francesco a riportare il dibattito sulla figura dei cappellani militari, esortandoli ad un scelta di campo irreversibile per la pace e il disarmo, ma ciò non è bastato perchè nulla ne ha conseguito a livello istituzionale.
A novembre 2025 i Radicali Italiani hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di verificare la legittimità e l’economicità della spesa pubblica destinata ai cappellani militari. “Ogni anno lo Stato spende oltre dieci milioni di euro per finanziare un servizio religioso interno alle Forze Armate, con preti in uniforme e elevati stipendi a carico dei contribuenti” – ha dichiarato il segretario dei Radicali Filippo Blengino. Sottolineando le recenti modifiche ai limiti di età “in modo da consentire un ampliamento dell’organico e una permanenza più lunga nel servizio religioso militare”, per Blengino c’è il rischio “di aumentare ulteriormente la spesa pubblica e di rafforzare un privilegio confessionale incompatibile con la laicità della Repubblica”. “La fede è una scelta personale; la laicità è un dovere dello Stato. Chiediamo che la Corte dei Conti del Lazio accerti se questo uso di fondi pubblici sia conforme alla Costituzione e all’interesse generale dei cittadini”, conclude la nota del segretario del Radicali.
A dicembre 2025 – su un altro fronte – è stata la Cei ad aprire una riflessione sul ruolo dei cappellani militari. L’argomento è stato affrontato dalla Conferenza Episcopale Italiana nella nota pastorale “Educare alla pace disarmata e disarmante”, approvata dall’assemblea generale che si è svolta ad Assisi. Dopo aver criticato la corsa al riarmo, parlato di obiezione di coscienza e servizio civile obbligatorio, i vescovi hanno anche dedicato un paragrafo della nota proprio alla “testimonianza ecclesiale di pace entro le Forze armate”.
La Cei ha aperto una riflessione chiedendo che i cappellani siano meno legati all’esercito per parlare di più di pace: “Ci chiediamo però anche se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare“. In questo modo, si legge nella nota pastorale, le nuove figure “consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici”.
Come scriveva padre Alex Zanotelli nell’editoriale di marzo 2018 di Mosaico di Pace: “Chi ha voluto questa Intesa? Forse la Conferenza Episcopale Italiana? O forse l’Ordinario militare, il vescovo responsabile dei cappellani militari? Chiunque abbia deciso, una cosa mi sembra chiara: questa decisione è in contrasto con il magistero di papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma stride soprattutto con il Vangelo, perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze Armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. È questo che è avvenuto nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia. E per fare questo, il bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo contrasta con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture.”
L’annuncio evangelico è conciliabile con l’appartenenza ad una struttura come quella militare, ancora più nella situazione attuale, in cui non esiste più un esercito di leva ma solo di professionisti?. E ancora: Come conciliare Vangelo e stellette, coscienza e obbedienza a ordini militari e di guerra? Si può benedire una guerra? Si possono benedire le armi oggi come nel Medioevo, come ai tempi delle crociate e della Dottrina della Scoperta? Ma soprattutto, oggi si posso benedire le armi e le azioni militari? Perché una Diocesi Militare? E il comandamento non uccidere? L’amore per il nemico e il “porgere l’altra guancia”?
Queste evidentemente, vanno bene fin quando fan parte del “folklore” popolare, della cultura di massa e della retorica, in parte, istituzionale all’interno della Chiesa; ma quando si tratta scendere nella realpolitik, questi temi non si affrontano. I cappellani militari sono uno dei retaggi obsoleti e vergognosi della Chiesa moderna.
Ciò fa ritornare alla mente la famosa Lettera ai cappellani militari del 1965 di Don Lorenzo Milani, che nel 1968 finì sotto processo per aver scritto quella lettera aperta pubblicata su Rinascita: “Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo e della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona”.
Da anni il movimento cattolico internazionale pacifista Pax Christi si batte per la smilitarizzazione dei cappellani militari, sottolineando l’insensatezza della nomina di Papa Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano.
L’enfasi sulla “militarità” come condizione necessaria per svolgere il ministero sacerdotale nelle Forze armate (S. Marcianò, Radio Vaticana, 29 aprile 2016) risulta inadeguata rispetto all’universale impegno per la pace, motivato dal Vangelo, unica fonte della testimonianza cristiana e dell’azione ecclesiale (per i credenti).
In questo senso si evidenzia l’anacronismo ecclesiologico tra la struttura di “Chiesa castrense” e i nuovi compiti affidati a credenti per organizzare “il disarmo integrale”, come insegna proprio Giovanni XXIII nella sua Pacem in terris. Il Concilio Vaticano II invitava i sacerdoti presenti tra i soldati a operare in ambito diocesano territoriale (Christus dominus 43).
Sarà bene rileggere i testi del Concilio, la Pacem in terris, l’Evangelii gaudium così come l’Appello alla Chiesa italiana sottoscritto da Pax Christi International, dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e da altre istituzioni e organizzazioni per promuovere la centralità della nonviolenza evangelica con il fine di smilitarizzare o abolire questo ordine obsoleto per riconvertirlo in azione di pace e fratellanza
Bibliografia essenziale
- Chiesa, P. (2011). Dio e patria. I cappellani militari lombardi nella Seconda Guerra Mondiale. Milano: Unicopli.
- Coulter, D. G. (1998). Church of Scotland Army Chaplains in the Second World War. Tesi di dottorato, University of Edinburgh.
- Franzinelli, M. (1991). Il riarmo dello spirito. I cappellani militari nella seconda guerra mondiale. Brescia: Morcelliana.
- Franzinelli, M. (1993). I cappellani militari italiani nella Resistenza all’estero. Roma: Commissione per lo studio della Resistenza dei militari italiani all’estero.
- Franzinelli, M. (1995). La religione castrense tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica. In: Italia contemporanea, n. 200, pp. 567-590.
- Robinson, A. (2008). Chaplains at War: The Role of Clergymen During World War II. London: I.B. Tauris.
- ResearchGate (2006). Totalitarianism: German Military Chaplains in World War II and the Dilemmas of Legitimacy. Disponibile su: researchgate.net.
- Ordinariato Militare per l’Italia (1925-1945). Documenti e relazioni.
- 1940-1945. I Cappellani militari della Seconda guerra mondiale. Cronografia degli incarichi – Mobilitati – Caduti – Dispersi – Decorati. Statistica completa. A cura di Don F. Marchisio. Scarica PDF