La città abbandonata sull’Eufrate

Dal blog https://lorenzotrombetta.substack.com/

Lorenzo Trombetta mag 04, 2026

Sull’Eufrate siriano sorge una città. E’ Deir ez-Zor, capoluogo dell’omonima regione orientale al confine con l’Iraq. La città porta addosso la guerra come una polvere che non va via. In alcuni quartieri la vita si è ritirata, lasciando dietro di sé strade svuotate e case aperte come ferite. I servizi sono scomparsi, o sopravvivono in forme minime, e nessuno sembra venire a rimettere ordine, a ricostruire, a riportare un filo di normalità in questi luoghi spezzati.

Così raccontano gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani: i quartieri di Rashidiye, Hamidiye, Sinaa, Ardi, Jbeile, Sheikh Yassin e Urfi sono stati colpiti senza tregua. I bombardamenti e i combattimenti, negli anni del regime dissolto, li hanno trasformati lentamente, fino a renderli quasi irriconoscibili. Le case sono distrutte, le strade cambiate, i punti di riferimento cancellati, come se la città fosse stata riscritta senza memoria.

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In alcuni di questi quartieri la distruzione supera l’80 per cento. Intere zone non sono più abitabili. Le macerie stanno lì, ferme, e nessuno le rimuove. Non ci sono cantieri, non ci sono lavori di recupero. Le reti dell’elettricità, dell’acqua, delle fognature sono spezzate, e la città vive in una precarietà che sembra definitiva.

Anche gli ospedali hanno smesso di funzionare. Alcuni sono chiusi, altri danneggiati e inutilizzabili, come l’ospedale al Hafiz, al Saai e al Nur. La capacità di curare è crollata, e ogni emergenza diventa difficile da gestire, spesso impossibile dentro la città.

Le parole degli abitanti tornati nei loro quartieri hanno un tono quieto, quasi trattenuto. “Siamo rientrati e abbiamo trovato la casa ridotta a macerie. Anche la strada è cambiata, non riconosciamo più il quartiere”, dice un uomo di Rashidiye. Un altro, ad Ardi, parla della distanza dagli ospedali: “Se succede qualcosa dobbiamo andare lontano, non c’è nulla vicino”. A Jbeile qualcuno aggiunge che la paura continua: anche gli edifici ancora in piedi possono crollare in qualsiasi momento, e non c’è alcun intervento.

Chi torna a Deir ez Zor trova una città che non lo aspetta. Mancano i servizi, manca l’aiuto per ricostruire le case, e ogni edificio può diventare un pericolo. La vita quotidiana si muove dentro queste incertezze, tra quello che è stato distrutto e quello che resta sospeso.

Deir ez Zor resta una delle città più segnate dalla guerra. Ovunque si vedono i suoi effetti, e la gente continua a chiedere che si cominci davvero a ricostruire, che tornino almeno i servizi essenziali. Molti di quelli che vivono nei campi o in altre città vorrebbero rientrare. Ma non ci sono segnali. Le case non vengono ricostruite, i quartieri restano così, sospesi, come se il tempo si fosse fermato nel momento della distruzione.

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