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5 Maggio 2026 Dario Lucisano
Seppure su scala ridotta, i combattimenti in Asia Occidentale stanno ricominciando. Tutto è iniziato dall’avvio dell’operazione “Project Freedom” da parte di Washington volta a «ripristinare la libertà di navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz». In risposta al suo cominciamento, l’Iran ha affermato che qualsiasi intervento nello Stretto sarebbe stato considerato una violazione del cessate il fuoco e Trump ha risposto con le sue ormai rituali dichiarazioni dal tono oscillante tra il minaccioso e l’accomodante.
Da lì, l’escalation: entrambe le parti hanno annunciato di avere attaccato navi nemiche, e nel tardo pomeriggio, dopo una giornata di tensioni, gli Emirati hanno accusato l’Iran di avere scagliato un attacco contro il porto di Fujairah, la principale infrastruttura petrolifera del Paese. Attacchi di minore intensità sono stati segnalati anche in Oman, segnando la prima ripresa di ostilità diffuse dall’annuncio di cessate il fuoco. Intanto, davanti a una tregua sempre più fragile, i negoziati risultano ancora in stallo.
In questo momento, la situazione tra USA e Iran risulta particolarmente tesa. Dopo il lancio dell’operazione “Project Freedom”, il CENTCOM ha annunciato il dispiegamento di un cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 aerei terrestri e marittimi, piattaforme senza pilota multidominio e 15.000 truppe che – secondo le ricostruzioni dei media statunitensi – avrebbero il compito di fornire indicazioni alle compagnie di navigazione segnalando la presenza di mine.
Con l’avvio della missione sono arrivati anche i primi attacchi: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno distrutto imbarcazioni militari iraniane, informazione che l’Iran ha contestato, sostenendo che si trattasse di navi civili. Dall’altra parte della barricata, Teheran ha dichiarato di avere attaccato una fregata statunitense, e gli USA hanno a loro volta smentito la notizia. Tra i vari attacchi segnalati, anche uno a una nave cargo sudcoreana, a bordo di cui sarebbe scoppiato un incendio.
Dopo un pomeriggio di reclami, sono iniziate a suonare le campane di allarme negli Emirati Arabi Uniti. Il Paese ha segnalato attacchi ad Abu Dhabi e Dubai, e ha dichiarato di avere ricevuto un attacco con droni iraniani presso il porto di Fujairah. Fujairah ospita i più importanti impianti petroliferi emiratini e affaccia sul Golfo di Oman, qualche chilometro a sud dallo Stretto di Hormuz; l’infrastruttura costituisce l’unico sbocco sul mare del Paese che non dipende dal passaggio marittimo.
In seguito all’attacco su Fujairah, è stato segnalato lo scoppio di un incendio. Nelle medesime ore, l’Oman ha registrato un attacco su un edificio a Bukha, senza fornire ulteriori informazioni.
Dopo gli attacchi agli Emirati, la situazione si è calmata, ma la tensione è rimasta alta. L’Iran ha aspettato ore prima di commentare la vicenda, su cui in ogni caso non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale. I principali media statali e parastatali tuttavia riportano una dichiarazione di un ufficiale anonimo che avrebbe comunicato che Teheran non avesse alcuna intenzione di attaccare gli Emirati, ma ammesso velatamente di averlo fatto in risposta alle provocazioni di Trump e alla missione su Hormuz: «La Repubblica Islamica non aveva alcun piano premeditato per attaccare gli impianti petroliferi menzionati e quanto accaduto è il risultato dell’avventura dell’esercito americano per creare un passaggio per il transito illegale di navi attraverso i passaggi vietati dello Stretto di Hormuz.
L’esercito americano deve rendere conto di tutto ciò», si legge nella dichiarazione; l’ufficiale avrebbe inoltre affermato che gli USA dovrebbero smettere di usare la forza al posto della diplomazia e provare a risolvere la questione attraverso il dialogo. Anche il media libanese Al Mayadeen, ripreso dai canali iraniani, ha citato un funzionario militare, che avrebbe detto che la giornata di ieri lancia «un messaggio chiaro da parte delle forze armate iraniane agli americani: va avanti e verrai attaccato».
In questo momento il quadro resta teso. Il cancelliere tedesco Merz ha invocato la calma chiedendo alle parti di tornare a negoziare, mentre Macron ha criticato tanto gli attacchi agli Emirati quanto la missione statunitense su Hormuz, sostenendo che manchi di chiarezza e rischi di acuire le tensioni.
Dopo gli attacchi, Trump non si è ancora espresso sulla questione. I fatti di ieri costituiscono la prima reale – seppur limitata – ripresa dei combattimenti tra le parti; l’Iran sta dimostrando di non avere intenzione di permettere lo svolgimento di alcuna operazione sullo Stretto di Hormuz, né militare in senso stretto né di supporto alle navi.
I dialoghi, tuttavia, restano sostanzialmente fermi: l’ultima proposta comparsa sul tavolo è stata avanzata dall’Iran, che ha ipotizzato sessanta giorni di negoziati a due fasi per raggiungere una pace estesa nella regione – Libano compreso; Trump ha risposto di «non essere soddisfatto» dalla proposta e minacciato di riprendere a bombardare.

Dario Lucisano
Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.