Il credito sociale cinese non esiste: sveliamo una delle più longeve bufale della storia

Dal blog https://www.lindipendente.online

12 Maggio 2026 Armando Negro

Era il 25 aprile del 2015, quando, sul periodico olandese De Volkskrant, venne pubblicato un articolo che raccontava la nascita nella Repubblica Popolare cinese di un programma centrale unificato che, oltre a spiare e controllare i cittadini cinesi attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, li catalogava secondo un sistema di punteggio. Questo sistema distopico di controllo, fin troppe volte paragonato al Grande Fratello creato dalla penna di George Orwell, è rimbalzato sulle scrivanie delle redazioni di mezzo mondo e, rapidamente, le principali testate occidentali hanno colto l’occasione per lanciare l’allarme. 

«A cosa ti riferisci con “sistema cinese”?» mi domanda Lei, un giovane studente proveniente dalla provincia dello Hubei, rispondendo a un mio quesito sul fantomatico sistema di credito sociale. «Non ne so molto, onestamente. Non riguarda le persone normali, direi che al massimo funziona solo per gli imprenditori importanti» mi spiega, facendo riferimento a coloro che prendono in prestito ingenti quantità di denaro senza poi restituirle. «In quel caso il sistema li riconosce e queste persone non possono comprare biglietti del treno o dell’aereo» continua Lei, raccontando, però, le eventuali conseguenze per quegli imprenditori che si trovano a non estinguere un debito e non per chi, ad esempio, osa criticare il governo sulla rete internet cinese. 

«Molti cinesi non ne sanno nulla finché non glielo racconta un occidentale. Non è un tema di discussione quotidiano in Cina, proprio perché quel sistema non esiste nella forma immaginata» spiega Davide Martinotti, divulgatore del progetto Dazibao ed esperto in materia cinese. «Esistono anche creator cinesi che fanno contenuti su questo, reagendo a video occidentali e smontandoli con tono ironico». 

Il tam tam mediatico che si è alimentato dietro al credito sociale è frutto di gravi fraintendimenti commessi da analisti e redattori occidentali, che, nell’ottica della consueta propaganda anti-cinese, hanno soffiato sul fuoco di una notizia che, se non falsa, è stata profondamente rimaneggiata. Nonostante nel corso di questo decennio numerosi sinologi ed esperti abbiano decostruito il fenomeno, tracciandone gli aspetti rilevanti e contrastando le informazioni false o faziose, ancora oggi il mito del credito sociale viene spesso menzionato e denunciato. Dopo essere entrato a far parte della subcultura di internet, attraverso la diffusione di meme e contenuti ironici, il sistema a punteggio cinese ha trovato terreno fertile nella credenza popolare occidentale anche grazie a racconti fantascientifici e distopici. Fra tutti spicca il caso della serie Black Mirror, prodotta tra il 2011 e il 2025 e resa popolare dalla piattaforma di streaming Netflix. Nell’episodio intitolato “Caduta Libera” della terza stagione di questo sceneggiato, viene raccontato un sistema di valutazione a punteggio virtuale tra cittadini e le similitudini tra la trama dell’episodio e la presunta realtà cinese hanno contribuito ad alimentare le fake news. «Black Mirror, l’incubo del punteggio social in Cina è quasi realtà» titolava Wired nel 2016. 

Una guardia di sicurezza fa compagnia a una commerciante nel Giardino botanico di Xiamen. Foto di Armando Negro

Possiamo quindi dire con certezza che in Cina un sistema di credito sociale unificato a carattere nazionale basato su un punteggio non sia attualmente in vigore, ma nonostante ciò è necessario fare chiarezza sui vari sistemi di controllo e rating che hanno portato a questa confusione mediatica. 

Nella Repubblica Popolare cinese sono stati introdotti dei sistemi di affidabilità creditizia già dai primi anni del secondo millenio, ispirati a modelli di valutazione del credito vigenti in Paesi come la Germania e gli Stati Uniti d’America

Il termine “credito sociale” appare ufficialmente per la prima volta nel giugno del 2014, in seguito alla pubblicazione da parte del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare di un avviso sulle linee guida da seguire per «un piano d’attuazione del sistema di credito sociale» tra il 2014 e il 2020. Secondo il documento ufficiale il modello avrebbe l’obiettivo di migliorare fiducia e affidabilità all’interno della società, con un focus specializzato su aziende, entità pubbliche e istituzioni. Il sistema si baserebbe sulla raccolta di dati e informazioni da sintetizzare all’interno di database. Quello che in questa occasione prende il nome di “credito sociale”, in inglese è notoriamente definito come data governance, ovvero l’insieme di raccolta, gestione e utilizzo di dati all’interno di un’organizzazione. 

Secondo quanto affermato da Flora Sapio nel saggio «Rettificare i nomi: il sistema di Credito Sociale, o Big Data Governance con caratteristiche cinesi» pubblicato sul periodico online Sinosfere, alla base del fraintendimento ci sarebbe un’interpretazione scorretta della traduzione del termine 社会信用 (shehui xinyong). Sebbene questo termine si possa rendere letteralmente come “credito sociale”, da un punto di vista semantico questa traduzione all’interno di un contesto linguistico diverso da quello cinese induce a pensare a un sistema di controllo, accezione che, però, nell’originale mandarino non esiste. Secondo l’autrice, quindi, questo modello è più simile a un ecosistema di gestione dati, al quale si aggiunge la necessità di valutare l’affidabilità (e di conseguenza la “moralità”) di entità come imprese e organismi pubblici. 

Un uomo trasporta sacchi con un carro motorizzato, Zhuzhou. Foto di Armando Negro

Alla base dell’ossessione da parte delle istituzioni cinesi nei confronti della valutazione dell’affidabilità c’è il contesto socioeconomico della Repubblica Popolare degli anni a cavallo tra il 1990 e il 2010. Durante i mandati del presidente e segretario del Partito Comunista cinese Hu Jintao, il Paese visse un’esplosione economica e urbanistica senza precedenti e il rapido arricchimento di una gran parte della popolazione portò alla necessità di aggiornare, o in alcuni casi creare, sistemi di credito moderni ispirati alle potenze economiche occidentali. L’aumento di capitali, la diffusione capillare di strumenti di microcredito e il bisogno di catalogare la tracciabilità delle nuove aziende sono alcuni degli elementi fondanti del documento pubblicato dal Consiglio di Stato cinese nel 2014. Come affermato dalla divulgatrice Qian Bian nel suo canale YouTube Kina, il fine dell’avviso mirava a creare registri d’informazione sul credito finanziario, database per controllare l’insolvenza dei debitori e regolamenti per le microimprese, diffuse a macchia d’olio durante quegli anni. 

Se da un lato prese piede la convinzione di aggiornare i propri metodi di catalogazione, dall’altro si vide necessario correre ai ripari per contrastare la crisi di fiducia che imperversava nella cittadinanza cinese in seguito ad alcuni scandali verificatisi nel corso del decennio antecedente. La sottovalutazione dell’epidemia da SARS nel 2003, lo scandalo del latte in polvere contaminato dalla melamina nel 2008, il crollo di edifici e infrastrutture mal costruite (definite in cinese con il termine 豆腐渣工程, edifici tofu) durante il terremoto del Sichuan del 2008 o l’incidente ferroviario di Wenzhou nel 2011 sono solo alcuni degli eventi catastrofici che hanno minato profondamente la fiducia della cittadinanza che necessitava di una risposta forte e radicale da parte delle istituzioni sulla gestione della corruzione e dell’affidabilità imprenditoriale. 

Le illazioni formulate dai media internazionali mostrano un evidente superficialità dinanzi a un documento ufficiale dal quale è possibile astrarre conseguenze distopiche solo tramite un profondo fraintendimento della situazione socioculturale della Cina dell’epoca. 

«L’abbaglio è stato determinante. È nato nel 2014 in ambienti politici occidentali (nello specifico il Pirate Party svedese) con obiettivi interni: difendere libertà digitali, criticare sorveglianza e regolazione del web» approfondisce Davide Martinotti. «La Cina diventa un caso simbolico utile, più che un oggetto analizzato con rigore. Da lì la stampa estera amplifica: prende un frame politico, lo trasforma in racconto distopico e lo ripete fino a costruire la narrativa ideologica di un sistema che nella forma raccontata non è mai esistito». 

Foto di Armando Negro

A generare ulteriore confusione e di conseguenza alimentare il fraintendimento mediatico c’è stata l’associazione erronea di un ulteriore strumento di valutazione alle linee guida tracciate dal documento sul “Credito sociale”. Nel gennaio del 2015, Ant Group, società affiliata al gruppo fondato dal magnate Jack Ma AliBaba ha creato un sistema di punteggio di credito chiamato Sesame Credit (芝麻信用, lett. Credito sesamo), nel quale ogni utente ha un punteggio di valutazione. Legato al sistema di pagamento virtuale Alipay, questo modello affida a ogni cittadino cinese iscritto sulla piattaforma un punteggio che va dai 350 ai 950 punti e chi vanta un numero elevato ha la possibilità di accedere a vari tipi di vantaggi, come l’esenzione dal deposito cauzionale per il noleggio di biciclette o l’accesso a distributori automatici digitali che non prevedono l’utilizzo di contante. D’altra parte, chi ha un punteggio basso, invece, risulterebbe avere un profilo meno affidabile, ad esempio, sulle piattaforme di vendita di prodotti di seconda mano, con conseguenze sulle vendite e sugli acquisti. È necessario sottolineare che questo sistema di credito (simile ai nostri programmi fedeltà) è limitato all’universo digitale della macroapplicazione Alipay e dei contesti con i quali collabora. 

«Ho presente il Sesame [Credit, ndr], è una roba di Alipay, ma non è niente di che. Lo vedo sempre ma non ci faccio mai caso» puntualizza N. «A me serve quando noleggio una bici o un powerbank, con un punteggio alto non devi depositare la cauzione, o in alcuni casi puoi pagare gli acquisti fatti online dopo aver ricevuto la merce». 

«La Cina vieta a 23 milioni di persone di acquistare biglietti di viaggio nell’ambito di un sistema di “credito sociale”» titolava un articolo del The Guardian nel 2019 e sebbene quest’aspetto generi confusione, vista l’associazione semantica all’interno del calderone del credito sociale, il divieto di accesso a titoli di viaggio per alcuni cittadini cinesi fa parte di un’ulteriore misura atta a contrastare la crisi di fiducia della popolazione. 

Questo sistema rientra nel modello delle “liste nere”, attraverso il quale vengono puniti i cittadini condannati dai tribunali a pagare un risarcimento in seguito a inadempienze economiche, aziendali o danni. Chi entra a far parte della lista non ha la possibilità di accedere a un certo tipo di servizi, fino a quando non avrà estinto il debito economico con la giustizia. Il veto non si applica a beni di prima necessità: le restrizioni riguardano, ad esempio, l’accesso alla prima classe nei mezzi di trasporto, soggiorni in strutture di lusso, l’iscrizione della prole in istituti d’istruzione privati e tutti quei servizi considerati non essenziali dalla legge cinese. All’interno del sistema figurano anche le aziende morose o accusate di frodi e condotta scorretta. Facendo riferimento alla necessità di perseguire l’affidabilità sociale, le aziende o i rispettivi amministratori che entrano a far parte delle blacklist vengono puniti attraverso limitazioni ai finanziamenti, visite d’ispezione frequenti e campagne di informazione alla cittadinanza, attraverso le quali i nomi delle persone interessate vengono esposti pubblicamente. 

Anziani chiacchierano di fronte al tempio Yunmen a Xiangxiang. Foto di Armando Negro

Parallelamente al sistema delle liste nere la Repubblica Popolare utilizza un modello di premiazione definito “redlist”: contrariamente a quanto accade a chi si vede costretto a risarcire debiti, in questo caso i cittadini che si sono distinti per comportamenti virtuosi vengono premiati con sconti, snellimenti burocratici o, nel caso delle aziende, oneri amministrativi ridotti. Spesso, i nomi e i volti delle persone che fanno parte delle liste rosse vengono esposti pubblicamente su pannelli informativi situati dinanzi ai rispettivi posti di lavoro. Anche in questo caso, le caratteristiche cambiano in base ai contesti locali all’interno del Paese. 

Se, come abbiamo visto, non esiste un sistema di credito sociale unificato a livello nazionale, non sono mancati casi di municipalità dove sono stati testati metodi di vigilanza basati su valutazioni a punteggio. Nella città di Rongcheng, nella provincia dello Shandong, per un periodo i comitati cittadini hanno controllato le azioni degli abitanti attribuendo a ognuno un punteggio, fino a quando il governo provinciale ha disincentivato la pratica denunciandone l’infattibilità morale. Dal 2021, lo stesso sistema è stato profondamente rimaneggiato ed è divenuto a partecipazione volontaria e legato esclusivamente a un modello basato sulla premiazione delle azioni virtuose. 

Sebbene sia chiaro che questi modelli di credito non differiscano particolarmente dai nostri sistemi di affidabilità creditizia attraverso i quali è possibile accedere, ad esempio, a finanziamenti bancari, la nostra società non può fare a meno di chiedersi quali siano i limiti etici riguardo ai dati che quotidianamente migliaia di piattaforme in tutto il mondo raccolgono, catalogano e vendono. «Così come in Cina non esiste un sistema unico, centralizzato e a punteggio che sintetizza “l’affidabilità creditizia” di una persona, allo stesso modo anche in vari Paesi occidentali esistono sistemi che frammentano la misura dell’affidabilità in tanti pezzi. La vera differenza non è tanto cosa si misura, ma come il sistema viene raccontato», afferma Davide Martinotti, accostando i vari sistemi di affidabilità creditizia nel mondo. 

Sebbene in Cina i dati raccolti non portino a valutazioni a punteggio ma restano nelle mani degli enti governativi, sappiamo che anche qui, ormai, i nostri dati non sono solo alla mercé delle multinazionali digitali che stanno alla base dei servizi che utilizziamo, ma che questi possono essere utilizzati per campagne sociali di “prevenzione dei rischi”, legati a sistemi di contrasto al terrorismo messi a punto dalle istituzioni governative e dalle rispettive forze dell’ordine. 

Mentre la stampa nostrana ci allarmava sulla minaccia incombente di un Grande Fratello di provenienza cinese, nella nostra quotidianità abbiamo ceduto i nostri dati a sistemi di analisi potenzialmente utilizzabili da chi ha il potere politico e militare. La distopia potrebbe essere già arrivata e in fin dei conti, non c’era bisogno di scomodare George Orwell. 

Avatar photo

Armando Negro

Laureato in Lingue e Letterature straniere, specializzato in didattiche innovative e contesti indipendentisti. Corrispondente da Barcellona, per L’Indipendente si occupa di politica spagnola, lotte sociali e questioni indipendentiste.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.