Il leone ferito è quello più pericoloso (e imprevedibile)

Dal blog https://www.lafionda.org

13 Mag , 2026|Paolo Arigotti

Negli Stati Uniti l’approccio della pubblica opinione rispetto alla terza guerra nel Golfo, al momento in fase di stasi, è molto variegato.

Se da un lato abbiamo i trumpiani nudi e puri, pronti a giustificare l’intervento contro l’Iran con varie ragioni – dalla necessità di indebolire la repubblica islamica, a quella di rassicurare gli alleati arabi – dall’altro ci sono gli appartenenti al mondo della destra MAGA che si sentono traditi rispetto alle promesse elettorali del tycoon, il quale invece di occuparsi dei problemi interni, impegna tempo e risorse in un conflitto che si sta dimostrando assai difficoltoso di come veniva presentato coi facili trionfalismi dei primi giorni; oltretutto rischiando di minare alla radice il mito e la credibilità della potenza militare a stelle e strisce, degenerando in una sconfitta tanto clamorosa, quanto imprevista (non da tutti).

Statisticamente parlando, risulta prevalente un terzo filone di pensiero, quello che potremmo ricondurre alla maggioranza silenziosa, nella quale confluiscono tutti coloro che, pur non approvando la guerra, rimangono sostanzialmente indifferenti, nel senso che semplicemente non fanno nulla.

Ora se nella fazione dei sostenitori dell’aggressione contro l’Iran possiamo certamente annoverare i nostalgici della supremazia militare USA e i filoisraeliani più radicali, a cominciare dagli evangelici sionisti, assieme a lobby e think tank riconducibili questo filone, tra i più scettici troviamo quelli che hanno preso atto delle dichiarazioni di Joe Kent, ex direttore del Centro federale Antiterrorismo, dimessosi in dissenso con la scelta trumpiana di muovere guerra, ma anche dell’inchiesta pubblicata dal New York Times, che pur nel diverso approccio giungono sostanzialmente alle stesse conclusioni: un’operazione bellica fomentata e voluta da Benjamin Netanyahu, che sarebbe riuscito a convincere il Presidente della rapida soluzione, che avrebbe condotto al cambio di regime a Teheran, ignorando totalmente il parere opposto espresso da CIA, alti ufficiali e intelligence.

Il problema è che nonostante la presenza, più o meno ufficiale, di voci dissonanti, nell’Amministrazione presidenziale sembra prevalere un approccio che potremmo definire di mutismo e rassegnazione. E coloro che osano manifestare posizioni contrarie alle decisioni prese dal vertice vengono condannati all’isolamento e/o al licenziamento, come dimostrano le migliaia di funzionari pubblici destituiti dall’incarico e diversi alti ufficiali delle forze armate, mentre il Consiglio di sicurezza nazionale, tradizionale filtro per le decisioni presidenziali sulle questioni strategiche, si presenta sempre più svuotato delle sue prerogative.

Un altro punto nodale, palesato dalle stesse figure scelte da Trump come delegati alcuni dei tavoli negoziali più critici e delicati – è il caso del Medio Oriente, ma anche dell’Ucraina – è che l’Amministrazione si è sempre presentata, e continua a farlo, come poco istituzionale e molto più orientata verso un approccio di tipo verticistico e personalistico. Non a caso molte di quelle figure sono state individuate sulla scorta di un unico criterio: la vicinanza (e la fedeltà) al capo.

Sarebbe tuttavia un errore ritenere che i comuni cittadini siano inconsapevoli di tutto questo. Per quanto gli statunitensi siano poco esperti di questioni legate alla politica internazionale – magari sarebbe legittimo interrogarsi anche sulla preparazione di diversi dei personaggi di cui sopra – molte di queste dinamiche sono sempre più evidenti.

Tutti i sondaggi sullo stesso Trump e sulle prossime elezioni di mid-term sono impietosi. Non solo la Camera, ma anche il Senato rischia di cambiare colore, con una maggioranza democratica che trasformerebbe Trump nella classica “anatra zoppa”. Determinante il voto di giovani e ispanici, che a quanto pare hanno ormai voltato le spalle al tycoon, non ultimo a causa del recente scontro col Papa (molti di costoro sono cattolici).

Nessun dubbio sul fatto che un Congresso in mano ai democratici creerebbe più di un grattacapo a un personaggio poco aduso alle logiche del negoziato e del compromesso, ma da questo a ipotizzare la messa in stato di accusa e soprattutto la destituzione del capo della Casa Bianca ce ne corre; in un certo senso sarebbe più plausibile un colpo di mano dall’interno del suo stesso Gabinetto, ma anche questa ipotesi appare inverosimile.

Non bisogna dimentare che ammesso e non concesso – cosa assai probabile – che la Camera dei rappresentati torni in mano democratica, la semplice approvazione della messa in stato d’accusa – per la quale è sufficiente la maggioranza semplice (218 voti) – non renderebbe semplice il successivo passaggio al Senato, il quale costituito in Alta corte di giustizia potrebbe destituire il Presidente solo con 67 voti su cento, un quorum che pure nello scenario di una camera alta a maggioranza democratica non è pensabile che verrebbe raggiunto (ci vorrebbero i voti di una quindicina di senatori repubblicani).

Esclusa la destituzione, resterebbe il fatto che gli ultimi due anni del mandato presidenziale vedrebbero una lunga scia di scontri istituzionali, accompagnati da crisi economica e scandali (qualcuno si ricorda ancora degli Epstein files?).

In ultima analisi, si palesa ritratto di un paese fortemente diviso e polarizzato, per di più trascinato in un conflitto osteggiato (e sicuramente poco compreso) dalla maggioranza dei cittadini, con un apparato federale fortemente indebolito dalla forte impronta personalista del Presidente, che finora non è sembrato in grado di contrastare certe fughe in avanti. Per questa ragione un cambio di colore al Congresso (almeno alla Camera) potrebbe rinvigorire la logica del sistema del check and balances che regge da sempre il sistema istituzionale statunitense.

Il tutto senza mai dimenticare che parliamo di un assetto in crisi ben prima del ritorno di Trump, e se non si può escludere che la forte impronta personalistica abbia acutizzato tali criticità, un ritorno in auge della componente democratica non necessariamente potrebbe condurre a grossi mutamenti negli indirizzi di politica estera, anzi in Ucraina potrebbe andare persino peggio.

E la ragione di quest’ultima affermazione sta tutta in un solo punto. Gli Stati Uniti, meglio ancora le élite che ne guidano le politiche (repubblicani o democratici fanno poca differenza), non sono disponibili ad abdicare al primato geopolitico abbracciando un assetto multipolare, e come insegnano i saggi il leone ferito è quello più pericoloso (e imprevedibile).

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