Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
Di Mario Sommella 13/05/26
aranto, piazza Fontana: anatomia di una pedagogia razzista che uccide
1. Un caffè prima del lavoro, e la morte
Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, per bere un caffè prima di salire sul pullman dei braccianti. Non lo ha bevuto.
È stato accerchiato da cinque ragazzini incensurati, tra i quindici e i venti anni, malmenato con calci e pugni, inseguito mentre tentava di fuggire, e colpito tre volte al torace e all’addome da un quindicenne armato di coltello. È entrato in un bar chiedendo aiuto, sanguinante. Nessuno gli ha teso la mano. È morto sull’asfalto, in mezzo a una città che si preparava a festeggiare il suo patrono.
L’accusa, per tutti e cinque, è omicidio aggravato dai futili motivi. Gli inquirenti parlano di violenza cieca, alla Arancia Meccanica. La parola è evocativa, ma sbaglia il bersaglio. La violenza cieca non esiste. La violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che le è stato additato. Si può affermare con prudenza, in attesa che le indagini chiariscano fino in fondo movente e dinamica, che non si tratti di un omicidio razziale in senso classico. Ma sarebbe disonesto fingere di non vedere il brodo culturale in cui quei cinque ragazzi sono cresciuti, il clima in cui hanno imparato a distinguere tra vite che meritano rispetto e vite che si possono prendere a calci come una lattina, all’alba, perché non sanno cosa fare di sé stessi.
2. Il silenzio che parla
Il modo più onesto di leggere una notizia di cronaca è osservare chi tace. Bakari Sako è stato ucciso da un gruppo di italiani minorenni. Le bandiere della destra non si sono mosse. Giorgia Meloni, abituata a postare condoglianze e indignazione in tempo reale quando l’etnia degli aggressori si presta alla campagna identitaria, non ha trovato una riga per il bracciante maliano. Matteo Salvini, infaticabile commentatore di ogni cronaca che possa essere piegata alla retorica della invasione, ha taciuto. Roberto Vannacci, generale prestato alla politica e teorico della normalità escludente, non ha sentito il bisogno di dire una parola sulla normalità di un ragazzino di quindici anni che esce di casa con un coltello in tasca e lo affonda nell’addome di un lavoratore nero.
Quel silenzio non è distrazione. È una scelta politica precisa. Più ancora, è la prova provata che la loro indignazione è selettiva, asimmetrica, costruita a tavolino. Se Bakari fosse stato un giovane italiano e i suoi assassini cinque ragazzi neri o nordafricani, oggi avremmo già avuto conferenze stampa, decreti d’urgenza, dirette dai luoghi dell’aggressione, appelli alla remigrazione, hashtag virali e ministri in commissariato a chiedere il pugno duro. Avremmo avuto la solita orchestra dell’odio che da anni accompagna ogni fatto di sangue trasformandolo in fertilizzante elettorale. Invece, niente. Perché Bakari era il colore sbagliato e i suoi assassini avevano il passaporto sbagliato per la macchina propagandistica della destra italiana.
Il consigliere leghista pugliese Antonio Paolo Scalera ha rotto la fila e ha pronunciato parole giuste sulla vergogna che circola nei social network davanti al corpo di Bakari. Bene. Ma il fatto stesso che la sua presa di posizione appaia come una eccezione, un atto di coraggio interno al suo schieramento, dice tutto del partito che lo ospita. La normalità della Lega è l’altra. È il silenzio del segretario federale. È la pretesa di parlare solo quando il morto serve.
3. Cattivi maestri, nel senso più letterale del termine
L’espressione cattivi maestri ha una storia precisa nel lessico politico italiano. Fu coniata e usata, dalla destra e dalla stampa moderata, contro intellettuali che facevano della Costituzione, della giustizia sociale, della critica al potere il fulcro del proprio magistero pubblico. Era una espressione vile, perché attribuiva responsabilità morali a chi insegnava a pensare. Oggi va restituita, capovolta, ai suoi legittimi destinatari. Cattivi maestri sono quelli che insegnano a non pensare. Cattivi maestri sono quelli che, dalla tribuna del governo o dello scranno parlamentare, hanno costruito negli ultimi quindici anni una pedagogia pubblica fondata sulla distinzione gerarchica tra esseri umani.
Cattivi maestri sono quelli che hanno trasformato la parola immigrato in sinonimo di pericolo, la parola straniero in sinonimo di nemico, la parola accoglienza in sinonimo di tradimento nazionale. Cattivi maestri sono quelli che hanno detto, nelle dirette streaming, ai banchetti, nei comizi e nei talk show, che certe vite valgono meno, che certi corpi possono essere fermati dalla guardia costiera libica, lasciati morire in mare, deportati nei campi di concentramento dell’hub albanese, denudati delle loro storie individuali per essere ridotti a sciacalli o invasori. Cattivi maestri sono quelli che hanno usato, nelle aule del Parlamento, il linguaggio della guerra etnica come fosse linguaggio della politica.
Quei discorsi non rimangono nel vuoto. Atterrano. Li raccolgono i più giovani, perché i social li bombardano di reel, citazioni, video brevi, slogan ripetuti fino allo sfinimento. Atterrano nei quartieri dove la scuola è stata svuotata di risorse, nei quartieri dove il lavoro non c’è o paga 5 euro l’ora, nei quartieri dove la promessa borghese del futuro non significa più nulla. E lì, in quei territori abbandonati dallo Stato che fa lo Stato solo quando deve reprimere, l’odio diventa identità. Diventa il modo con cui un quindicenne stabilisce una gerarchia tra sé e il mondo: io sono italiano, lui è di troppo. Io ho diritto, lui no. Io tengo il coltello, lui muore.
La responsabilità morale di Meloni, Salvini, Vannacci non è una responsabilità penale. Non hanno tenuto loro il coltello. Ma hanno tenuto, e tengono, il microfono. E con il microfono hanno disseminato, anno dopo anno, intervista dopo intervista, comizio dopo comizio, una grammatica della disumanizzazione che ha educato una generazione a guardare l’altro come bersaglio. Non sono i complici materiali dell’omicidio di Bakari. Sono i pedagoghi del clima in cui quell’omicidio diventa possibile, prevedibile, perfino ordinario.
4. Le narrazioni dominanti e il loro doppio standard
Bisogna smontare un pezzo alla volta la retorica con cui da decenni il razzismo italiano si maschera da realismo. Si dice: l’odio non c’entra, sono solo ragazzi disagiati. Si dice: è violenza minorile generica, succede anche tra italiani. Si dice: non strumentalizziamo. Si dice: aspettiamo le sentenze. Lo stesso giornalismo che davanti al cadavere di Bakari predica la prudenza, davanti a un fatto di cronaca commesso da uno straniero pubblica titoli a nove colonne, fotografie segnaletiche, ricostruzioni inquisitorie, editoriali sulle radici culturali della violenza importata. È lo stesso giornalismo che, quando le vittime hanno la pelle scura, scopre improvvisamente la complessità del contesto.
Questo doppio standard non è un incidente di percorso. È il prodotto sistematico di una macchina mediatica integrata con il potere politico e con gli interessi materiali che lo sostengono. Le grandi famiglie editoriali italiane, i grandi gruppi assicurativi, le grandi imprese che vivono di sfruttamento del lavoro migrante hanno tutto l’interesse a mantenere viva la finzione di un’Italia minacciata dall’esterno. Una guerra tra poveri è sempre stato lo strumento più efficace per spostare lo sguardo dalla guerra dei ricchi contro tutti gli altri.
Il bracciantato agricolo, da decenni, è un settore tenuto in piedi dalla manodopera migrante. Senza i Bakari Sako di tutta l’Italia meridionale e del Nord, la verdura non arriverebbe sui banchi dei supermercati. Eppure la stessa propaganda che descrive gli immigrati come parassiti li impiega in nero, li paga a cottimo, li lascia morire nei furgoni dei caporali, li accampa in baraccopoli senza acqua. Lo stesso sistema che ha bisogno del lavoro nero migrante per reggere i propri margini di profitto produce, in superficie, il discorso pubblico che criminalizza quel lavoro. È una contraddizione utile. Tiene unite due narrazioni opposte: l’immigrato è minaccia quando bisogna prendere voti, l’immigrato è risorsa silenziosa quando bisogna far girare il capitale.
5. Le radici materiali della violenza giovanile
Sarebbe insensato fingere che la responsabilità dei cattivi maestri esaurisca la questione. La violenza esercitata da cinque ragazzini incensurati in una piazza alle cinque del mattino racconta anche un altro fallimento: quello di una società che ha smesso da tempo di prendersi cura dei suoi figli. La città vecchia di Taranto, come molte periferie del Sud, è stata abbandonata da una sequenza ininterrotta di governi di ogni colore. La scuola è sottofinanziata, gli educatori di strada sono pochi, i servizi sociali ridotti all’osso, lo sport popolare smantellato, i centri di aggregazione chiusi o trasformati in attività commerciali.
La grande questione operaia di Taranto, l’Ilva, l’acciaio, la salute violata dal padronato, ha occupato per decenni l’orizzonte politico cittadino senza che mai si costruisse un’alternativa di sviluppo che non fosse subordinata alla logica del ricatto occupazionale. I figli e i nipoti degli operai dell’Ilva crescono in una città dove l’aria è stata avvelenata legalmente per generazioni, dove la salute pubblica è stata sacrificata sull’altare della competitività, dove la classe dirigente locale ha imparato a gestire il declino piuttosto che a contrastarlo. La violenza dei ragazzini di piazza Fontana non cade dal cielo, nasce in quel paesaggio.
Ma attenzione a non lasciarsi sedurre dalla narrazione della miseria che spiega tutto. La povertà, da sola, non produce razzismo. Il razzismo è un dispositivo costruito, alimentato, finanziato. Va a cercare le periferie precisamente perché lì trova un terreno fertile, e perché chi conduce la guerra ideologica sa benissimo che indirizzare la rabbia sociale verso il più debole, il migrante, il rom, l’omosessuale, la donna, costa meno e rende di più che farla deflagrare contro chi quella povertà la produce. I cattivi maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere.
6. La cornice di sistema: capitalismo, frontiere, gerarchia delle vite
Bakari Sako è stato ucciso a Taranto, ma le ragioni della sua morte vengono da molto più lontano. Vengono dal Mali in cui un sistema mondiale lo ha costretto a non poter più vivere. Vengono dalle politiche commerciali europee che hanno distrutto l’agricoltura familiare africana inondando i mercati con prodotti sussidiati. Vengono dalle guerre per le risorse che le potenze occidentali hanno alimentato, direttamente o per procura, nel Sahel e nella regione subsahariana. Vengono dal sistema di frontiera europeo che ha trasformato il Mediterraneo nel cimitero a cielo aperto più grande del pianeta. Vengono dalla criminalizzazione delle navi di soccorso, dai protocolli con la Libia, dal patto con l’Albania, dall’architettura di un sistema migratorio costruito per scoraggiare, respingere, lasciar morire.
E vengono, soprattutto, da una gerarchia delle vite che il capitalismo razziale impone come ordine naturale del mondo. Bakari valeva poco da vivo, perché la sua forza-lavoro era pagata pochi euro all’ora nei campi di Massafra. Vale ancora meno da morto, perché il sistema mediatico-politico non ha bisogno della sua memoria. Le vite migranti, nella geografia simbolica costruita dal potere, sono al margine inferiore di una scala che pone in alto il cittadino bianco, occidentale, produttivo, e in basso il corpo nero, africano, sostituibile. Riconoscere questa gerarchia non significa importare categorie estranee. Significa nominare un fatto.
L’antirazzismo, quindi, non può essere una postura morale astratta. Deve diventare critica sistemica del modello economico, geopolitico, mediatico che produce, ogni giorno, le condizioni materiali della disumanizzazione. E deve farsi alleanza concreta tra chi quel modello opprime: lavoratori italiani e migranti, precari e disoccupati, giovani delle periferie e giovani dei centri abbandonati. La frattura non passa tra italiani e stranieri. Passa tra chi vive del proprio lavoro o ne è escluso, e chi vive dello sfruttamento del lavoro altrui. Riportare la lotta su questo terreno è il compito politico più urgente che ci attende.
7. Disarmare i loro discorsi, riportarli al loro posto
Bisogna avere il coraggio di dire ad alta voce ciò che la grande stampa non dice. I cattivi maestri non sono interlocutori legittimi del dibattito democratico, sono nemici della Costituzione antifascista che fonda questa Repubblica. I loro ragionamenti, in un Paese che prendesse sul serio i suoi principi costituzionali, sarebbero inaccettabili. Si vergognino. Tornino nelle nicchie marginali da cui sono usciti, nelle fogne politico-culturali dove, fino a poco tempo fa, certi discorsi venivano relegati perché una società minimamente civile sapeva riconoscerli per quello che sono.
Disarmare i loro discorsi non significa censurarli. Significa contrapporre, in ogni spazio pubblico, una pedagogia diversa, fatta di verità storica, di analisi materialista delle disuguaglianze, di cultura della solidarietà concreta. Significa ricostruire le scuole di formazione politica, riempire le periferie di esperienze educative orizzontali, ridare voce a chi quotidianamente, nelle parrocchie come nei centri sociali, nei sindacati di base come nelle associazioni di accoglienza, costruisce contro-narrazioni. Significa non lasciare ai cattivi maestri l’egemonia sui social, sulle televisioni, sulle radio. Significa investire energia, tempo, soldi, intelligenza nella controffensiva culturale che da troppo tempo manca.
Significa anche, e soprattutto, nominare le responsabilità. Non genericamente. Una a una. Quando Giorgia Meloni tace su Bakari Sako, va detto che tace. Quando Matteo Salvini sceglie di non commentare, va detto che sceglie. Quando Roberto Vannacci pubblica il prossimo libro razzista, va spiegato, ai giovani in particolare, perché quel libro è una pistola caricata e consegnata a chi cerca un bersaglio. Non c’è neutralità possibile in questa partita. La neutralità è complicità con il più forte. E il più forte, in questo momento, ha le mani sul potere esecutivo, legislativo, mediatico.
8. Giovedì in piazza Fontana
Giovedì quattordici maggio, alle diciassette e trenta, in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto, dove Bakari Sako è stato accerchiato e ucciso, ci sarà un presidio promosso da Libera, dalla comunità africana di Taranto, da Mediterranea Saving Humans, dall’associazione Babele e da molte altre realtà della città. Non sarà una commemorazione rituale. Sarà un atto politico. Servirà a dire che Taranto non è la città dei post razzisti sotto le notizie di cronaca, ma è la città di chi quel sangue lo raccoglie, lo onora, lo trasforma in domanda di giustizia.
Sarà importante esserci, per chi può. Sarà importante, per chi non può esserci fisicamente, far girare la voce, scrivere, parlare, denunciare. Non per il rito della solidarietà social, ma perché ogni volta che un nome viene pronunciato pubblicamente, ogni volta che una vita viene riconosciuta come vita degna di lutto, si toglie un pezzo di terreno alla macchina che disumanizza. Si dice: questo essere umano contava. Si dice: la sua morte non passerà sotto silenzio. Si dice: noi sappiamo chi sono i cattivi maestri, e chi sono i loro complici per omissione.
Bakari Sako lascia in Mali due donne incinte di lui, una madre, un fratello arrivato di corsa dalla Spagna a riconoscere il corpo. Lascia, qui in Italia, milioni di persone che la propaganda dell’odio vorrebbe trasformare in nemici e che invece sono, semplicemente, quelli che mandano avanti il Paese mentre gli italiani veri discutono nei talk show. Lascia, soprattutto, una domanda che non possiamo eludere: che cosa siamo diventati, se per ammazzare un uomo che andava a lavorare nei campi servono cinque ragazzini, un coltello e un’alba? E chi ha insegnato loro che si poteva fare?
Ai cattivi maestri tocca la prima riga di questa risposta. A noi tutti, le righe successive. C’è una pedagogia dell’odio che ha lavorato per anni con metodo, finanziamenti, palinsesti. C’è ora una pedagogia della giustizia che dobbiamo rilanciare con altrettanto metodo, con altrettanta caparbietà, con altrettanta presenza. Il sangue di Bakari non si laverà con un comunicato. Si laverà ricostruendo, pezzo per pezzo, una cultura politica capace di rimettere al centro il valore di ogni singola vita umana. E di smascherare, ogni singolo giorno, chi ha trasformato la disumanizzazione in mestiere.
9. FONTI
1. ANSA, Bracciante ucciso a Taranto da un gruppo di minori, ‘futili motivi’, undici maggio 2026.
2. Il Fatto Quotidiano, Bracciante maliano ucciso a Taranto: fermati tre minorenni e un 19enne, undici maggio 2026.
3. Il Messaggero, Taranto, bracciante ucciso da un gruppo di minori per futili motivi: un quindicenne ha sferrato i fendenti mortali a Bakari Sako, undici maggio 2026.
4. Avvenire, Sacko Bakari, il bracciante in bici massacrato dalla babygang. Taranto è sotto choc, dodici maggio 2026.
5. AGI, Bracciante del Mali ucciso a Taranto: quindicenne confessa il delitto, dodici maggio 2026.
6. Sky TG24, Omicidio a Taranto, ha confessato il minore che ha accoltellato a morte Bakari Sako, dodici maggio 2026.
7. Adnkronos, Omicidio bracciante Bakary Sako a Taranto, fermati quattro giovanissimi membri baby gang, undici maggio 2026.
8. Today, Bakari Sako ucciso a Taranto: un ragazzino di quindici anni confessa l’omicidio, dodici maggio 2026.
9. Blitz Quotidiano, Bakari Sako ucciso a Taranto, fermati cinque ragazzini. I colpi mortali sferrati da un quindicenne, dodici maggio 2026.
10. La Gazzetta del Mezzogiorno, Taranto non può restare in silenzio, il razzismo non avrà l’ultima parola: le associazioni si mobilitano dopo l’omicidio Sako, dodici maggio 2026.
11. Stato Quotidiano, Omicidio di Bakary Sako, Scalera: Vergogna su chi semina odio anche davanti alla morte, undici maggio 2026.
12. Antenna Sud, Taranto, omicidio Bakari Sako: in Mali due famiglie distrutte, undici maggio 2026.
(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com