Dal blog krisis.info Richard Wolff.
| Krisis.infomag 20 di Chris Hedges |
«Il corso dell’impero: desolazione», dipinto da Thomas Cole nel 1836. New-York Historical Society, New York. Public Domain.
Proseguendo il loro confronto, Hedges e Wolff analizzano i meccanismi finanziari che tengono sotto scacco gli Stati Uniti, tra crescente indebitamento, ruolo internazionale del dollaro e trasformazioni dell’equilibrio tra potenze. A partire dalla cecità della classe dirigente Usa, arroccata su schemi consolidati dagli anni Ottanta, Wolff traccia la mappa di un sistema-mondo frammentato. Privo di canali di diplomatici adeguati, il sistema si trova esposto al rischio di una depressione globale.
Seconda parte dell’intervista di Chris Hedges a Richard Wolff.
IN BREVE
Superpotenza al tramonto Gli Stati Uniti affrontano la fine della loro egemonia. Un cambiamento epocale che la classe dirigente nega, moltiplicando errori geopolitici ed economici.
Crisi del dollaro La crescita della Cina e le strategie del Global South sottraggono al dollaro il suo ruolo globale, minacciando di frenare la capacità statunitense di finanziare il suo debito pubblico.
Declassamento Con l’aumento delle spese militari e il declassamento del rating, Washington rischia di subire tassi d’interesse più alti o un blocco dei prestiti esteri.
Rottura delle catene Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran interrompe il commercio mondiale, procovando carenze di energia e di microchip.
Depressione globale La mancanza di cooperazione internazionale e l’inasprimento dei conflitti trascinano l’intero sistema economico verso scenari di pesante recessione e deflazione.
Nella prima puntata di questo colloquio, il giornalista Chris Hedges e l’economista Richard Wolff hanno analizzato come l’escalation militare in Medio Oriente stia mettendo a nudo le fragilità strategiche degli Stati Uniti. Ma quali sono le ricadute strutturali della crisi sul sistema economico globale? In questo secondo confronto, l’attenzione si sposta sui nodi finanziari che tengono sotto scacco Washington. Al centro dell’analisi, il crescente indebitamento degli Stati Uniti, il ruolo del dollaro come valuta di riferimento internazionale e le strategie di potenze come Cina, Russia e Iran, che tentano di ridurre la propria dipendenza dal sistema finanziario occidentale.
Che ripercussioni genera sull’Impero la paralisi dello Stretto di Hormuz e l’interruzione della sterminata catena di approvvigionamento?
«Questo è un tasto dolente per me. Ritengo che il nostro impero sia finito. Credo che ciò che stiamo vivendo – tu, io, la nostra attuale generazione – sia l’esperienza brutta, sgradevole e spaventosa del declino di un impero. Nel corso dell’ultimo secolo, il nostro impero è cresciuto costantemente. Non per tutti, naturalmente, ma per una fetta di popolazione sufficiente a conferirle i tratti di una vera e propria espansione economica e strutturale. E ciò è avvenuto in particolar modo all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando tutti gli altri potenziali contendenti per quel ruolo di leadership si erano ridotti in macerie. Il risultato, in sostanza, è che siamo diventati i padroni del mondo.
Da tale congiuntura sono scaturiti gli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta e Ottanta, decenni in cui si è assistito a quella strana esaltazione di tutto ciò che era americano, il cosiddetto “eccezionalismo americano”: l’idea che, se si era credenti, Dio amasse noi più di chiunque altro, e via discorrendo. Qual è l’origine di tutto ciò? Si è trattato di un classico abbaglio: l’incapacità di capire quanto fossero particolari le condizioni di quel momento, sfociata nell’illusione che vi fosse una qualche garanzia di immutabilità; o che, pur in presenza di un mutamento del contesto, la singolare posizione di privilegio degli Stati Uniti si sarebbe in qualche modo perpetuata. Ma non vi è nulla di più falso.
A partire da circa 10 o 15 anni fa, ritengo che tale declino sia diventato evidente. Non tanto a livello di narrazione pubblica, poiché viviamo in un Paese che pratica sistematicamente quella che mia moglie, di professione psicoterapeuta, definisce una “negazione di massa”. Vi è un rifiuto categorico di prendere in considerazione la sola idea che l’impero sia al tramonto. Di conseguenza, ci si preclude di domandarsi: cosa significa? Come dobbiamo comportarci con la Cina, la Russia o l’Iran agendo in veste di impero in declino? Questo richiederebbe un cambio di paradigma radicale.
A quel punto, l’obiettivo dovrebbe diventare quello di capire come gestire la transizione e attraversare la fase di declino senza farci saltare in aria o disintegrare l’intero pianeta. Non si tratta più di preservare la propria egemonia: quella è definitivamente svanita. Si tratta di trovare un modo sostenibile di gestire i rapporti. Ma i nostri leader non ragionano né si esprimono in questi termini. Parlano come se si trovassero ancora negli anni Settanta o Ottanta, quando si poteva verosimilmente sostenere che la posizione degli Stati Uniti fosse di dominio assoluto. Quel periodo è ormai finito.
Il Vietnam ha segnato l’inizio della fine, forse persino la Corea, ma il Vietnam certamente; per poi proseguire con l’Afghanistan, l’Irak e ora l’Ucraina. È assurdo. Non siamo nella posizione di fare esibizioni di forza, nonostante la saggezza del senno di poi secondo cui l’amministrazione americana – Pete Hegseth, Donald Trump – era convinta di poter risolvere la questione iraniana nel giro di pochi giorni, assassinare l’Ayatollah, sganciare un po’ di bombe sull’Iran e convincersi che tutto sarebbe andato in pezzi a nostro favore. È un errore talmente catastrofico che ti lascia senza fiato.
Per quanto mi riguarda, stiamo vivendo l’epilogo dell’Impero, un tracollo che è stato accelerato e reso ancor più imminente dalla crisi attualmente in corso in Medio Oriente. E poiché l’approccio americano continua a fondarsi sull’assunto illusorio di non avere un impero ormai in declino, si continuano a fare errori che finiscono per auto-alimentare il declino imperiale stesso. Ma è questo il prezzo imposto dalla negazione. È esattamente ciò che è avvenuto, a causa di una negazione del tutto analoga, nel tramonto di altri grandi imperi del passato: quello romano, quello greco, quello persiano, quello ottomano, nessuno escluso. Lo schema storico non diverge di molto. Si inizia con la negazione: non si riesce a crederci, non si vuole crederci, si decide deliberatamente di non crederci. Di conseguenza, si compiono errori macroscopici che rendono la caduta un dato di fatto stringente, accelerandone la dinamica.
Al giorno d’oggi, quando mi trovo a rilasciare interviste ad organi di stampa britannici, li esorto in questo modo: “Aiutateci. Voi state gestendo il vostro declino da molto più tempo di noi”. L’Impero americano ha di fatto raccolto i cocci di quello che rimaneva dopo il collasso dell’Impero britannico, e i britannici hanno dovuto fare i conti con questa realtà per molto tempo. Noi stiamo solo iniziando ad affrontarlo, e lo stiamo facendo in maniera disastrosa».
Vorrei chiederle dell’egemonia del dollaro, dello Swift e dei petrodollari […]. È in atto un tentativo da parte di Cina, Russia e certamente Iran di liberarsi dalla tirannia del dollaro?
«Sì, e qui rintracciamo, se me lo consente, una splendida esemplificazione della nozione hegeliana di contraddizione. Ecco cosa intendo: i cinesi in particolare hanno capito – e va riconosciuto loro il merito – di aver raggiunto un traguardo formidabile. E a tal proposito, dovrei premettere (lei mi conosce, non se ne preoccuperebbe, ma di questi tempi mi tocca specificarlo): quanto sto per dire non costituisce un endorsement nei confronti della Cina. La Cina presenta innumerevoli problemi, che giustificherebbero un cospicuo numero di programmi a sé stanti. Non stiamo parlando di una società ideale o nulla di simile.
Ciò detto, la crescita economica della Cina negli ultimi 40 anni ha registrato tassi fenomenali. Non mi risulta esservi alcun precedente al mondo – e la storia economica è la mia materia di studio. Nessuno ha mai conseguito un tale livello di crescita economica in una frazione temporale e storica così breve. Pertanto, i cinesi sono del tutto consapevoli del fatto che il miracolo dello sviluppo economico di cui si fregiano è avvenuto in un momento storico in cui gli Stati Uniti operavano in qualità di egemone e il dollaro in qualità di valuta globale.
Di conseguenza – e ne ho discusso con economisti cinesi – hanno maturato la consapevolezza che è più saggio procedere con estrema cautela e senza fretta, poiché non intendono affossare un elemento che riconoscono come parte integrante del loro successo. Non hanno alcuna fretta di veder sparire il dollaro. Ritengono che tale eventualità sarebbe foriera di pericoli per loro stessi, per non parlare del resto del mondo. D’altro canto, come sottolineava giustamente lei, oggi sono la superpotenza economica concorrente a livello globale. Non vi è alcun dubbio. Non è la Russia. È la Cina. Il protagonista è la Cina. Chiaro? I cinesi sanno bene che le dinamiche sono queste, e sono perfettamente consapevoli del fatto che gli Stati Uniti traggono straordinari vantaggi tanto dal ruolo del dollaro come valuta mondiale, quanto dal peso specifico del dollaro all’interno del mercato del petrolio, parte integrante del loro ruolo nel mondo.
E non dispiacerebbe loro godere di alcuni di quei privilegi – se vogliamo, i benefici e il valore che scaturiscono dall’avere la propria moneta nel ruolo di valuta globale. Vorrebbero che la loro moneta assumesse quel medesimo ruolo a loro vantaggio. Dunque, hanno un atteggiamento deferente nei confronti del dollaro e degli Stati Uniti, ed è proprio qui che si inscrive la contraddizione. Da un lato osteggiano il sistema, dall’altro lo assecondano. Lo si vede nei suggerimenti dati all’inizio agli iraniani, se ho letto correttamente i resoconti delle notizie. I cinesi stanno spingendo per porre fine alla guerra. Vogliono che anche gli iraniani facciano delle concessioni. È un po’ diverso rispetto ai consigli che penso l’Iran stia ricevendo dalla Russia. Anche tra di loro non mancano le divergenze. Tuttavia, al netto di ciò, il processo storico di lungo corso si sta inequivocabilmente orientando verso la perdita del ruolo globale del dollaro […].
Dunque, se il dollaro dovesse indebolirsi o, in ultima istanza, se smettesse di essere la valuta di riserva globale, presumo che nessuno sarebbe più disposto ad acquistare il nostro debito. E ci sarebbe una contrazione immediata dell’Impero […]. È corretto?
«Credo che lei abbia ragione. Per esplicitare ulteriormente il concetto: gli Stati Uniti stanno accumulando deficit di bilancio sbalorditivi e, stando alle dichiarazioni di Trump, vi è la volontà di innalzare il budget per la difesa fino a 1.500 miliardi di dollari. Secondo i miei calcoli, si tratta di un incremento di 600 miliardi di dollari su una base di 900 miliardi. È un aumento del 50 percento. Cose da non credere. Inoltre, intende portare avanti tutta una serie di altre iniziative, sebbene la Corte Suprema gli abbia impedito di riscuotere i dazi, perlomeno non nella misura in cui riteneva di poterlo fare. Conoscendo il bilancio americano, ciò significa che non vi sono nuove entrate in arrivo, mentre è in programma un aumento vertiginoso della spesa pubblica.
Eppure, nessuno dice: “Aspettate un momento. In questo modo sarete costretti a rivolgervi al mercato globale per prendere in prestito capitali ingenti. Siete un Paese che quest’anno ha già varcato la soglia dei 40.000 miliardi di dollari di debito pubblico; non potete continuare su questa strada”. A beneficio del suo pubblico, vorrei ricordare che le tre principali agenzie di rating americane – Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch – gli enti preposti alla valutazione del merito creditizio, negli ultimi anni hanno declassato il rating del debito statunitense da AAA ad AA. Certo, rimane un buon livello, ma non è più l’eccellenza. Altri Paesi vantano la tripla A. Noi no. Il mondo intero deve capire che stiamo accumulando prestiti come mai prima d’ora, pur rappresentando l’investimento più rischioso di sempre.
E l’intera storia economica ci insegna che una simile congiuntura sfocerà immancabilmente in uno dei seguenti due scenari. Primo: gli investitori smetteranno di fare credito agli Stati Uniti, nel qual caso non si potrà più finanziare il deficit (e su questo tornerò a breve). Secondo: continueranno a prestarci denaro, ma esigeranno tassi di interesse più elevati per compensare il rischio maggiore insito nel finanziare un Paese gravato da 40.000 miliardi di dollari di debiti. Gli Stati Uniti sono la nazione più indebitata al mondo. Nessun altro Paese vi si avvicina nemmeno lontanamente. Dunque, la situazione è di estrema gravità […]. Come cerco sempre di spiegare, se guerre come quelle in Vietnam, Afghanistan e Iraq fossero state finanziate attraverso un inasprimento della pressione fiscale, avremmo assistito a un’opposizione molto più repentina e massiccia.
Noi finanziamo i conflitti attraverso l’indebitamento. Il paradosso risiede nel fatto che il resto del mondo ci presta i soldi per combattere guerre che buona parte di quello stesso mondo vorrebbe non venissero mai combattute. Eppure, ne sono complici. È questa l’essenza dell’economia globale. È così che funziona. I cinesi sostengono i popoli contro cui noi combattiamo, mentre noi, ogni anno, versiamo miliardi di dollari in interessi alla Cina, essendo essa il secondo maggiore detentore di debito pubblico statunitense. Pertanto, le nostre tasse finiscono in Cina, che noi sosteniamo essere il nostro grande dilemma strategico. Ma in tal modo, li aiutiamo a finanziare il loro apparato militare. E il pubblico non deve credere che questo sia un segreto. Non lo è affatto. Sono informazioni di dominio pubblico. Ma è l’inevitabile conseguenza dei molteplici vicoli ciechi in cui gli Stati Uniti si sono infilati. Mettendo insieme tutti questi elementi, si prefigurano gli scenari allarmanti che ne derivano […]».
Stiamo forse rasentando quella che alcuni analisti hanno già definito una potenziale depressione globale?
«Assolutamente sì. Il motivo è che tutti i Paesi guida del sistema-mondo sono profondamente interconnessi. È questo il significato stesso del “sistema-mondo”. Un sistema guidato dall’Occidente, senza dubbio, poiché eravamo noi a detenerne il controllo nel passaggio dal Ventesimo al Ventunesimo secolo. Noi siamo la potenza che deteneva la ricchezza. Abbiamo instaurato regimi coloniali e plasmato le colonie a nostra immagine e consumo. Successivamente, tali nazioni hanno lottato per l’indipendenza e hanno conseguito l’emancipazione politica, salvo poi scoprire che ciò non garantiva loro l’autonomia economica. Oggi stanno maturando lentamente questa consapevolezza e agendo di conseguenza, e non si lasceranno più arginare. Pertanto, il cosiddetto Sud Globale costituisce ormai una forza reale, destinata ad assumere un peso sempre maggiore.
Se uniamo le loro rivendicazioni alla loro storia, alle loro ambizioni, e le incrociamo con il declino imperiale che affligge gli Stati Uniti, nonché con le aspirazioni di potenze come Cina, Russia e, in un certo senso, l’Iran – le quali attendono dietro le quinte, pronte a subentrare in veste di futuri egemoni – il quadro si delinea con chiarezza. Ci troviamo di fronte a un mix esplosivo, in cui ogni attore è ripiegato sulla propria agenda senza disporre dei meccanismi istituzionali idonei per gestire collettivamente tali tensioni. La Prima guerra mondiale fu un conflitto di una brutalità inaudita, tale da suscitare, a posteriori, quantomeno lo sforzo di istituire la Società delle Nazioni per tentare una conciliazione diplomatica. In seguito, per iniziativa in primis di Italia e Germania, le nazioni abbandonarono l’organizzazione, sprofondando nella Seconda guerra mondiale, un orrore analogo a distanza di pochi anni dal precedente. Dopodiché, ci si è affidati all’esperimento delle Nazioni Unite.
E adesso assistiamo di fatto al ritiro degli Stati Uniti dalle Nazioni Unite, in svariate forme istituzionali e ancor più marcatamente in maniera informale. Ne consegue l’assoluta mancanza perfino del mero tentativo di sedersi attorno a un tavolo per elaborare una strategia che consenta da un lato di assecondare il fisiologico declino dell’impero statunitense, senza che questo debba rappresentare una minaccia per l’intero pianeta, e dall’altro lato di far spazio al legittimo desiderio di crescita della Cina senza che anch’essa costituisca un pericolo per l’equilibrio globale. Non so se tale conciliazione sia realizzabile. Ma il solo fatto di non profondere alcuno sforzo in tal senso è un verdetto così desolante sul genere umano che preferisco non addentrarmi oltre».
Testo tratto da: https://consortiumnews.com/2026/05/06/hedges-report-will-the-iran-war-cause-a-global-depression/ (traduzione dall’inglese a cura di Krisis).
Chris Hedges Giornalista e scrittore americano, vincitore del premio Pulitzer. Per quasi 20 anni corrispondente dall’estero per The New York Times, Dallas Morning News, Christian Science Monitor e National Public Radio, ha lavorato in Medio Oriente, America Latina, Africa e Balcani. Per The New York Times ha trascorso sette anni a seguire il conflitto israelo-palestinese, gran parte del tempo a Gaza. Attualmente pubblica articoli e podcast su «The Chris Hedges Report». Autore di 14 libri, in Italia sono stati pubblicati Il fascino oscuro della guerra (Laterza, 2004) e Fascisti americani. La Destra Cristiana e la guerra in America (Vertigo, 2007).