Spese militari al 5%? Anche nella maggioranza sanno che è insostenibile

Dal blog https://sbilanciamoci.info

Alfio Nicotra 20 Maggio 2026

Al Senato il centrodestra chiede di rivedere l’obiettivo con la Nato per poi fare marcia indietro. E intanto l’Europa scrive nuove regole per rendere più agevole il commercio di armi. La protesta delle reti pacifiste

Il Re è finalmente nudo. Sulle spese militari anche i parlamentari della maggioranza dicono quello che la campagna Sbilanciamoci! sostiene da sempre: il 5 per cento del Pil in spese militari è insostenibile. Qualcuno da Washington, prima ancora che da Palazzo Chigi o dal ministero guidato da Guido Crosetto, deve essere intervenuto per obbligare i senatori ad una clamorosa retromarcia. Cancellato il punto 8 della mozione e anche le premesse sull’insostenibilità dello sforzo militare. Ma ciò che è stato scritto resta, perché non si può mettere per sempre la museruola alla verità.

Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lo denunciano da anni: l’alternativa è tra warfare e welfare. La favola secondo cui l’Italia potrebbe prepararsi alla guerra, secondo i desiderata di oltreoceano o del piano di riarmo di Ursula von der Leyen, senza travolgere lo stato sociale, si sta sgretolando sotto il peso della realtà. Si incrina la narrazione meloniana della crescita e della stabilità, mentre diventano evidenti le incompatibilità tra l’economia di guerra e la tenuta sociale del Paese. In questo vuoto di credibilità, le forze della pace e del disarmo devono essere più incisive: trasformare la propria denuncia in proposta politica per l’Italia e per l’Europa.

La “gaffe” andata in scena al Senato è rivelatrice. In una mozione della maggioranza, depositata dai capigruppo del centrodestra, compariva la richiesta di rivedere l’obiettivo del 5% del Pil per le spese militari entro il 2035, assunto da Giorgia Meloni al vertice Nato dell’Aja. Un testo che riconosceva apertamente l’insostenibilità economica e sociale di quell’impegno. Poi, nel giro di poche ore, le telefonate furiose da Palazzo Chigi e dalla Difesa, il panico per la perdita di credibilità internazionale e la cancellazione del passaggio incriminato. La verità però era già emersa: persino dentro la maggioranza si sa che il 5% del Pil in spese militari significherebbe devastare i conti pubblici.

I numeri sono impressionanti. Secondo l’Osservatorio Mil€x, il 5% del Pil equivarrebbe oggi a oltre 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra enorme, incompatibile con il finanziamento della sanità pubblica, della scuola, delle pensioni e delle politiche sociali. È il passaggio definitivo dallo stato sociale allo stato di guerra. E non è un’ipotesi astratta: è la traiettoria concreta imposta dalla Nato di Donald Trump e dal piano europeo di riarmo.

Il governo ha già tentato di mascherare questa realtà con un gigantesco trucco contabile. Palazzo Chigi sostiene di avere raggiunto il 2% del Pil in spese militari, ma il dato è stato ottenuto grazie all’allargamento artificiale delle voci considerate “spesa per la sicurezza”, includendo capitoli opachi e difficilmente verificabili. In realtà, la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del Pil, anche se gli stanziamenti diretti per la Difesa continuano a crescere fino a raggiungere livelli record. La manipolazione contabile serve a due obiettivi: compiacere la Nato e disinnescare il dissenso interno, facendo apparire già raggiunti traguardi che avrebbero costi sociali devastanti.

Ma proprio qui emerge la contraddizione strutturale. L’Italia vorrebbe accedere ai 14,9 miliardi del fondo europeo Safe per aumentare ulteriormente le spese militari. Tuttavia, il Paese si trova in procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo, con un rapporto superiore al 3% fissato dai parametri di Maastricht. La conseguenza è paradossale: il governo è stretto tra l’obbedienza ai diktat di Trump e von der Leyen e la necessità di evitare il collasso sociale interno.

A rendere ancora più drammatica questa scelta interviene il quadro internazionale. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la conseguente crisi nello stretto di Hormuz stanno producendo nuovi shock energetici e nuove tensioni economiche globali. Il rischio di blocco dei traffici energetici nel Golfo e nel Mar Rosso minaccia famiglie, lavoratori e imprese europee. Eppure, invece di investire nella protezione sociale, nella conversione ecologica e nella pace, l’Europa continua a puntare sul riarmo.

Dentro questo scenario si colloca anche l’ennesima offensiva della Commissione europea in favore dell’industria bellica. Con il cosiddetto “Defence Omnibus”, Bruxelles prova infatti a semplificare e deregolamentare il commercio delle armi. Dietro parole apparentemente innocue come “armonizzazione” e “semplificazione” si nasconde il tentativo di rendere quasi automatici i trasferimenti di armamenti all’interno e all’esterno dell’Unione europea, riducendo controlli, autorizzazioni e trasparenza.

Venticinque organizzazioni della società civile europea, riunite nella rete European Network Against Arms Trade, insieme a Rete Italiana Pace e Disarmo, hanno denunciato con forza i rischi della riforma. Le nuove “licenze generali di trasferimento” renderebbero molto più difficile tracciare la destinazione finale delle armi europee. Ancora più grave è il tentativo di attribuire maggiori poteri alla Commissione europea nella definizione degli standard per l’export militare, sottraendo competenze agli Stati nazionali e riducendo il controllo democratico.

Si tratta di una trasformazione politica profonda: le armi vengono trattate come una merce qualsiasi. La logica della competitività industriale prevale sulle norme internazionali, sui diritti umani e persino sulla prevenzione dei conflitti. La Commissione europea si pone sempre più apertamente al servizio delle lobby militari, mentre le organizzazioni pacifiste e la società civile vengono escluse dai processi decisionali.

Particolarmente inquietante è il principio “de minimis”, che consentirebbe di aggirare le restrizioni nazionali all’esportazione di armamenti: componenti prodotti in un Paese con norme più rigorose potrebbero essere assemblati altrove ed esportati verso aree di guerra senza alcun controllo effettivo. È la costruzione di un mercato bellico europeo integrato e opaco, nel quale la responsabilità democratica viene progressivamente cancellata.

Al Senato il centrodestra chiede di rivedere l’obiettivo con la Nato per poi fare marcia indietro. E intanto l’Europa scrive nuove regole per rendere più agevole il commercio di armi. La protesta delle reti pacifiste

Il Re è finalmente nudo. Sulle spese militari anche i parlamentari della maggioranza dicono quello che la campagna Sbilanciamoci! sostiene da sempre: il 5 per cento del Pil in spese militari è insostenibile. Qualcuno da Washington, prima ancora che da Palazzo Chigi o dal ministero guidato da Guido Crosetto, deve essere intervenuto per obbligare i senatori ad una clamorosa retromarcia. Cancellato il punto 8 della mozione e anche le premesse sull’insostenibilità dello sforzo militare. Ma ciò che è stato scritto resta, perché non si può mettere per sempre la museruola alla verità.

Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lo denunciano da anni: l’alternativa è tra warfare e welfare. La favola secondo cui l’Italia potrebbe prepararsi alla guerra, secondo i desiderata di oltreoceano o del piano di riarmo di Ursula von der Leyen, senza travolgere lo stato sociale, si sta sgretolando sotto il peso della realtà. Si incrina la narrazione meloniana della crescita e della stabilità, mentre diventano evidenti le incompatibilità tra l’economia di guerra e la tenuta sociale del Paese. In questo vuoto di credibilità, le forze della pace e del disarmo devono essere più incisive: trasformare la propria denuncia in proposta politica per l’Italia e per l’Europa.

La “gaffe” andata in scena al Senato è rivelatrice. In una mozione della maggioranza, depositata dai capigruppo del centrodestra, compariva la richiesta di rivedere l’obiettivo del 5% del Pil per le spese militari entro il 2035, assunto da Giorgia Meloni al vertice Nato dell’Aja. Un testo che riconosceva apertamente l’insostenibilità economica e sociale di quell’impegno. Poi, nel giro di poche ore, le telefonate furiose da Palazzo Chigi e dalla Difesa, il panico per la perdita di credibilità internazionale e la cancellazione del passaggio incriminato. La verità però era già emersa: persino dentro la maggioranza si sa che il 5% del Pil in spese militari significherebbe devastare i conti pubblici.

I numeri sono impressionanti. Secondo l’Osservatorio Mil€x, il 5% del Pil equivarrebbe oggi a oltre 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra enorme, incompatibile con il finanziamento della sanità pubblica, della scuola, delle pensioni e delle politiche sociali. È il passaggio definitivo dallo stato sociale allo stato di guerra. E non è un’ipotesi astratta: è la traiettoria concreta imposta dalla Nato di Donald Trump e dal piano europeo di riarmo.

Il governo ha già tentato di mascherare questa realtà con un gigantesco trucco contabile. Palazzo Chigi sostiene di avere raggiunto il 2% del Pil in spese militari, ma il dato è stato ottenuto grazie all’allargamento artificiale delle voci considerate “spesa per la sicurezza”, includendo capitoli opachi e difficilmente verificabili. In realtà, la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del Pil, anche se gli stanziamenti diretti per la Difesa continuano a crescere fino a raggiungere livelli record. La manipolazione contabile serve a due obiettivi: compiacere la Nato e disinnescare il dissenso interno, facendo apparire già raggiunti traguardi che avrebbero costi sociali devastanti.

Ma proprio qui emerge la contraddizione strutturale. L’Italia vorrebbe accedere ai 14,9 miliardi del fondo europeo Safe per aumentare ulteriormente le spese militari. Tuttavia, il Paese si trova in procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo, con un rapporto superiore al 3% fissato dai parametri di Maastricht. La conseguenza è paradossale: il governo è stretto tra l’obbedienza ai diktat di Trump e von der Leyen e la necessità di evitare il collasso sociale interno.

A rendere ancora più drammatica questa scelta interviene il quadro internazionale. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la conseguente crisi nello stretto di Hormuz stanno producendo nuovi shock energetici e nuove tensioni economiche globali. Il rischio di blocco dei traffici energetici nel Golfo e nel Mar Rosso minaccia famiglie, lavoratori e imprese europee. Eppure, invece di investire nella protezione sociale, nella conversione ecologica e nella pace, l’Europa continua a puntare sul riarmo.

Dentro questo scenario si colloca anche l’ennesima offensiva della Commissione europea in favore dell’industria bellica. Con il cosiddetto “Defence Omnibus”, Bruxelles prova infatti a semplificare e deregolamentare il commercio delle armi. Dietro parole apparentemente innocue come “armonizzazione” e “semplificazione” si nasconde il tentativo di rendere quasi automatici i trasferimenti di armamenti all’interno e all’esterno dell’Unione europea, riducendo controlli, autorizzazioni e trasparenza.

Venticinque organizzazioni della società civile europea, riunite nella rete European Network Against Arms Trade, insieme a Rete Italiana Pace e Disarmo, hanno denunciato con forza i rischi della riforma. Le nuove “licenze generali di trasferimento” renderebbero molto più difficile tracciare la destinazione finale delle armi europee. Ancora più grave è il tentativo di attribuire maggiori poteri alla Commissione europea nella definizione degli standard per l’export militare, sottraendo competenze agli Stati nazionali e riducendo il controllo democratico.

Si tratta di una trasformazione politica profonda: le armi vengono trattate come una merce qualsiasi. La logica della competitività industriale prevale sulle norme internazionali, sui diritti umani e persino sulla prevenzione dei conflitti. La Commissione europea si pone sempre più apertamente al servizio delle lobby militari, mentre le organizzazioni pacifiste e la società civile vengono escluse dai processi decisionali.

Particolarmente inquietante è il principio “de minimis”, che consentirebbe di aggirare le restrizioni nazionali all’esportazione di armamenti: componenti prodotti in un Paese con norme più rigorose potrebbero essere assemblati altrove ed esportati verso aree di guerra senza alcun controllo effettivo. È la costruzione di un mercato bellico europeo integrato e opaco, nel quale la responsabilità democratica viene progressivamente cancellata.

La militarizzazione dell’Europa non è dunque soltanto un aumento delle spese militari. È un processo che investe l’economia, la politica, l’informazione e la stessa idea di democrazia. Si restringono gli spazi del welfare e dei diritti sociali mentre si espandono quelli dell’industria militare e della logica emergenziale.

Per questo oggi è necessario rilanciare con forza le mobilitazioni pacifiste e sociali. A partire dalla firma delle leggi d’iniziativa popolare per la difesa civile non armata e nonviolenta e per il diritto alla salute e la difesa del sistema sanitario pubblico. E facendo vivere l’appello lanciato da Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo in occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana: moltiplicare le iniziative di piazza in tutte le città tra il 30 maggio e il 2 giugno. Sta a tutti e tutte noi far sì che i festeggiamenti per la Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra siano ancora una volta “non sequestrati” dalla parata militare e dal dispiegamento di armi ed armati. 

Per questo oggi è necessario rilanciare con forza le mobilitazioni pacifiste e sociali. A partire dalla firma delle leggi d’iniziativa popolare per la difesa civile non armata e nonviolenta e per il diritto alla salute e la difesa del sistema sanitario pubblico. E facendo vivere l’appello lanciato da Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo in occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica italiana: moltiplicare le iniziative di piazza in tutte le città tra il 30 maggio e il 2 giugno. Sta a tutti e tutte noi far sì che i festeggiamenti per la Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra siano ancora una volta “non sequestrati” dalla parata militare e dal dispiegamento di armi ed armati. 

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