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Michele Giorgio edizione del 24/05/26
Vicini a un nuovo attacco all’Iran, ma anche a una tregua. Trump cerca la via d’uscita, oggi atteso un annuncio. Teheran propone un rinvio sull’uranio e un’intesa in 14 punti, Washington può accettarla. Netanyahu no e si sfoga sul Libano: strage di medici
Circa due mesi fa, a fine marzo, cinque o sei coloni israeliani apparsi dal nulla si piazzarono alla periferia del villaggio di Abu Nuiaym, a breve distanza dalla colonia di Efrat, a sud di Betlemme. Gli abitanti notarono quella presenza inquietante, senza però darle troppo peso. A sera andarono via. Tornarono qualche giorno dopo e piantarono una tenda: ad Abu Nuiaym scattò l’allarme. In breve, i coloni, provenienti in maggioranza da Efrat, divennero svariate decine e si sistemarono anche su terreni dei villaggi di Jurat al-Shamma, Tuqua e Harmala.
Quello fu il primo passo verso la realizzazione concreta del progetto coloniale israeliano denominato Givat Eitam, noto ora come E2. Nei disegni delle autorità israeliane, dovrà ridisegnare in modo radicale la geografia politica e territoriale intorno a Betlemme, così come il progetto gemello E1 sta isolando a est la zona palestinese di Gerusalemme e i suoi sobborghi, tagliando in due la Cisgiordania occupata.
CON IL PIANO E2, Betlemme, già bloccata a nord dagli insediamenti di Gilo, Har Gilo e Har Homa, a sud sarà chiusa da Givat Eitam. Il progetto, non ancora approvato formalmente ma già in avanzata fase di preparazione, sarà inizialmente realizzato su 120 ettari di terre palestinesi. Le stime parlano di 2.500 fino a 7mila alloggi per coloni israeliani. Interromperà la continuità territoriale e urbana con le aree rurali palestinesi storicamente legate a Betlemme. Come per il piano E1, il nuovo corridoio coloniale frammenterà il territorio, compromettendo la possibilità di uno Stato palestinese contiguo con Gerusalemme est come capitale. E2 rappresenta un passaggio strategico nella politica israeliana di annessione di fatto della Cisgiordania.
A PROPORLO FU, nel 2020, l’allora ministro della difesa Naftali Bennett, esponente di punta della destra religiosa e oggi principale avversario di Netanyahu. Cinque anni fa Peace Now e una dozzina di proprietari terrieri palestinesi presentarono un ricorso alla Corte suprema che nel 2022 è stato respinto. Se realizzato, il progetto raddoppierà le dimensioni di Efrat, trasformando l’area nel più esteso polo coloniale israeliano tra Gerusalemme e Hebron. «Lo Stato ha annunciato di voler modificare la giurisdizione della colonia di Efrat definendo un nuovo confine – spiega Hagit Ofran di Peace Now – Questo significa che la presentazione del piano è imminente. Temo che vedremo l’inizio della sua realizzazione pratica nei prossimi mesi».
L’insediamento di Efrat, fondato nel 1983, occupa un ruolo centrale in questa strategia. Nato all’interno del blocco coloniale di Gush Etzion grazie all’iniziativa di ambienti nazionalisti religiosi legati a coloni statunitensi e al rabbino Shlomo Riskin, Efrat ha contribuito all’espropriazione di ampie terre appartenenti ai villaggi palestinesi di al-Khader, Wadi al-Nis, Artas e Khirbet Beit Zakariya, prontamente dichiarate zone demaniali. La continua espansione di Efrat, dove nei mesi scorsi gli Stati uniti hanno aperto un loro ufficio consolare, non si è realizzata solo con la costruzione di case ed edifici.
HA PREVISTO anche una rete di strade riservate ai coloni e forti limitazioni all’edilizia palestinese nell’Area C della Cisgiordania, dove l’esercito israeliano mantiene un controllo esclusivo. Givat Eitam, a est di Efrat, riflette questa strategia. Nel 2004 Israele dichiarò «terra demaniale» 130 ettari nei pressi di al-Nahla, interpretando sulla base delle proprie esigenze la legge fondiaria ottomana del 1858 che consente allo Stato di appropriarsi di terreni considerati «incolti».
NOVE PROPRIETARI palestinesi presentarono ricorso alla Corte suprema israeliana, ma il tribunale riconobbe loro soltanto il 7% delle terre espropriate, lasciando il resto sotto il controllo dell’esercito. Nel 2011 fu creata una «fattoria», permettendo l’installazione di un avamposto poi ampliato dai coloni che, nel corso degli anni, hanno occupato case palestinesi e compiuto attacchi violenti. Nel 2018 l’area è stata messa a disposizione del ministero dell’Edilizia per favorire la costruzione di Givat Eitam. Inutili i ricorsi. Infine, nel 2022, il governo israeliano ha deciso di dare il via all’iter ufficiale per l’approvazione definitiva del progetto. Le infrastrutture, comunque, sono già in costruzione. Una circonvallazione unisce Efrat agli insediamenti di Tekoa e Nokdim, creando una continuità coloniale che taglierà sempre di più Betlemme fuori dalla Cisgiordania meridionale.
Per la città palestinese nota in tutto il mondo, le conseguenze saranno ancora più devastanti. Già separata da Gerusalemme dal Muro e dall’insediamento di Har Homa, rischia di trasformarsi in un’enclave isolata, circondata da colonie e infrastrutture israeliane. La storica connessione culturale, economica e religiosa con Gerusalemme verrà ulteriormente spezzata.
«GIVAT EITAM – ha spiegato a un giornale locale Dalia Qumsieh, della Balasan Initiative for Human Rights, che monitora il progetto coloniale israeliano – è stato rinominato E2 per allinearsi al più famoso piano E1a est di Gerusalemme. Entrambi creano corridoi di insediamento, annettono ampie porzioni di terre palestinesi e ostacolano qualsiasi prospettiva di un futuro Stato palestinese contiguo».