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24 Maggio 2026 Antonio Cipriani
Sommario. «La poesia è la nostra lingua da sempre, è la lingua dei poeti a braccio, degli anarchici cantastorie, di chi continua a raccontare e raccontarsi contro lo spaesamento subito. Per spiazzare il potere e la sua lingua meccanica, di codici, inglesismi e obbedienze nascoste nei comandi. La poesia è come la carta e la lotta, serve a scrivere magnificamente con spirito creativo e a vincere sul tempo».
In un seminario, davvero intenso, su Verità e Menzogna presso la Fondazione Matteotti, nel cuore di Roma, è emerso tra le tante cose un aspetto particolarissimo della riflessione collettiva sul tema: quello della soglia tra mondi diversi, tra sogno e realtà, come luogo di confine che si pone come scambio, entrare fuori e uscire dentro. La soglia come linea non tracciata, sfrangiata culturalmente in un margine che nutre culture diverse, che agisce nell’etica plurale e nella verità plurale.
Su questo canto della soglia e del margine, il seminario ha raggiunto punte altissime con le parole della psicoterapeuta Carla Stroppa e poi ha affrontato i temi straordinariamente caldi della dittatura dell’algoritmo, con uno sguardo sull’intelligenza artificiale e una filosofia necessariamente controfattuale, umana, imprevedibile a disegnare altri mondi possibili. Per sottrarci dall’infelice sistema di cattiveria, razzismo, suprematismo e fanatismo religioso che usa la parola intelligenza, anche se artificiale, per continuare a distruggere l’umanità e il pianeta tutto.
L’incontro, che mi ha visto tra i relatori, fa parte di un ciclo di una ventina di appuntamenti organizzati dal filosofo Lucio Saviani, con la Società filosofica europea di ricerca e alti studi (Sfera), con il Centro per la filosofia italiana e la rivista di cultura Tempo presente. E Saviani, magistralmente, con la sua delicatezza e cura per l’altro, ha guidato il dibattito, con quella sua capacità forte di far emergere pensieri e paesaggi umani, senza paura. Con il coraggio poetico del filosofo che ascolta con curiosità quelli che provengono dal margine con purezza e furore, barbari che parlano la loro lingua poetica, che con le loro mani che pensano costruiscono inciampi per sabotare la cultura patinata che crea accettazione e intrattenimento.
Ho detto coraggio, perché mi piace pensare al cuore di chi sa che ci salverà – e alla fine credo sia andata sempre così – l’imprevedibilità, il confine del senso che anima il pensiero divergente, la capacità umana, tanto umana, di sottrarsi dalla farneticazione del potere, dalla dittatura efferata del denaro, del necessario sistema messo in piedi per costruire un mondo in cui gli uomini e le donne sono solo parametri. Neanche più consumatori, e neanche esseri ai quali estorcere consenso: solo parametri. E contro i parametri funziona solo lo spiazzamento. Quindi un abbozzo di teoria anarchica della conoscenza vale più di un decalogo di obbedienza.
Poi la poesia, le parole come pitture rupestri. Nell’incontro la poesia è emersa nella sua totale incredibile potenza. La poesia, luogo di parole e sentimenti verticali che agisce come scheggia inattesa sul piano orizzontale della realtà. E mentre lo fa, la sposta di un millimetro, la crina, la rende fessura di luce attraverso la quale percepire l’esistenza del mistero. È emersa come sbigottimento barbaro di fronte alla vita, come cammino nella grammatica oscura dei boschi e dei pascoli, come sensazione di dubbio e balbettante disincanto (per sottrarre passato e futuro da un presente incantesimo che affatica il cuore).
E a un certo punto della serata ha parlato Ruzena Halova, traduttrice ceca, sensibile donna di cultura poetica. E ha raccontato di quando giovani studenti che venivano dalla periferia di Praga organizzavano nelle loro strade seminari di poesia con parole inventate. Cuore che batte. Un inciampo per il potere. Un essere donne e uomini fuori contesto. Questo racconto è stato emozionante, ha ristabilito alcuni dimenticati criteri culturali:
la poesia è la nostra lingua da sempre, è la lingua dei poeti a braccio, degli anarchici cantastorie, di chi continua a raccontare e raccontarsi contro lo spaesamento subito. Per spiazzare il potere e la sua lingua meccanica, di codici, inglesismi e obbedienze nascoste nei comandi. La poesia è come la carta e la lotta, serve a scrivere magnificamente con spirito creativo e a vincere sul tempo.
L’oracolo, con ironia, il sogno svela. E questo il sogno che è saltato fuori dal mistero di una serata incredibile e poeticamente filosofica, in cui il mistero della vita è apparso potente e magico.
Ps
Risparmiateci i bla bla da scuola di scrittura sull’inutilità del pensiero poeticamente filosofico. Non vogliamo declamare poesie ai carnefici che governano il mondo, e neanche mettersi davanti ai bar con i turisti seduti a leggere parole che neanche sfiorano l’ascolto. Stiamo coralmente pensando a noi stessi, alla costruzione di quello che siamo per riappropriarci delle armi più antiche, delle parole, del modo di costruirci pensiero non obbediente, del fatto che sarà la coscienza collettiva a fermare l’arbitrio. La poesia precede la rivolta delle coscienze.
Antonio Cipriani Polemos