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27 Mag , 2026|Michele Agagliate
“La nostra biodiversità è un tesoro che dobbiamo proteggere e valorizzare.”
— Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente, 22 maggio 2026
C’è qualcosa di profondamente osceno, nel senso letterale del termine — qualcosa che dovrebbe restare fuori scena, nascosto, perché troppo imbarazzante da mostrare alla luce del sole — nella coincidenza temporale che ha caratterizzato il 22 maggio 2026. In quella data, mentre il mondo celebrava la Giornata Mondiale della Biodiversità, mentre le Nazioni Unite ricordavano l’urgenza di proteggere gli ecosistemi del pianeta, mentre botanici, ecologi, naturalisti e semplici cittadini innamorati della natura alzavano la voce contro la sesta estinzione di massa in corso, il Ministro dell’Ambiente italiano Gilberto Pichetto Fratin pubblicava una nota ufficiale per celebrare il patrimonio naturale del nostro paese. L’Italia, scriveva con orgoglio, “è uno dei principali hotspot di biodiversità del Continente”: ospita oltre sessantamila specie animali e più di ottomila specie di piante vascolari, concentra circa un terzo delle specie animali europee e quasi la metà di quelle vegetali.
Parole bellissime. Parole che, in bocca a qualsiasi altro ministro di qualsiasi altro governo degno di questo nome, avrebbero potuto accompagnare politiche concrete di tutela, investimenti nella protezione dei parchi naturali, un rafforzamento della normativa contro il bracconaggio, un impegno serio nella lotta alla perdita di habitat. Invece, quelle stesse parole venivano pronunciate da un membro di un governo che, in quei giorni esatti, stava accelerando l’iter parlamentare di una delle leggi più distruttive per la fauna selvatica italiana degli ultimi trent’anni: il disegno di legge n. 1552, la nuova riforma della caccia fortemente voluta dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, già approvata in prima lettura dalle Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato.
Questa è la storia di un inganno; uno di quelli sistematici, strutturali, che si perpetuano attraverso le parole giuste dette nel momento sbagliato, o meglio: dette precisamente per coprire le azioni sbagliate che si compiono in silenzio. È la storia di un governo che parla di “tesori da proteggere” mentre consegna quei tesori alle lobby venatorie. È la storia di un Paese che si vanta di essere un hotspot di biodiversità mentre costruisce le condizioni legislative per devastarlo. È, in fondo, la storia di come la politica italiana — e non solo quella di destra — abbia da decenni trattato la natura come un’appendice, un orpello, un affare da sistemare tra una crisi economica e l’altra, mai come una priorità assoluta, mai come una questione di civiltà.
Ma è anche, e soprattutto, la storia della resistenza. Delle più di cinquanta associazioni che si sono mobilitate. Degli scienziati che hanno firmato appelli. Della LIPU che ha scritto persino al Papa. Dei cittadini che non accettano di vivere in un paese svuotato della sua meraviglia biologica. Di tutti coloro che credono che la difesa della natura non sia un lusso da radical chic, ma una necessità etica, politica ed economica di prima grandezza.
Per capire la profondità dell’inganno, bisogna partire dalla struttura stessa del governo Meloni e dalla sua comunicazione ambientale. Non è la prima volta, né sarà l’ultima, che un esecutivo di destra usa il linguaggio dell’ecologia per coprire politiche anti-ambientali. È anzi uno dei tratti distintivi della destra contemporanea a livello globale: appropriarsi del vocabolario verde — “sostenibilità”, “biodiversità”, “ecosistemi” — svuotandolo completamente di contenuto, trasformandolo in mera scenografia comunicativa.
Il caso Pichetto Fratin è emblematico. Il ministro è noto per le sue posizioni tutt’altro che ambientaliste: ha spesso difeso le fonti fossili, ha rallentato la transizione energetica, ha dichiarato in più occasioni un fastidio visibile per le politiche climatiche più ambiziose dell’Unione Europea. Eppure, nella Giornata della Biodiversità, eccolo evocare “ecosistemi da rafforzare” e “sfide del cambiamento climatico da affrontare”. Il tutto mentre il suo stesso governo vara la riforma più regressiva sulla fauna selvatica degli ultimi decenni.
Questa doppiezza non è una svista. Non è nemmeno la classica ipocrisia della politica. È una strategia precisa, consapevole, che serve a occupare lo spazio narrativo dell’ambientalismo istituzionale per svuotarlo dall’interno. Se il ministro dell’ambiente dice che la biodiversità è un tesoro, chi osa dire che il governo la sta distruggendo? Il meccanismo è perverso nella sua efficacia: le dichiarazioni di facciata creano una cortina di fumo che rende più difficile vedere — e far vedere — cosa accade realmente nelle stanze del potere legislativo.
Ma i fatti sono ostinati: dicono che mentre Pichetto Fratin celebrava la natura, le Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato davano il primo via libera al DDL 1552; dicono che questo disegno di legge — che stravolge la legge 157/1992, l’unico baluardo normativo rimasto a protezione della fauna selvatica — è stato definito dalla Commissione europea, in una lettera ufficiale inviata al governo italiano nel dicembre 2025 e “volutamente ignorata” dall’esecutivo Meloni, incompatibile con il diritto comunitario. I fatti dicono che oltre cinquanta associazioni — dall’ENPA alla LAC, dalla LAV a Legambiente, dalla LIPU-BirdLife Italia al WWF — hanno alzato la voce contro un testo che, nelle parole delle stesse organizzazioni, è stato “aggravato da numerosi emendamenti presentati dalla maggioranza, tutti mirati a fare ulteriori concessioni alle lobby venatorie”.
I fatti, insomma, raccontano una storia molto diversa da quella delle note ufficiali ministeriali.
L’Italia è un paese di transizione migratoria di importanza cruciale: attraverso la nostra penisola, ogni anno, passano decine di milioni di uccelli che si spostano tra l’Africa e l’Europa. Molte di queste specie sono già in stato di declino preoccupante: secondo i dati di BirdLife International, in Europa negli ultimi quarant’anni abbiamo perso quasi seicento milioni di uccelli. Le cause sono molteplici — perdita di habitat, pesticidi, cambiamenti climatici — e la caccia si aggiunge come fattore di pressione ulteriore su popolazioni già vulnerabili. Il DDL 1552, nella sua versione emendata dalla maggioranza, punta ad allargare sia il numero di specie cacciabili sia la durata della stagione venatoria: un doppio colpo per gli uccelli selvatici che la LIPU ha definito “devastante”.
È per questo che il presidente della LIPU Alessandro Polinori ha fatto il passo straordinario di scrivere a Papa Leone XIV, chiedendo al pontefice di intercedere “per le sorti e il futuro della natura in Italia”. È la testimonianza di quanto profonda sia la preoccupazione degli esperti, di quanto ci si senta soli di fronte a un governo sordo alle ragioni della scienza e della conservazione. Scrivere al Papa — in un Paese laico, nel 2026 — significa riconoscere che tutti gli altri canali istituzionali sono stati chiusi. Che il dialogo con il governo è impossibile. Che si è costretti a cercare mediazioni straordinarie perché quelle ordinarie non funzionano.
Ma il caso forse più emblematico, quello che più di ogni altro rivela la pericolosa irresponsabilità del DDL 1552, è quello dello stambecco delle Alpi.
Lo stambecco delle Alpi — Capra ibex — è una delle storie di conservazione più straordinarie e istruttive della storia naturale europea. È, in un certo senso, la storia di come l’umanità abbia quasi commesso un delitto irreparabile e poi, in extremis, abbia trovato la saggezza per fermarlo e ripararlo.
Nel 1821, quando si fece il primo censimento serio della specie sulle Alpi italiane, si scoprì che di stambecchi ne erano rimasti meno di cento esemplari. Solo cento. E tutti concentrati sulle montagne del Gran Paradiso. Il resto della catena alpina era stato svuotato: il caprino era scomparso dalla Svizzera, dalla Germania, dall’Austria, dalla Slovenia. Secoli di caccia intensiva — caccia anche per motivi assurdi, come la credenza popolare che la polvere delle corna di stambecco delle Alpi avesse proprietà curative quasi magiche — avevano portato una specie un tempo diffusa sull’intero arco alpino sull’orlo dell’estinzione.
Ci vollero decenni di protezione rigida, di riproduzione in cattività, di reintroduzioni pazienti e costose per riportare lo stambecco sulle Alpi. Un lavoro lungo, difficile, che ha impegnato generazioni di naturalisti, guardiaparco, istituzioni. Oggi, grazie a quell’impegno straordinario, la Capra ibex è tornata a popolare buona parte dell’arco alpino: si stima che in Italia vivano tra i diecimila e i quindicimila esemplari, distribuiti in diverse colonie che colonizzano parchi naturali, riserve e zone di protezione.
Lo stambecco delle Alpi è diventato un simbolo. Non solo della conservazione alpina in senso stretto, ma dell’idea stessa che sia possibile riparare i danni inflitti dall’uomo alla natura, che non tutto sia perduto, che la perseveranza e la scienza possano fare la differenza. È un simbolo di speranza in tempi in cui di speranza per la natura ce n’è sempre meno.
Ebbene, nel testo del DDL 1552 presentato in Commissione al Senato, lo stambecco delle Alpi è incluso tra le specie potenzialmente cacciabili.
Lasciamo che questo fatto si sedimenti. Lo stambecco potrebbe tornare ad essere bersaglio di cacciatori. Per cosa? Per soddisfare le richieste delle “lobby venatorie”, come le chiama la nota congiunta delle associazioni ambientaliste. Per dare qualcosa in più alle organizzazioni di cacciatori che finanziano partiti e campagne elettorali.
Non esiste alcuna ragione scientifica, gestionale o ecologica che giustifichi la caccia allo stambecco delle Alpi nell’Italia del 2026. Le popolazioni, seppure in ripresa, restano vulnerabili e concentrate in aree specifiche. Le pressioni sul loro habitat — cambiamento climatico, turismo, espansione delle attività umane in montagna — sono già significative. Aggiungere la caccia a queste pressioni significherebbe rischiare di vanificare un secolo di lavoro di conservazione.
Ma evidentemente, per il governo Meloni e per il ministro Lollobrigida, un secolo di lavoro non conta. Conta di più il consenso delle maledette lobby venatorie.
Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda è il trattamento riservato dal governo italiano alla lettera ufficiale della Commissione europea. Inviata a dicembre 2025 — in pieno iter parlamentare del DDL 1552 — la lettera esprime le preoccupazioni della Commissione riguardo alla compatibilità del provvedimento con le direttive comunitarie sulla protezione della natura, in particolare la Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat.
Si tratta di una lettera diplomatica seria, il modo in cui l’Unione Europea comunica ai governi nazionali che stanno per violare il diritto comunitario. In genere, quando arriva una lettera simile, i governi aprono un dialogo con la Commissione, modificano i provvedimenti più controversi, cercano un punto di equilibrio. È quello che fa qualsiasi governo responsabile che voglia evitare procedure di infrazione, sanzioni economiche e conflitti istituzionali con Bruxelles.
Il governo Meloni ha scelto di ignorarla.
La lettera — che le associazioni ambientaliste sono riuscite a ottenere e rendere pubblica — è rimasta senza risposta. La Presidente del Consiglio e la maggioranza di centrodestra hanno preferito procedere nell’iter parlamentare come se quella lettera non esistesse. Come se le direttive europee non esistessero. Come se l’Italia potesse fare ciò che vuole della propria fauna selvatica senza rispondere a nessuno.
Questo atteggiamento rivela un rapporto distorto con le istituzioni europee, con il diritto internazionale, con il concetto stesso di responsabilità condivisa nella protezione dei beni naturali comuni. La fauna selvatica — come ci ricorda la nostra stessa Costituzione, che all’articolo 9 riconosce la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi — non è proprietà di nessun governo. Non può essere svenduta alle lobby venatorie come se fosse un asset da monetizzare.
L’Europa, in questo caso, non è il nemico: è il presidio. Le direttive comunitarie sulla protezione della natura — pur con tutti i loro limiti e le loro insufficienze — rappresentano il minimo comune denominatore di civiltà ambientale che gli Stati membri si sono impegnati a rispettare. Ignorarle non è un atto di sovranità, ma un mero atto di irresponsabilità verso le generazioni future e verso la natura stessa.
L’Italia ha già subito in passato condanne da parte della Corte di Giustizia europea per violazioni delle direttive sulla protezione degli uccelli. Ogni condanna costa milioni di euro ai contribuenti italiani. Ma evidentemente, per questo governo, il costo politico di scontentare le lobby venatorie è più importante del costo economico di violare il diritto europeo.
I cacciatori italiani, secondo le stime più recenti, sono circa 500.000-600.000. Un numero in continuo calo (per fortuna) — erano oltre un milione negli anni Ottanta — ma ancora politicamente significativo, soprattutto perché concentrato in specifiche aree geografiche e demografiche che corrispondono a bacini elettorali importanti per la destra italiana. I cacciatori votano compatti, si organizzano, finanziano associazioni di categoria potenti, hanno rappresentanti in ogni livello istituzionale.
Le associazioni venatorie — alcune delle quali siedono ai tavoli istituzionali accanto alle organizzazioni ambientaliste — esercitano da decenni una pressione costante e capillare sulla politica italiana. Non solo a Roma, ma in ogni regione, in ogni provincia, in ogni comune dove si discute di fauna selvatica, di piani di gestione, di periodi di caccia. Sono attrezzate, finanziate, ben connesse. Hanno ottimi avvocati, ottimi lobbysti, ottimi rapporti con i media locali.
Di fronte a questa macchina di pressione politica, le associazioni ambientaliste — pur numerose, agguerrite e sostenute dalla scienza e da una parte crescente dell’opinione pubblica — si trovano in una posizione strutturalmente svantaggiata. Non finanziano partiti, non garantiscono pacchetti di voti compatti e non hanno rappresentanti radicati nei luoghi in cui vengono prese molte decisioni concrete. Possono esercitare pressione attraverso i media, le manifestazioni e i ricorsi legali — e infatti lo fanno, con un’efficacia sempre maggiore. Ma la macchina del potere venatorio opera soprattutto ai livelli più bassi, più capillari e più difficili da intercettare con le campagne mediatiche.
Esiste poi un’altra dimensione, spesso trascurata: quella delle associazioni agricole. Il DDL 1552 è stato sostenuto anche da una parte del mondo agricolo, quella che vede nella caccia uno strumento per “gestire” le popolazioni di animali selvatici considerate dannose per le colture. La logica è quella del cosiddetto “controllo faunistico”: abbattere cinghiali, caprioli o cervidi che provocano danni ai campi. Una logica che, di per sé, non è illegittima — il controllo delle popolazioni animali può rappresentare uno strumento di gestione del territorio — ma che, nel DDL 1552, viene spesso piegata e trasformata in un pretesto per liberalizzare la caccia tout court.
Come sottolinea la nota congiunta delle associazioni ambientaliste, gli emendamenti della maggioranza al DDL 1552 rispondono agli interessi “di quella parte delle associazioni agricole che intende sfruttare anche la caccia come strumento di profitto, a scapito dei veri interessi di migliaia di agricoltori”. Una distinzione fondamentale: non è il mondo agricolo nel suo complesso a sostenere questa legge, ma una sua componente specifica, che ha trovato nella caccia un business aggiuntivo. Gli agricoltori che vogliono davvero proteggere le proprie colture dispongono già di strumenti alternativi, spesso più efficaci e molto meno devastanti per gli ecosistemi.
In questo dibattito, la scienza ha una voce chiara. Le discipline che studiano la fauna selvatica convergono su alcune conclusioni fondamentali che il DDL 1552 ignora completamente.
La prima: le popolazioni animali non si gestiscono con il fucile. O meglio, la caccia può essere uno strumento di gestione faunistica in contesti molto specifici, con target molto precisi, quando applicata nell’ambito di piani scientificamente fondati e monitorati. Non è quello che propone il DDL 1552, che punta invece a una liberalizzazione generalizzata del prelievo venatorio senza un corrispondente rafforzamento dei meccanismi di monitoraggio e controllo.
La seconda: la perdita di biodiversità è una crisi sistemica, non risolvibile con misure settoriali. La fauna selvatica non è un problema a sé: è parte di un ecosistema complesso in cui ogni specie ha un ruolo. Ridurre le popolazioni di predatori o erbivori può avere effetti a cascata imprevedibili su tutta la rete ecologica. La scienza degli ecosistemi ci ha insegnato che i sistemi naturali sono interconnessi in modi che sfuggono alla logica semplificata del “ce ne sono troppi, quindi cacciamoli”.
La terza: il cambiamento climatico sta già mettendo a dura prova la fauna selvatica italiana. Le specie si spostano verso nord e verso quote più elevate, i cicli riproduttivi si alterano, le relazioni predatore-preda vengono distrutte. Aggiungere la pressione venatoria a un ecosistema già sotto stress climatico è come colpire uno zoppo che sta cercando di rialzarsi.
La quarta, forse la più importante politicamente: la tutela della biodiversità è un investimento economico: gli ecosistemi sani forniscono servizi — impollinazione, regolazione del ciclo idrico, fertilità dei suoli, purificazione dell’aria, sequestro di carbonio — che hanno un valore economico misurabile e inestimabile. Distruggere quegli ecosistemi significa distruggere una ricchezza reale, concreta, che nessun mercato finanziario potrà mai riprodurre artificialmente.
La scienza, insomma, non solo non sostiene il DDL 1552: lo contraddice radicalmente. Ma il governo Meloni ha scelto, come fa su molte questioni — dal cambiamento climatico alle energie rinnovabili — di ignorare la scienza in favore del consenso politico di breve periodo.
Una delle ragioni per cui questa vicenda non ha ancora prodotto la mobilitazione di massa che meriterebbe è il modo in cui i media italiani l’hanno trattata — o, meglio ancora, ignorata.
La riforma della caccia è una notizia scomoda per molti. È scomoda per i media di destra, che non hanno alcun interesse a criticare un governo di cui spesso sono corresponsabili o politicamente vicini. È scomoda per i media mainstream, che continuano a trattare le questioni ambientali come marginali rispetto all’economia, alla politica interna o alla politica estera. Ed è scomoda anche per molti media locali, spesso legati — direttamente o indirettamente — a interessi economici connessi al mondo venatorio e alla gestione del territorio. È il problema strutturale dell’agenda-setting ambientale in Italia: le questioni ecologiche vengono sistematicamente marginalizzate, relegate alle ultime pagine e trattate come temi di nicchia per appassionati, anziché come questioni centrali della vita democratica. Eppure riguardano tutti noi. La perdita di biodiversità riguarda la qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo e del cibo che mangiamo. Riguarda la salute delle generazioni future, l’economia delle aree rurali e, in definitiva, il futuro stesso del Paese.
In tutto questo, dov’è la “sinistra” italiana? Dov’è il Partito Democratico? Dov’è il Movimento 5 Stelle? Dove sono le forze progressiste che dovrebbero fare dell’ambiente una priorità assoluta?
La risposta onesta è: ci sono, ma non abbastanza. Gli emendamenti presentati dall’opposizione al DDL 1552 — tutti respinti dalla maggioranza — dimostrano che esiste una voce critica in Parlamento. Ma quella voce non è abbastanza forte, abbastanza coerente, abbastanza capace di trasformare una questione tecnica in una questione politica di massa.
Il problema della sinistra italiana con l’ambientalismo è antico e profondo. Per decenni, una parte del centro-sinistra ha trattato le questioni ambientali come un terreno di compromesso con le lobby produttiviste — agricole, industriali, venatorie — nel timore di perdere consenso nelle aree rurali. Il risultato è una posizione spesso timida, ondivaga, incapace di fare dell’ambiente un asse identitario chiaro.
È, banalmente, una questione di visione del mondo. L’ambientalismo radicale — quello che parte dal riconoscimento dei limiti del pianeta, dalla necessità di cambiare il modello produttivo e dall’imperativo etico di proteggere le altre specie — richiede un coraggio politico che la sinistra italiana fatica ancora a trovare. È molto più facile parlare di lavoro, welfare e disuguaglianze — temi importantissimi, sia chiaro — che affrontare la questione più scomoda di tutte: il fatto che il nostro modello di sviluppo sia profondamente insostenibile e che difendere la natura significhi inevitabilmente sfidare interessi economici e culturali consolidati.
L’emergenza climatica e la crisi della biodiversità non aspettano. Ogni anno perso è un anno in meno per invertire tendenze che, se continuano, diventeranno irreversibili. La sinistra italiana deve scegliere: può continuare a trattare l’ambiente come uno dei tanti temi, oppure può farne il cuore del suo progetto politico, capendo che difendere la natura significa difendere il futuro delle persone, a cominciare dalle più vulnerabili.
Il DDL 1552 è un test. Se la sinistra non riesce a mobilitarsi con decisione contro questa legge — non solo in Parlamento, ma nel Paese, nelle piazze, nelle scuole, nei media — allora vuol dire che ha ancora molta strada da fare prima di essere all’altezza della sfida.
Torniamo, per concludere, alle parole del ministro Pichetto Fratin: “La nostra biodiversità è un tesoro che dobbiamo proteggere e valorizzare”.
Questo tesoro è sempre più fragile. È già sotto pressione da decenni di urbanizzazione, inquinamento, sfruttamento intensivo del territorio e cambiamenti climatici. Ha bisogno di protezione concreta; tutto il resto è soltanto fuffa.
Un Paese che custodisce l’aquila reale, il lupo grigio, la lontra eurasiatica, il capovaccaio, la cicogna nera, lo stambecco delle Alpi è un Paese più ricco — non solo ecologicamente, non solo economicamente, ma spiritualmente, culturalmente, moralmente. Un Paese capace di convivere con la selvaticità, di lasciare spazio all’alterità della natura, di riconoscere il valore intrinseco delle altre specie — al di là della loro utilità umana — è un Paese più maturo, più saggio, più degno del futuro.
Il tesoro, dunque, esiste. Sta a noi proteggerlo davvero: non a parole, ma con i fatti.