| M. Alessandra Maf Filippi mag 30, 2026 |
Ieri, durante un evento pubblico, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato apertamente: “Prima avevamo il 50% di Gaza, ora siamo passati al 60%. Ho ordinato di passare al 70%”. E quando dalla sala qualcuno gli ha urlato di occupare l’intera Striscia, Netanyahu ha risposto sorridendo: “Un passo alla volta, iniziamo con il 70”. Una dichiarazione pubblica pronunciata senza imbarazzo, con la leggerezza con cui si annuncia una scampagnata.
La notizia è enorme perché segna il passaggio da una guerra presentata come “temporanea” a una logica coloniale permanente. Il nodo che la nostra informazione sembra ignorare è politico e semantico insieme: un “cessate il fuoco” che continua a produrre espansione territoriale, sfollamenti, bombardamenti quotidiani e altrettanto quotidiane carneficine è evidente che sia una formula vuota, utile più alla gestione diplomatica dell’immagine israeliana e occidentale, che alla cessazione reale delle ostilità.
La conquista di Gaza, un passo alla volta
Dentro quelle parole c’è il collasso definitivo di tutta la retorica occidentale su “operazioni mirate”, “guerra temporanea” e “diritto alla difesa”. Perché qui non si parla più di neutralizzare Hamas. Si parla apertamente di percentuali territoriali da occupare, di controllo definitivo, di conquista mascherata da necessità militare. E il fatto più sconvolgente è che tutto questo avvenga mentre il mondo continua a usare l’espressione “cessate il fuoco”. Un cessate il fuoco durante il quale Israele espande il proprio controllo militare sulla Striscia, continua i bombardamenti e prepara apertamente l’annessione e la deportazione “volontaria” della popolazione palestinese sopravvissuta.
Il senso delle parole
Il Canale 14 israeliano ha infatti confermato l’esistenza di un piano coordinato con gli Stati Uniti per allargare progressivamente l’occupazione attraverso bombardamenti continui e uccisioni nelle aree di Gaza che Tel Aviv ancora non controlla. Una volta completata la pressione militare, il testimone passerebbe al cosiddetto “dipartimento per l’emigrazione volontaria”, creato a marzo con l’obiettivo di “trasferire la popolazione palestinese in qualsiasi Paese del mondo che non sia la Palestina o Israele”.
Anche le parole, ormai, vengono bombardate fino a perdere significato: “Emigrazione volontaria”, come se “volontaria” potesse considerarsi la fuga di una popolazione affamata, assediata, bombardata e privata di ogni infrastruttura civile necessaria a sopravvivere. Una manipolazione distopica che trasforma la coercizione in linguaggio burocratico. La stessa logica con cui la distruzione viene chiamata sicurezza, l’occupazione autodifesa, la fame pressione strategica.
È impossibile non ripensare alle parole pronunciate appena un mese fa dal ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich. Raccontando un dialogo con il figlio, preoccupato che alla sua generazione non sarebbe rimasto più nulla da fare dopo tutta la devastazione già compiuta, Smotrich ha risposto serenamente: “Tranquillo, c’è ancora molto da fare”. Molto da fare. Ed effettivamente Israele continua. Continua a Gaza, dove quel poco rimasto in piedi viene cancellato dalle bombe e dai massacri quotidiani, mentre si discute pubblicamente di quanta parte della Striscia debba essere occupata.
A Tiro bombe sulle radici della nostra storia
Continua in Libano, dove dal 2 marzo Israele ha già assassinato oltre 3200 libanesi, per lo più civili, la maggior parte donne e bambini, come di abitudine. E dove vengono colpite città come Tiro: la Tiro fenicia, quella da cui secondo la tradizione partì Didone per fondare Cartagine, la città che Alessandro Magno assediò per sette mesi pur di piegarne la resistenza. Israele, impunemente, ha ordinato l’evacuazione di circa 135 mila civili dal Libano meridionale, compresi tutti gli abitanti di Tiro, città che ha la stessa popolazione della nostra Livorno, per intenderci. E da ieri la sta bombardando.
Uno Stato nato meno di ottant’anni fa sta cancellando città, memorie e civiltà che attraversano millenni di storia mediterranea. La nostra storia. Le nostre radici. E lo fa come se ogni altra stratificazione storica non conforme alla sua narrazione dovesse scomparire dal paesaggio.
E sul castello crociato di Beaufort, patrimonio Unesco
Prova ne è che sempre ieri Israele ha bombardato anche il leggendario castello crociato di Beaufort, patrimonio UNESCO sopravvissuto a tutto per quasi novecento anni. Testimone resiliente di invasioni, imperi e guerre regionali, non è sopravvissuto alla furia dello Stato che nel 2018 ha stabilito per legge che gli unici titolari del diritto all’autodeterminazione sono gli israeliani di fede ebraica. Costruito nel XII secolo, rimasto in piedi come un gigante buono, non è sopravvissuto all’epoca che continua a definirsi “ordine internazionale basato sulle regole”.
Non posso fare a meno di ricordare che quando i Talebani distrussero i Buddha di Bamiyan, il mondo parlò — giustamente — di barbarie contro la storia e contro l’umanità. Oggi, quando Israele colpisce siti storici, in Libano come a Gaza o in Iran, quando cancella siti archeologici, palazzi, moschee storiche, musei, biblioteche secolari e interi quartieri, improvvisamente tutto diventa “complesso”, “contestuale”, “necessario”. La barbarie cambia nome a seconda dell’alleanza geopolitica di chi preme il pulsante.

Intanto, l’Europa continua la propria decomposizione morale. Non è riuscita nemmeno a trovare un accordo sulle grottesche, immorali sanzioni simboliche contro Itamar Ben Gvir, ministro estremista già condannato in passato per incitamento al razzismo e sostegno a organizzazioni terroristiche ebraiche. Un uomo a capo di un apparato politico e poliziesco, denunciato da organizzazioni internazionali, sotto il quale centinaia di civili e membri di equipaggi umanitari sono stati torturati, umiliati, sottoposti a trattamenti degradanti e detenzioni arbitrarie.
Civili ridotti a numeri, spogliati dell’identità, amministrati come “pezzi”. Qualcosa che rimanda alla memoria di altri pezzi e altre disumanizzazioni, per le quali ci hanno fatto ripetere come un disco rotto “mai più”. Si, “mai più”. Ma se vale solo per qualcuno e non per tutti, allora anche quella formula si rivela per ciò che è: una promessa selettiva o, peggio ancora, un’ipocrita finzione.
Odio e disprezzo vengono giustificati
Come nel peggiore degli incubi, i governi occidentali continuano a ripeterci meccanicamente che “Israele ha diritto di difendersi”, mentre davanti ai nostri occhi vengono normalizzate deportazioni, occupazioni permanenti e distruzioni sistematiche. “La storia è piena di violenza”, mi ha ripetuto ieri uno storico, visibilmente schierato, al quale raccontavo di essere stata oggetto di sputi da parte un gruppo di bambini veneziani con la kippah.
La mia colpa: quella di avere ricamata sulla borsa, a punto croce, la bandiera palestinese. Bambini nei cui occhi qualcuno ha già seminato ostilità e appartenenza militante.
Eppure, di quest’odio e disprezzo del quale i loro occhi e i loro volti erano colmi, nessuno osa parlare. Come nessuno osa parlare delle menzognere campagne diffuse a mezzo stampa del presunto antisemitismo che regnerebbe nel nostro Paese. Calunnie che andrebbero smentite con la stessa vigorosa insistenza con la quale televisione, carta stampata e radio trasformano il nostro disgusto e il nostro dissenso in “nuove pericolose ondate di antisemitismo”.
È tempo di prendere coscienza che siamo di fronte a qualcosa di nuovo, al quale non abbiamo mai assistito prima. Qualcosa in cui la violenza smette di essere soltanto violenza e diventa un progetto politico rivendicato pubblicamente. E quel tempo, ormai, è già qui. È il presente nel quale siamo immersi. E il punto più scandaloso non è nemmeno più la ferocia. Il punto davvero più mostruoso oggi è l’impunità. La trasformazione dell’orrore in ordinaria amministrazione.
Un governo che annuncia apertamente l’occupazione progressiva di un territorio sotto assedio da circa 31 mesi, mentre la comunità internazionale resta immobile e muta, non sta soltanto violando il diritto internazionale. Sta dimostrando al mondo che quel diritto vale solo per alcuni. E solo fino a un certo punto, come a suo tempo involontariamente ammise Tajani in un raro momento di pericolosa onestà ideologica.
A Gaza la guerra non è mai finita: il cessate il fuoco sta producendo nuove mappe militari, in vista della trasformazione territoriale della Striscia, pronta ormai per essere ingoiata.