“Accordo” Libano-Israele.

Dal blog https://lorenzotrombetta.substack.com/

giu 04, 2026Lorenzo Trombetta

I nuovi accordi tra Libano e Israele mediati dagli Stati Uniti sono destinati a rimanere sulla carta perché sul terreno, in particolare nel sud del Libano, la guerra prosegue a una intensità sempre più accelerata. Nelle ultime ore un casco blu serbo della missione Onu UNIFIL è stato ucciso nel sud-est del Libano da un colpo di mortaio, la cui provenienza non è stata ancora definita in maniera chiara.

In viola le zone occupate da Israele. In rosso le aree da cui Israele impone sfollamento forzato della popolazione (Liveuamap Pro, 4 giugno 2026)

Nella notte da Washington erano arrivate quelle che alcuni osservatori avevano definito come buone notizie:ovvero, il raggiungimento di un nuovo tassello nel quadro della cosiddetta intesa tra il governo di Beirut e lo Stato ebraico per mettere fine alla guerra in corso.

L’accordo, fortemente sponsorizzato dalla Casa Bianca, prevede di fatto quello che le autorità libanesi avevano già proposto nel 2025 e quello che era stato deciso nel testo del cessate il fuoco del novembre 2024, ovvero un dispiegamento graduale dell’esercito libanese nelle aree da cui dovrebbero ritirarsi prima gli Hezbollah e poi gli israeliani.

Come allora la tregua è costruita in modo asimmetrico: l’obbligo immediato riguarda Hezbollah, che dovrebbe cessare completamente gli attacchi e ritirare uomini e infrastrutture dalla fascia di confine con Israele; in cambio, il testo non impone a Israele un ritiro immediato dalle aree occupate del Libano meridionale né altre concessioni concrete nel breve periodo.

L’elemento centrale dell’intesa è la creazione di “zone pilota” affidate al controllo esclusivo dell’esercito libanese, dalle quali dovrebbero essere esclusi tutti gli attori armati non statali, in primo luogo Hezbollah. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a sostenere il rafforzamento delle forze armate libanesi.

Il principale punto debole dell’accordo riguarda però la sua applicabilità. Hezbollah non partecipa ai negoziati e non è subordinato al governo di Beirut. In pratica, il Libano si impegna a ottenere risultati che potrebbe non avere la capacità politica o militare di imporre.

Dal punto di vista statunitense, l’intesa serve anche a ridurre la pressione sul fronte libanese e a facilitare il dialogo con l’Iran. Dal punto di vista israeliano, invece, consolida una cornice negoziale nella quale la priorità non è il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano, ma il ridimensionamento militare di Hezbollah e il rafforzamento del monopolio della forza da parte del governo libanese, sempre più vassallo del sistema americano-israeliano.

Il vero nodo rimane quindi irrisolto: l’accordo chiede al Libano di limitare Hezbollah, ma non chiarisce né come questo possa avvenire né quale sia il percorso che dovrebbe portare Israele a porre fine alla propria presenza militare nel Libano meridionale.

In questo quadro, l’unica notizia che dà sollievo – ma solo ad alcuni libanesi – è il prolungamento del cessate il fuoco per altre tre settimane. Questa tregua riguarda però solo la Grande Beirut – la capitale e la sua periferia sud, roccaforte di Hezbollah. Non riguarda il sud del Libano dove la guerra – con raid aerei, sfollamenti forzati di popolazione, distruzione sistematica e uccisioni anche di civili – prosegue a ritmi serrati.

L’annuncio non cambia la dinamica in corso. Israele amplia la propria fascia di occupazione e pressione dentro il territorio libanese, mentre il Libano restringe sempre più la propria zona sicura attorno alla capitale e alle regioni costiere del nord. Non è solo una perdita militare o territoriale, ma una trasformazione sociale e politica dello spazio libanese: il Paese si contrae, la popolazione si addensa ancora di più. Chi riesce a fuggire dal sud entra nella geografia protetta della tregua solo dopo aver lasciato, forse per sempre, la casa in cui è nato, i vicoli della sua cittadina, gli alberi che davano ombra e frutti, il negozio che faceva campare e dava un senso alla giornata.

In un Paese già segnato da una densità altissima, dalla crisi economica, dalla fragilità istituzionale e dalla presenza di centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati, questa contrazione produce un effetto devastante.

Meno territorio abitabile significa più popolazione concentrata in spazi sempre più stretti. Significa più pressione sociale, più competizione per case, lavoro, servizi, aiuti. Significa anche una nuova gerarchia tra persone e territori: chi si rifugia nella capitale entra nel perimetro del cessate il fuoco, ma spesso sopravvive ai margini; chi invece, per scelta o per mancanza di alternative, rimane nel sud, resta dentro la guerra.

La dinamica non nasce oggi. Gli attacchi israeliani dell’8 aprile contro Beirut avevano già provocato una mobilitazione regionale e internazionale per evitare che la capitale venisse risucchiata nella guerra aperta.

Poi era arrivata la tregua del 17 aprile. Da allora dire che la tregua non tiene è impreciso. Tiene dove deve tenere. Tiene sulla capitale. Non tiene nel sud, dove dopo il 17 aprile sono proseguite le operazioni israeliane, spesso con maggiore intensità. Non è la prima volta: già dal 1996 al ritiro israeliano del 2000 il sud venne trattato come uno spazio di attrito permanente, separato dal resto del Paese.

Anche Hezbollah appare imprigionato in questa equazione. Ufficialmente rifiuta di separare il destino della periferia sud da quello del sud del Libano. Ma la formula che si sta imponendo nei fatti è un’altra: non si attacca il territorio israeliano finché Beirut non viene attaccata.

La stessa logica sembra orientare anche gli altri attori regionali. L’Iran ha fatto sapere che un attacco a Beirut comporterebbe un coinvolgimento diretto accanto a Hezbollah. Arabia Saudita, Qatar ed Egitto si muovono per evitare l’allargamento del conflitto e preservare la “stabilità interna” libanese.

Ma il baricentro della loro preoccupazione non è il sud in quanto tale. È il rischio che la guerra raggiunga Beirut e travolga l’intera architettura libanese, garanzia fragile dello statu quo regionale.

In questa storia sembra saltare la validità della dottrina della sicurezza israeliana, secondo cui più presenza militare nel sud del Libano, più profondità difensiva, minore capacità di Hezbollah di minacciare il nord di Israele.

In realtà, l’equazione negoziale emersa in questi giorni racconta l’opposto: più Israele si spinge verso nord, più espone le proprie truppe agli attacchi di Hezbollah; più invece si riduce la pressione su Beirut, più diminuisce la minaccia di Hezbollah contro Israele.

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