La bomba ad orologeria di Hormuz. Intervista a Roberto Iannuzzi

Dal blog https://www.lafionda.org

10 Giu , 2026|Salvatore Bianco

Sullo stallo diplomatico nel Golfo Persico, pieno di incognite e presagi di guerra, si è avvertita l’urgenza di ascoltare Roberto Iannuzzi, analista di politica internazionale e saggista che gentilmente ha accettato di rispondere ad alcune domande.

Salvatore Bianco: Ciao Roberto, di recente in un preoccupato articolo pubblicato sulla tua newsletter molto seguita “Intelligence for the People”, a proposito del blocco di Hormuz, hai parlato di “bomba ad orologeria”. Che cosa intendi esattamente?

Roberto Iannuzzi: La chiusura di Hormuz fa mancare all’economia mondiale 14 dei 20 milioni di barili di petrolio che attraversavano quotidianamente lo Stretto prima della guerra, i quali equivalgono a circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare. Circa 6 milioni di barili al giorno vengono tuttora esportati dall’Arabia Saudita attraverso un oleodotto che bypassa lo Stretto, arrivando a Yanbu, sul Mar Rosso.

Ma dopo più di tre mesi di blocco di Hormuz, mancano all’appello centinaia di milioni di barili. Al momento molti paesi stanno attingendo alle proprie riserve strategiche. Ciò ha contribuito a contenere l’aumento dei prezzi. Queste riserve si stanno però rapidamente assottigliando, e tra luglio e settembre potremmo assistere a una fiammata dei prezzi, che potrebbero toccare e superare i 150 dollari al barile se lo Stretto sarà ancora chiuso. Perfino se esso dovesse riaprire domani – ed è uno scenario improbabile, alla luce dello stallo negoziale fra USA e Iran – per ripristinare i precedenti livelli di esportazione ci vorranno mesi.

Alcuni impianti sono danneggiati e richiedono lunghe e costose riparazioni. Diversi pozzi sono stati chiusi, e il loro ripristino è anch’esso un processo laborioso. Siccome si tratta spesso di pozzi maturi, alcuni di essi potrebbero non tornare mai ai livelli di produzione precedenti. Anche il traffico delle petroliere richiede tempo per tornare a regime. Perciò il deficit di petrolio continuerà ad aumentare. Ancora non ne abbiamo piena consapevolezza, ma la crisi energetica è già molto seria, ed è destinata ad aggravarsi.

Sebbene oltre l’80% delle esportazioni del Golfo fosse diretto verso l’Asia, il mercato petrolifero è globalizzato ed è quindi destinato a risentirne nel suo complesso. Inoltre, attraverso lo Stretto non passava solo petrolio, ma anche il 20% delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto, e percentuali rilevanti di urea e ammoniaca (essenziali per la produzione di fertilizzanti), di zolfo (fondamentale per molte produzioni industriali), e di elio, importantissimo ad esempio per la produzione di semiconduttori.

La regione del Golfo è un nodo essenziale dell’economia globale. Non siamo quindi solo di fronte a una crisi energetica, ma a una più generale crisi economica che avrà ripercussione su numerosi settori, con aumenti dei prezzi, ritardi nella produzione e carenze fisiche. In particolare, rischiamo una crisi alimentare destinata a colpire decine di milioni di persone, soprattutto nei paesi più vulnerabili, non soltanto per l’ammanco di alcuni elementi essenziali per la produzione di fertilizzanti, ma anche perché l’agricoltura moderna è energivora, e dipende dagli idrocarburi per i raccolti e il trasporto.

S.B.: Sostieni anche, a mio avviso con giusta ragione, che nel Golfo si stia giocando “una partita globale”. Potresti spiegare per te quale sia la reale posta in gioco?

R.I.: L’Iran è un paese di importanza sistemica, non solo per il Medio Oriente, ma per gli equilibri mondiali. Oltre a possedere enormi ricchezze di gas e petrolio, questo paese occupa una posizione unica dal punto di vista geostrategico. Estendendosi dal Caspio al Golfo Persico e all’Oceano Indiano, si trova al crocevia di rotte energetiche e commerciali estremamente rilevanti per la regione e per il mondo.

Ed è proprio sulle rotte commerciali e sui grandi progetti infrastrutturali e tecnologici della nuova connettività globale, organizzati lungo corridoi spesso in concorrenza fra loro, che si gioca l’attuale competizione mondiale. L’Iran è al centro di questa competizione, essendo uno snodo di due progetti di portata continentale: la Belt and Road Initiative (BRI), ovvero la cosiddetta “via della seta” cinese, e l’International North-South Transport Corridor, che consente alla Russia di esportare i propri prodotti verso l’Oceano Indiano attraverso il Caspio e l’Iran bypassando il Canale di Suez. Teheran è poi essenziale negli equilibri politici regionali.

Se la Repubblica Islamica dovesse cadere, l’intero Medio Oriente rientrerebbe nella sfera d’influenza israelo-americana. Dopo che il conflitto ucraino e la nascita di una nuova cortina di ferro in Europa hanno bloccato il corridoio settentrionale della BRI, ciò ostruirebbe ulteriormente la proiezione cinese verso occidente. La Russia, dal canto suo, si vedrebbe accerchiata lungo il fianco meridionale. Per questo la partita che si gioca in Iran ha una rilevanza globale, soprattutto alla luce dell’attuale scontro per la ridefinizione degli equilibri mondiali.

S.B.: E veniamo alla questione di fondo. Nello stretto di Hormuz può realmente naufragare il “predominio energetico” Usa come da te ipotizzato? E nel caso, che scenari energetici globali si prefigurano?

R.I.: L’aggressione israelo-americana all’Iran si è rivelata un gigantesco boomerang. La Casa Bianca e il governo Netanyahu si sono illusi di poter rovesciare la Repubblica Islamica in pochi giorni con un’operazione di decapitazione dei vertici, a cominciare dall’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei.

Avevano previsto un’azione talmente fulminea da escludere lo scenario di una chiusura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana. Un errore di proporzioni storiche, visto che tale scenario ha sempre fatto parte di tutte le simulazioni di guerra nel Golfo elaborate dal Pentagono. Il blocco dello Stretto da parte di Teheran ha cambiato le carte in tavola. Sono gli USA a dover giocare una corsa contro il tempo, molto più dell’Iran.

Quest’ultimo è temprato da decenni di embargo, ha diversificato la propria economia paradossalmente proprio a causa delle sanzioni americane, ha sviluppato un settore industriale autosufficiente sotto molti aspetti, può commerciare attraverso altre vie (Iraq, Turchia, Caspio, Pakistan).

La chiusura di Hormuz ha invece messo in crisi le monarchie del Golfo alleate di Washington, che dipendono quasi interamente dal Golfo per i loro scambi commerciali, così come i partner asiatici degli Stati Uniti, dal Giappone alla Corea del Sud, che contavano sulle esportazioni energetiche delle petromonarchie molto più della Cina. Pechino ha raggiunto un’autosufficienza energetica superiore all’80%, fondata sul binomio di carbone ed energie rinnovabili.

Ha diversificato le proprie fonti di approvvigionamento, in particolare stringendo accordi con la Russia e con le repubbliche centrasiatiche. Ed ha accumulato riserve strategiche per oltre 1,2 miliardi di barili. Inoltre l’Iran lascia passare attraverso Hormuz le petroliere dei paesi “non ostili”, in primo luogo quelle cinesi, che Washington a sua volta evita di fermare per evitare uno scontro diretto con Pechino.

L’intero progetto americano rischia quindi di crollare. Prendendo il controllo del Venezuela e muovendo guerra all’Iran, il presidente americano Donald Trump pensava di impadronirsi di risorse energetiche ingenti. Se nel Golfo Persico le cose sono andate in maniera completamente opposta alle sue previsioni, neanche in Venezuela le prospettive sono rosee. Per rilanciare il settore energetico venezuelano, affossato proprio dalle sanzioni americane, sono necessari massicci investimenti per almeno un decennio, in un paese instabile e sostanzialmente ostile nel quale le compagnie americane sono restie a spendere.

Quanto alla produzione petrolifera statunitense, difficilmente può rimpiazzare quella del Golfo Persico. Sebbene gli USA estraggano oltre 13 milioni di barili al giorno, è improbabile che riescano ad aumentare ulteriormente tale produzione in maniera significativa come ha promesso Trump.

L’estrazione dei giacimenti americani di petrolio convenzionale è in calo dal 1970, mentre l’aumento di produzione degli ultimi quindici anni è provenuto dal cosiddetto shale oil, costoso da estrarre e inadatto a molte delle raffinerie USA. Anche tale aumento di produzione è andato calando negli ultimi anni.

Al punto che, sebbene gli Stati Uniti siano un esportatore netto di prodotti petroliferi raffinati, sono un importatore netto di greggio. Anch’essi dunque sono destinati a risentire della crisi energetica originata dal Golfo. In questo momento, per soddisfare l’accresciuto fabbisogno dei propri alleati, gli USA stanno dando fondo alle proprie riserve strategiche, e ciò è destinato a esacerbare la crisi futura, soprattutto se lo stallo di Hormuz non sarà risolto.

La supremazia energetica americana è dunque una chimera, mentre l’emergenza petrolifera accrescerà l’interesse per le energie rinnovabili, dando un’ulteriore spinta all’economia della Cina, che è leader nel settore.

S.B.: Ci troviamo probabilmente ad un bivio drammatico della storia: o guerra, sempre più estesa e distruttiva, o pace, da ricercare con un sforzo diplomatico e il riconoscimento delle ragioni dell’altro. Che previsioni fai e soprattutto da cosa ripartire per scongiurare la catastrofe totale?

R.I.: A Hormuz gli Stati Uniti hanno incassato una sconfitta strategica di portata storica.

Non soltanto non sono stati in grado di piegare l’Iran, ma hanno mostrato di non essere in grado di proteggere i propri alleati del Golfo. Le basi USA sul territorio delle monarchie arabe, che hanno dato un contributo chiave alle operazioni militari contro l’Iran, hanno subito la pesante rappresaglia iraniana che ha prodotto danni ingenti.

Invece di essere garanzia di sicurezza per le petromonarchie, tali basi si sono rivelate una passività. Allo stesso tempo, dopo aver impiegato grandi quantità di armamenti nelle guerre in Ucraina, a Gaza, e nello Yemen contro gli Houthi, gli Stati Uniti hanno finito di dilapidare le loro riserve strategiche di armi a lunga gittata e missili intercettori con l’Iran, al punto da essere costretti a trasferirne una quota da altri teatri, come ad esempio dal Pacifico.

Malgrado questo impegno bellico, Washington non è riuscita a neutralizzare le basi iraniane che, a differenza di quelle USA, sono fortificate e poste a decine di metri nel sottosuolo, sotto strati di dura roccia. La perdita del potere di deterrenza subita dagli Stati Uniti nel Golfo ha ripercussioni mondiali.

Se l’Iran è riuscito a infliggere una simile sconfitta alla superpotenza americana, non è difficile immaginare cosa sarebbe in grado di fare la Cina alle basi USA nel Pacifico.

La credibilità americana ne esce fortemente ridimensionata, così come la capacità di deterrenza in una potenziale crisi con la Cina su Taiwan. A ciò si aggiunga il fatto che Washington ha letteralmente perso il controllo del Golfo, e ha poche speranze di riacquistarlo. Per questo una soluzione negoziata con l’Iran è così difficile.

Accettare le condizioni iraniane comporterebbe un ridimensionamento significativo della potenza americana. Per altro verso, Teheran è determinata a sbarazzarsi del giogo americano, e in particolare vuole porre fine all’assedio economico che impedisce la ricostruzione, e a lungo termine potrebbe portare al crollo della Repubblica Islamica.

Dal canto suo, Washington non ha gli strumenti coercitivi per imporre la propria volontà all’Iran, ma al tempo stesso non può ammettere la sconfitta.

Perciò lo stallo continua, la bomba a orologeria della crisi energetica prosegue il suo conto alla rovescia, e permane l’instabilità diffusa nella regione, dal Golfo al teatro libanese. Tale instabilità potrebbe protrarsi fino a quando gli USA non saranno costretti a riconoscere la sconfitta sotto la pressione delle molteplici crisi in atto, o portare a una nuova disastrosa conflagrazione, in particolare sotto la pressione di Israele che vuole regolare i conti con tutti i suoi avversari regionali. Da una simile conflagrazione usciranno tutti sconfitti.

S.B.: Ti ringrazio. Di: Salvatore Bianco

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