Epstein e il saccheggio della Russia

Dal blog https://krisis.info/

di Chris Hedges12 Giugno 2026

«Romani nell’epoca della decadenza», quadro dipinto nel 1847 da Thomas Couture che raffigura un’orgia romana. Foto Public Domain.

Il premio Pulitzer collega lo scandalo del finanziere pedofilo all’ascesa degli oligarchi post-sovietici.

Chris Hedges intervista la giornalista investigativa Moe Tkacik sui retroscena finanziari dello scandalo Epstein. Dal crollo dell’Urss all’appropriazione degli asset statali, l’ex giornalista del New York Times spiega i meccanismi con cui ricchezza, informazione e impunità si intrecciano ai vertici del potere. Nella prima puntata di questa serie, indagine sul lato oscuro della classe dirigente anglo-americana.

IN BREVE

Cabala degli oligarchi Il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 ha dato il via a un brutale e sistematico saccheggio delle risorse statali russe, gettando le basi per la nascita della classe oligarchica.

Ruolo di Harvard Sotto la guida di Larry Summers alla Banca Mondiale, l’economista di Harvard Andrei Shleifer ha supervisionato la privatizzazione di migliaia di imprese statali. Sua moglie, manager di hedge fund, si è arricchita enormemente.

Ascesa di Blavatnik Tra i protagonisti del saccheggio post-sovietico emerge Len Blavatnik, miliardario legato a Epstein, che ha accumulato fortune immense mentre il popolo russo si impoveriva.

Network criminale Le privatizzazioni selvagge in Russia non sono state un libero mercato trasparente, ma complesse operazioni gestite con reti estorsive mafiose e acquisizioni illegali.

Impunità totale Nonostante le indagini sull’arricchimento illecito e la sospensione dei fondi Usaid, i protagonisti di questa stagione mantengono intatti potere, cattedre e capitali.


La pubblicazione dei cosiddetti Epstein Files ha sconvolto l’opinione pubblica con racconti difficilmente immaginabili di pedofilia, sfruttamento delle donne e sfacciata depravazione da parte delle élite dominanti.

Tuttavia, se queste storie hanno suscitato la maggiore indignazione pubblica, un’analisi più approfondita dei documenti rivela anche il funzionamento interno della classe dei miliardari: il modo in cui controlla le informazioni, collabora per nascondere i propri crimini e accumula immense ricchezze a spese della classe lavoratrice.

Chris Hedges si confronta con Maureen Tkacik, giornalista investigativa che ha studiato e scritto sugli Epstein Files per The American Prospect e The Nation.

Tkacik ricostruisce i protagonisti del saccheggio dell’Unione Sovietica dopo il suo crollo, la verità dietro le improvvise dimissioni di Larry Summers da Harvard, le controversie sulla morte del magnate dei media Robert Maxwell e molto altro.
Oltre a procurare donne a uomini ricchi e potenti, Epstein divenne il loro fidato gestore finanziario, […]. Era inoltre abile nel coltivare amicizie con le mogli di questi uomini, come Valeria Wasserman, moglie di Noam Chomsky, e Soon-Yi Previn, moglie di Woody Allen. Tkacik descrive Epstein come «una calamita per questo tipo di combinazioni tra uomini molto anziani e facoltosi e mogli molto più giovani», sfruttando tali relazioni per orientare le finanze di questi uomini verso cause che lui e la classe che rappresentava ritenevano preferibili […].

La rete finanziaria di Jeffrey Epstein viene spesso trascurata nei documenti resi pubblici.

Non era soltanto un trafficante e uno sfruttatore di ragazze e donne, ma si trovava al centro della classe miliardaria dominante, una classe globale che controlla non solo le nostre economie e la nostra politica, ma anche i nostri sistemi di informazione e istruzione.

[…] Con me oggi c’è Maureen Tkacik, responsabile delle inchieste per The American Prospect. Maureen, vorrei discutere con te due articoli che hai scritto e che si concentrano su come Epstein abbia accumulato la sua ricchezza.

Il primo, pubblicato su The Nation, si intitola Larry, We Knew You Too Well.

Il secondo, apparso su The Prospect, è Newspapers Did Not Kill Themselves. Cominciamo però dall’articolo pubblicato su The Nation, perché ci riporta alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, all’appropriazione degli asset statali che diede origine alla cabala oligarchica russa da cui emerse Putin […], coinvolgendo Larry Summers, ex presidente di Harvard, e Jeffrey Epstein.

«Certo. È curioso: alla fine tutto riconduce sempre al 1991. È l’anno in cui Jeffrey convince Les Wexner a concedergli la procura generale […]».

Jeffrey Epstein, 27 anni, fotografato per la rubrica “Bachelor of the Month” sul numero di luglio 1980 della rivista Cosmopolitan. Foto di Stephen Ogilvy. Fonte Wikimedia Commons. Public Domain.
Jeffrey Epstein, 27 anni, fotografato per la rubrica “Bachelor of the Month” sul numero di luglio 1980 della rivista Cosmopolitan. Foto di Stephen Ogilvy. Fonte Wikimedia Commons. Public Domain.

Hai idea del motivo per cui Wexner fece una cosa del genere? Stiamo parlando del capo di Victoria’s Secret. Enormi somme di denaro, proprietà e altri beni vennero trasferiti da Wexner a Epstein. Quale potrebbe essere stata la ragione?
«Più o meno nello stesso mese, forse addirittura nella stessa settimana, iniziò a circolare all’interno del Dipartimento di Polizia di Columbus un memorandum riservato riguardante i legami di Wexner con la criminalità organizzata e il suo coinvolgimento nell’omicidio, in stile esecuzione mafiosa, del suo commercialista. Quest’ultimo avrebbe dovuto testimoniare in cambio di una riduzione della pena per accuse piuttosto gravi di evasione fiscale.

A quanto pare non aveva presentato la dichiarazione dei redditi per sette anni. Quest’uomo, noto in una certa misura come un “commercialista della mafia”, stava per testimoniare e collaborare con l’Fbi. Invece viene ritrovato morto.

È una vicenda davvero sordida. Non ricordo tutti i dettagli, ma il Dipartimento di Polizia di Columbus iniziò a mappare tutte le relazioni di Wexner, quelle della famiglia Taubman – il suo principale proprietario immobiliare nel settore della vendita al dettaglio – e anche quelle di un uomo che un tempo possedeva i San Francisco 49ers, ma che fu costretto a vendere la squadra dopo essere stato estromesso dalla Nfl […]. Wexner era quindi sotto osservazione.

E immagino che, data la sua posizione, avesse molti contatti all’interno della polizia di Columbus […]. È una voce che ha continuato a circolare per molto tempo. Ne lessi persino in un libro. Insomma, qualcosa si stava stringendo attorno a Wexner. Alcune persone stavano avvicinandosi pericolosamente a lui. E, osservando la cronologia degli eventi, ho il sospetto che questo possa essere stato uno dei motivi per cui trasferì tutti quei poteri a Jeffrey Epstein: per tenere i federali lontani dai propri affari.

Per me è una spiegazione che ha senso. Ma nel 1991 stavano accadendo molte altre cose. Una delle più importanti era il crollo dell’Unione Sovietica. E poi c’era Robert Maxwell, editore di libri scolastici e giornali, storico collaboratore del Mossad, personaggio enorme e gioviale, che acquistò il New York Daily News, appena uscito da uno sciopero devastante.

I proprietari del giornale, la Chicago Tribune Company, avevano speso qualcosa come 250 milioni di dollari nel tentativo di spezzare il sindacato. Ci erano quasi riusciti. A quel punto Maxwell arrivò dicendo: “Comprerò il New York Daily News se mi date 60 milioni di dollari per farlo”. E la Tribune rispose: “Sessanta milioni sono comunque meno dei 150 milioni che pensiamo ci costerebbe onorare tutti i contratti sindacali che dovremo pagare. Quindi va bene, il giornale è tuo”. Al Daily News tutti erano entusiasti.

Poi, sette o otto mesi dopo, Maxwell cadde dal suo yacht e morì.

O forse morì prima di cadere dallo yacht. O quasi certamente non nell’ordine ufficialmente raccontato. Subito dopo emerse che la sua società, Maxwell Communications, aveva un buco di 1,4 miliardi di dollari in liquidità che avrebbe dovuto essere disponibile. Dov’era finito quel denaro? Era un enorme mistero. I conti della famiglia furono congelati in diversi Paesi e Kevin Maxwell, uno dei figli, venne di fatto sottoposto a una sorta di arresti domiciliari. Era il figlio che stava assumendo il controllo dell’azienda.

Nel frattempo Ghislaine Maxwell, che si trovava a New York, raccontava a tutti di essere completamente al verde, di non possedere più un centesimo. Come riuscirono a uscire da quella situazione? Perché Ghislaine era stata vista da un giornalista del Mirror mentre ordinava all’equipaggio dello yacht di distruggere tutto ciò che trovava: triturare documenti, gettare carte in mare e così via. Era quindi circondata da forti sospetti. Viveva ormai a New York e aveva deciso di restarvi. E tra i documenti contenuti negli Epstein Files ne ho trovato uno che getta molta luce su ciò che accadde realmente. Ma contemporaneamente a tutto questo, naturalmente, l’Unione Sovietica stava collassando. E Larry Summers – non so se a quel punto fosse già amico di Epstein; non sono certa di quando i due siano diventati così vicini da sembrare praticamente inseparabili negli anni precedenti alla morte di Epstein – era ai vertici della Banca Mondiale.

Summers inviò in Russia un suo protetto, Andrei Shleifer, giovane economista di Harvard. Era nato in Russia, era emigrato negli Stati Uniti e si era laureato giovanissimo, a circa 16 anni o qualcosa del genere. Era una delle stelle nascenti dell’economia, un vero fenomeno agli occhi dell’establishment accademico. Larry Summers lo mette a capo di questo progetto per privatizzare la Russia, in sostanza per supervisionare la privatizzazione di circa 225.000 imprese statali all’interno dell’amministrazione di Boris Eltsin, circondato da una squadra di economisti formati alla scuola di Chicago – anche se, in questo caso, erano soprattutto ragazzi di Harvard. Tutto questo finisce con questi uomini che diventano incredibilmente ricchi, mentre quasi nessuno presta attenzione al fatto che la Russia stia crollando completamente. L’economia collassa.

Il rublo perde gran parte del suo valore. Molti dei prestiti del Fondo monetario internazionale, che avrebbero dovuto servire a stabilizzare la valuta russa, spariscono misteriosamente. Improvvisamente un miliardo di dollari viene trasferito dal Fondo monetario internazionale alla Russia e nessuno riesce più a capire dove sia finito.

Succedono cose estremamente oscure. Nel 1997, dopo che un informatore decide di parlare – qualcuno rimasto escluso dalla spartizione dei profitti – l’Usaid, che aveva finanziato l’intera operazione, sospende tutti i fondi destinati al progetto e, di fatto, estromette questi uomini dalla Russia. Cominciano le indagini.

E si scopre che avevano guadagnato enormi somme investendo proprio negli asset russi privatizzati. Denaro che, almeno in teoria, avrebbe dovuto essere distribuito alla popolazione russa sotto forma di voucher. Quel programma divenne una barzelletta nazionale. La gente vendeva i propri voucher per una pagnotta di pane, mentre la moglie di Andrej Shleifer – una manager di hedge fund che lavorava per Tom Steyer – accumulava immense ricchezze.

E lo stesso accadeva al loro socio, Len Blavatnik, che in seguito li avrebbe aiutati retrodatando una serie di documenti. Blavatnik è oggi uno dei tanti amici di Epstein ed è stimato intorno ai 30 miliardi di dollari di patrimonio. A un certo punto fu persino considerato l’uomo più ricco del Regno Unito. Tenete a mente questo nome. Questo episodio, e più in generale gran parte di ciò che avvenne in Russia negli anni Novanta, il saccheggio devastante che ebbe luogo in quel periodo, preparò il terreno all’emergere di Vladimir Putin come figura salvifica agli occhi di molti russi».

Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell con il presidente Bill Clinton alla Casa Bianca, 29 settembre 1993. Foto ufficiale di Ralph Alswang. Wikimedia Commons. Public Domain.
Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell con il presidente Bill Clinton alla Casa Bianca, 29 settembre 1993. Foto ufficiale di Ralph Alswang. Wikimedia Commons. Public Domain.

Queste persone compravano industrie statali a prezzi ridicoli, creando così la classe oligarchica.

Ma quale fu concretamente il ruolo di Šleifer e degli altri?

Sappiamo come gli oligarchi acquisirono fabbriche e imprese pubbliche praticamente per nulla, trasformandole in immense fortune private.

Ma gli economisti di Harvard e i funzionari di USAID come guadagnavano personalmente da tutto questo?
«Penso che Len Blavatnik sia una figura chiave. Blavatnik è un personaggio piuttosto enigmatico. Prima del 1997 praticamente non compare mai sui giornali. Non riuscivo a trovare quasi nulla su di lui. Poi compare un profilo entusiastico scritto da Chrystia Freeland – ex ministra delle Finanze canadese, o forse ancora in carica, non ne sono sicura – nel quale viene celebrato come un magnifico esempio del sogno americano che ha accumulato una ricchezza inimmaginabile in Russia.

Prima di allora è molto difficile capire cosa facesse realmente […] Ma il suo percorso precedente resta piuttosto nebuloso. Nel 1997 emerge improvvisamente come uno dei primi oligarchi. E, tra l’altro, ha spesso intentato cause contro chi lo definiva un oligarca. Non credo abbia mai vinto davvero queste cause, ma la cosa è significativa. Per molti di questi personaggi il problema è lo stesso. Non sono bravissima a lavorare con la stampa russa online e ho passato molto tempo a cercare informazioni su di loro.

Ma uno schema emerge chiaramente. Per la maggior parte si tratta di persone che lasciarono l’Unione Sovietica negli anni Settanta e Ottanta, generalmente passando attraverso Israele. Vi erano anche armeni, qualche austriaco e qualche ungherese, ma soprattutto ebrei sovietici dissidenti, anticomunisti, che si stabilirono a New York o in Texas passando per Israele e che tornarono appena il sistema sovietico iniziò a disgregarsi. Non so esattamente come abbiano costruito le loro fortune. Alcuni sostengono di aver guidato taxi per anni. Blavatnik avrebbe semplicemente studiato per un Mba.

Ma esistono numerose connessioni poco chiare. Nel caso di alcune figure, come Greg Luchansky, vi sono perfino documentati legami con la criminalità organizzata.

Per questo alcuni parlano di una sorta di “mafia russo-sionista”. Ed è anche il motivo per cui fenomeni come il Russiagate hanno avuto tanta presa, o per cui persone come Rachel Maddow hanno potuto sostenere che i documenti Epstein indicherebbero Epstein come un agente dell’intelligence russa. In effetti la Russia compare continuamente in queste storie. Ma soprattutto perché negli anni Novanta lì si potevano guadagnare quantità immense di denaro mentre la popolazione moriva di fame».

Interno della cella di Jeffrey Epstein dopo il presunto suicido. Foto Federal Bureau of Prisons. Fonte Wikicommons. Public Domain.
Interno della cella di Jeffrey Epstein dopo il presunto suicido. Foto Federal Bureau of Prisons. Fonte Wikicommons. Public Domain.

Vorrei aggiungere un elemento che molti ignorano. Il giornalista investigativo Seymour Hersh lo documentò. Jonathan Pollard, l’analista dell’intelligence statunitense arrestato per aver passato informazioni a Israele – oggi libero e residente in Israele – avrebbe rivelato agli israeliani l’intera rete dell’intelligence americana in Unione Sovietica. Israele avrebbe poi utilizzato quelle informazioni come merce di scambio per ottenere la liberazione degli ebrei sovietici.
«Questo sarebbe negli anni Ottanta, giusto? Molte delle persone che ho studiato lasciarono l’URSS già negli anni Settanta. Comunque è una connessione che ho visto citata spesso. E certamente chi arrivò negli anni Ottanta poteva essere ancora più utile. Perché il 1991 non fu certo l’inizio di tutto.

Già prima erano in corso furti su larga scala e vere e proprie acquisizioni mafiose di imprese statali. Quando arrivarono le privatizzazioni, questa era la realtà con cui bisognava fare i conti. Esistevano gruppi chiamati roofs” (krysha, cioè “tetti protettivi”), che gestivano reti estorsive attorno alle aziende statali. Se avessi voluto privatizzare una di quelle imprese avresti dovuto pagare loro una quota.

Era un’operazione estremamente complessa, che richiedeva persone in contatto con criminali in tutta l’ex Urss. Tutto doveva essere fatto il più rapidamente possibile, sotto la bandiera della terapia d’urto del libero mercato, del friedmanismo economico. Non so quanto Larry Summers fosse direttamente coinvolto nell’arricchimento personale di Shleifer. Ma certamente fece tutto il possibile per proteggerlo e coprirlo».

E oggi dov’è Shleifer?
«
È ancora a Harvard. Continua a insegnare lì. Sua moglie, dopo essersi arricchita con investimenti in Gazprom e in varie fonderie di alluminio controllate da Blavatnik, ricompare successivamente accanto a Paul Singer durante il default argentino, come parte del gruppo dei cosiddetti holdout bondholders.

Parliamo di operazioni che avrebbero generato rendimenti superiori al 1.000%. Quindi Šleifer sta benissimo. Larry Summers, invece, lascia l’amministrazione Clinton. Dopo essere stato alla Banca Mondiale e poi Segretario al Tesoro, nel 2001 diventa presidente di Harvard. E comincia immediatamente a inimicarsi moltissime persone. Come dicevi tu, voleva chiudere il dipartimento di studi classici».

(Continua)

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Autore

  • Chris HedgesChris HedgesGiornalista e scrittore americano, vincitore del premio Pulitzer. Per quasi 20 anni corrispondente dall’estero per The New York Times, Dallas Morning News, Christian Science Monitor e National Public Radio, ha lavorato in Medio Oriente, America Latina, Africa e Balcani. Per The New York Times ha trascorso sette anni a seguire il conflitto israelo-palestinese, gran parte del tempo a Gaza. Attualmente pubblica articoli e podcast su «The Chris Hedges Report». Autore di 14 libri, in Italia sono stati pubblicati Il fascino oscuro della guerra (Laterza, 2004) e Fascisti americani. La Destra Cristiana e la guerra in America (Vertigo, 2007).

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