L’Italia piccola piccola

Dal blog https://www.lafionda.org

15 Giu , 2026|Michele Agagliate

Roberto Vannacci cresce. I sondaggi lo confermano, i transfughi della Lega e di Fratelli d’Italia pure. Come osserva l’avvocato Marco Mori nel suo intervento su Money.it, il generale sta letteralmente “facendo evaporare” la Lega e “creando problemi significativi” a Fratelli d’Italia, mettendo a nudo le contraddizioni di due partiti che hanno capovolto le proprie posizioni politiche originarie nel momento in cui hanno assaggiato il potere.

L’analisi è corretta: Salvini è passato dall’euroscetticismo muscolare al voto favorevole al Patto di stabilità. Meloni è passata dal “non siamo schiavi dell’Europa” alla lettera ossequiosa a Ursula von der Leyen. Il vuoto che si è aperto è reale, e Vannacci ci si è infilato con abilità.

Fin qui, nulla da eccepire. Il problema comincia quando si prova a guardare dentro il vaso invece di ammirarne la forma esterna.

Vannacci è un generale dell’esercito italiano che ha costruito la propria fortuna politica su un libro — Il mondo al contrario (un ringraziamento speciale ai futurologi di Repubblica) — scritto con la grazia stilistica di un rapporto di servizio e la profondità filosofica di uno sfogo da bar. Milioni di copie vendute, non perché il testo fosse raffinato, ma perché intercettava un malcontento reale: quello di una parte di Paese che si sente derisa, silenziata, sostituita.

Un malcontento che ha cause strutturali serie — la precarizzazione del lavoro, la compressione dei salari, la crisi demografica, l’abbandono delle periferie — e che meriterebbe risposte all’altezza. Invece ha trovato un generale in borghese che gli ha detto che il problema sono i gay, i migranti e i politicamente corretti. Come sempre nella storia, è più facile indicare un nemico visibile che analizzare un meccanismo sistemico.

Eppure il fenomeno cresce, e cresce perché i partiti che avrebbero dovuto difendere quei ceti popolari — la sinistra riformista in primo luogo — hanno da tempo scelto di rappresentare i ceti urbani istruiti, le professioni liberali, il mondo della comunicazione e della cultura, lasciando il resto a raccattare le proprie frustrazioni dove poteva. Come documentato dall’Istituto Cattaneo già nel 2018, il voto di classe in Italia si è invertito: oggi le classi operaie e i ceti impiegatizi di provincia votano in misura crescente per le destre populiste, mentre la sinistra si consolida nei quartieri benestanti delle grandi città. Questa (non) patologia degli elettori è il risultato di scelte politiche precise.

Sul tema dell’immigrazione, l’analisi di Mori coglie un punto che la sinistra continua a rimuovere per timore di sembrare “razzista”: l’immigrazione di massa non regolata funziona, sul piano economico, come un sussidio diretto al capitale. Più manodopera disponibile significa minor potere contrattuale per i lavoratori già presenti, significa salari compressi, significa che gli imprenditori possono permettersi di non investire in automazione e produttività.

Come documenta il rapporto annuale dell’INPS, negli ultimi vent’anni i salari reali italiani sono diminuiti del 2,9%, rendendo l’Italia l’unico Paese dell’OCSE in cui i lavoratori oggi guadagnano mediamente meno che nel 1990. Non è una coincidenza che questo processo si sia sviluppato in parallelo con l’espansione dei flussi migratori non regolati e con la precarizzazione del mercato del lavoro.

Questo non significa che i migranti siano “il problema”. Significa che il sistema economico li usa — come ha sempre usato le popolazioni più vulnerabili — per abbassare il costo del lavoro e indebolire la contrattazione collettiva. La risposta sovranista di destra è: chiudiamo i confini. La risposta di una sinistra popolare e sovranista non può essere né l’immigrazionismo senza limiti delle élite liberal-progressiste né gli slogan privi di una visione sociale.

Bisogna governare e ridurre i flussi migratori quando superano la capacità di integrazione del Paese, difendere i salari e la dignità del lavoro, garantire pieni diritti e doveri a chi viene accolto legalmente e contrastare con fermezza ogni forma di dumping salariale.

Perché il problema non è soltanto quanti arrivano, ma come il capitale utilizza l’immigrazione di massa per comprimere stipendi, indebolire i lavoratori e alimentare la competizione tra gli ultimi. Vannacci individua una parte del problema, quella dei flussi. Ma senza una battaglia contro il liberismo e contro lo sfruttamento del lavoro, la sua resta una risposta incompleta.

Secondo i dati Eurostat del 2023, l’Italia ha il quarto tasso di lavoratori poveri più alto dell’Unione Europea, al 12,2%. Il 40% dei nuovi contratti firmati nell’ultimo anno è a tempo determinato o in somministrazione. La precarietà non è arrivata (solo) con i barconi. È arrivata con il Jobs Act, con la Legge Biagi, con trent’anni di smantellamento sistematico dello Stato sociale. Se Vannacci avesse il coraggio di dirlo chiaramente, potrebbe essere interessante. Ma non lo dice, perché farlo significherebbe attaccare il sistema economico di cui molti dei suoi nuovi sostenitori fanno parte.

C’è poi un altro valore che chi si definisce patriota dovrebbe considerare non negoziabile: il 25 aprile.

Roberto Vannacci ha dichiarato pubblicamente di non festeggiare il 25 aprile come Festa della Liberazione, ma come San Marco. Ha sostenuto che quella ricorrenza divida il Paese invece di unirlo e, in più occasioni, ha lasciato intendere che la Resistenza rappresenti soprattutto una narrazione politica di parte, più che uno degli eventi fondativi della Repubblica italiana. Come riportato dal Fatto Quotidiano il 26 aprile 2024, il generale ha inoltre partecipato a iniziative e commemorazioni in cui la memoria antifascista appariva quantomeno marginale, quando non apertamente contestata.

Eppure, al di là delle legittime differenze politiche, il 25 aprile dovrebbe rappresentare un punto fermo per qualunque democratico. Non significa aderire all’antifascismo militante o a una particolare cultura politica; significa semplicemente riconoscere un fatto storico: la fine della dittatura fascista, la sconfitta dell’occupazione nazista e il ritorno della libertà e della democrazia nel nostro Paese. Un patriota può avere idee conservatrici, sovraniste, identitarie o nazionaliste; ma difficilmente può considerare irrilevante la data che ha restituito all’Italia la possibilità di essere una nazione libera e sovrana.

La Costituzione del 1948 — quella che Vannacci dice di voler difendere, almeno a parole — è figlia diretta della Resistenza. I suoi principi fondamentali, a cominciare dalla tutela della dignità umana, dal ripudio della guerra, dall’uguaglianza sostanziale, sono stati scritti da persone che avevano vissuto sulla propria pelle cosa significa uno Stato totalitario. Non sono affatto parole astratte, ma risposte concrete a crimini concreti.

Un generale della Repubblica italiana che non sa festeggiare il 25 aprile ha un problema di coerenza istituzionale, prima ancora che politica. Ha giurato fedeltà alla Costituzione. La Costituzione discende dalla Resistenza. Il cerchio non si chiude.

Mala destra è perfettamente in grado di cambiare, modernizzarsi e maturare. Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, ha preso esplicitamente le distanze dal passato controverso del partito fondato dal padre. Ha condannato il regime di Vichy, ha riconosciuto le responsabilità francesi nella deportazione degli ebrei e ha fatto delladistinzione tra identità nazionale e nostalgia autoritaria un punto politico esplicito.

Lo ha fatto, probabilmente, più per calcolo politico che per una profonda convinzione ideologica. Ma ha compreso che, senza quella distinzione, il suo partito difficilmente avrebbe potuto aspirare a governare. È una scelta che può apparire strumentale, certo, ma che sul piano politico e costituzionale produce comunque effetti concreti.

Viktor Orbán, per quanto discutibile su quasi tutto il resto, non ha mai messo in discussione la commemorazione delle vittime dell’Olocausto né ha ambiguità sulla condanna del nazismo storico. Il suo sovranismo era illiberale, autoritario, pericoloso per molti aspetti. Ma non ha nostalgie fasciste dichiarate.

La stessa Fratelli d’Italia, pur con tutte le sue ambiguità identitarie e con una parte della propria storia ancora oggetto di discussione, ha almeno riconosciuto formalmente che il fascismo rappresentò una pagina negativa della storia italiana. Lo hanno affermato Giorgia Meloni e Guido Crosetto — quest’ultimo proveniente da una cultura politica di matrice democristiana e quindi estranea alla tradizione fascista — seppur talvolta con formule prudenti e non prive di sfumature.

Vannacci, invece, sembra fare fatica persino a compiere questo passaggio elementare: riconoscere senza esitazioni che la dittatura fascista fu incompatibile con i principi della democrazia costituzionale e con le libertà che oggi tutti noi diamo per scontate.

Una destra identitaria, patriottica e sovranista, critica verso l’immigrazione e verso il neoliberismo, può certamente esistere, avere una piena rappresentanza democratica e contribuire al dibattito pubblico. Ma non può permettersi ambiguità sulla memoria storica. Perché quell’ambiguità non è mai del tutto neutrale: finisce per alimentare, direttamente o indirettamente, forme di revisionismo che tendono a relativizzare eventi e responsabilità storiche ben definite.

E quando il confine tra analisi critica della storia e minimizzazione del passato si fa troppo sfumato, il rischio è quello di normalizzare ciò che una democrazia matura dovrebbe invece continuare a ricordare con chiarezza.

Poi c’è la vicenda di Emanuele Pozzolo, che merita di essere ricostruita perché, da sola, racconta molto di una certa idea della responsabilità pubblica.

Nella notte di Capodanno del 2024, Pozzolo — deputato eletto nelle liste di Fratelli d’Italia — ferisce una persona con un colpo di pistola durante una festa a Rosazza, in provincia di Biella. La festa si svolgeva nell’abitazione della sindaca Francesca Delmastro, sorella di Andrea Delmastro, deputato fratellino ed ex-sottosegretario alla Giustizia del governo Meloni. Il ferito era il compagno della figlia di un agente della polizia penitenziaria che, all’epoca, ricopriva il ruolo di capo scorta dello stesso Delmastro.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Pozzolo tentò inizialmente di invocare l’immunità parlamentare per sottrarsi agli accertamenti finalizzati alla ricerca di residui di polvere da sparo. In seguito accettò i rilievi, ma soltanto diverse ore dopo l’accaduto e rifiutandosi di consegnare gli abiti indossati durante la serata. Nell’ottobre 2025 il Tribunale di Biella lo condannò a un anno e tre mesi di reclusione, con pena sospesa, per porto abusivo di arma da fuoco.

Le straordinarie avventure di Emanuele Pozzolo non si concludono lì. Il 2 giugno 2026 Pozzolo viene coinvolto in un incidente stradale nei pressi di Vigliano Biellese e risulta positivo all’alcoltest con un tasso alcolemico superiore al doppio del limite consentito.

Al di là delle valutazioni giudiziarie, resta il dato politico: quando chi rivendica ordine, responsabilità e rispetto delle regole finisce ripetutamente al centro di episodi del genere, il problema diventa al tempo stesso individuale e politico. Riguarda certamente la persona coinvolta, ma investe anche la credibilità di chi pretende di fondare la propria proposta pubblica proprio sul rispetto delle regole e sul senso di responsabilità.

Dunque, Emanuele Pozzolo — già espulso da Fratelli d’Italia nel febbraio 2025 — aderisce a Futuro Nazionale il 4 febbraio 2026, il giorno successivo alla fondazione del partito da parte di Roberto Vannacci.

Quando i giornalisti chiedono conto al generale della permanenza di Pozzolo nel partito, Vannacci sceglie una linea difensiva che fa discutere. Come riportato da Il Fatto Quotidiano il 4 giugno 2026, afferma di non aver visto il video relativo all’episodio, definisce l’accaduto “un incidente automobilistico che riguarda la vita privata” e conclude con una frase destinata a far parlare di sé: “Pozzolo resta nel partito. Io non abbandono nessuno, nessuno rimane indietro di quelli che sono stati con me in mille campi di battaglia”.

Poi, per buona misura, chiede ai giornalisti presenti: “Mi date una definizione di ubriaco?”

Ora, chiunque ha il diritto di difendere i propri compagni di partito. Ma un leader politico che si candida a governare il Paese e che, di fronte a un deputato condannato per porto abusivo di arma e sorpreso alla guida in stato di ebbrezza, risponde chiedendo ironicamente cosa significhi “ubriaco”, sta dicendo qualcosa di molto preciso sulla propria concezione della responsabilità pubblica: che la lealtà personale conta più della credibilità istituzionale. Sta dicendo che le regole valgono per gli altri; è esattamente il tipo di cultura politica — l’omertà trattata a virtù, la fedeltà al capo elevata a principio morale — che ha già prodotto disastri nella storia di questo Paese.

C’è poi la questione che Vannacci — come quasi tutta la destra italiana — tende a trattare con una superficialità che rasenta la disonestà intellettuale: l’emergenza ecologica.

Il generale ha più volte minimizzato il cambiamento climatico, liquidandolo come “ideologia” o come pretesto globalista per tassare i cittadini e bloccare la crescita economica. È una posizione documentalmente falsa.

Secondo il Rapporto IPCC 2023, la temperatura media globale ha già superato di 1,1 gradi Celsius il livello preindustriale. Le ondate di calore estreme sono diventate cinque volte più frequenti rispetto alla media del ventesimo secolo. Le alluvioni catastrofiche in Italia — Emilia-Romagna nel maggio 2023, con sedici morti e quindici miliardi di euro di danni secondo i dati della Regione — non sono fenomeni isolati ma manifestazioni di un sistema climatico destabilizzato da emissioni cumulate di CO2 che oggi superano le 420 parti per milione nell’atmosfera, il livello più alto degli ultimi tre milioni di anni, come documentato dall’Osservatorio di Mauna Loa.

Dire che l’ambientalismo è di sinistra è una delle grandi menzogne della politica contemporanea. La tutela del territorio, la protezione delle risorse idriche, la difesa della biodiversità, la qualità dell’aria nelle città: sono valori di sopravvivenza. Dovrebbero essere al centro di qualsiasi progetto politico che si dichiari “patriottico”, perché non c’è patria senza territorio vivibile, non c’è nazione senza risorse naturali, non c’è sovranità senza indipendenza energetica costruita su fonti rinnovabili.

Il paradosso dell’ambientalismo di destra è che esiste, e ha radici profonde. Il concetto di heimat — la patria come terra, come paesaggio, come identità radicata nel territorio — è storicamente connesso a una certa tradizione conservatrice europea. La caccia, la pesca, l’agricoltura tradizionale, la difesa del paesaggio rurale contro la speculazione edilizia: sono tutte battaglie che una destra coerente dovrebbe combattere con più vigore della sinistra urbana.

Invece Vannacci e i suoi si oppongono alle energie rinnovabili (accusate di “deturpare il paesaggio”, quando invece sono la principale alternativa alla dipendenza energetica), minimizzano il cambiamento climatico, e si schierano contro ogni regolamentazione ambientale europea come se la CO2 fosse un’invenzione brussellese.

Come osserva il professor Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, in una recente intervista alla Stampa, “il clima non è un’opinione politica. È fisica. E la fisica non tratta preferenze ideologiche.” Aggiungere a questo che l’Italia è tra i Paesi europei più esposti agli effetti del cambiamento climatico — con il Mediterraneo che si scalda più velocemente dell’oceano globale, con le Alpi che perdono ghiacciai al ritmo del 3% annuo — rende ancora più incomprensibile la sottovalutazione di questa questione da parte di chi dice di amare l’Italia.

L’ambientalismo autentico — non quello delle ONG finanziate da Soros né quello delle élite che possono permettersi le auto elettriche — è invece un ambientalismo popolare, territoriale, che difende i piccoli agricoltori contro l’agrobusiness, che protegge le coste dall’abusivismo edilizio, che investe nelle reti idriche invece di lasciare che il 40% dell’acqua si disperda per le tubature colabrodo, come documentano i dati ISTAT sull’infrastruttura idrica italiana. Questo ambientalismo potrebbe e dovrebbe essere parte integrante di qualsiasi progetto sovranista serio.

Sovranità monetaria: che si riapra il dibattito

Mori ha ragione su un punto fondamentale: la questione della sovranità monetaria e del controllo del credito è la madre di tutte le battaglie. Senza controllo sulla moneta, senza la capacità di emettere debito pubblico senza dipendere dai mercati, senza la possibilità di condurre politiche espansive in recessione, ogni altro obiettivo politico — dal welfare alla difesa dei salari, dall’investimento pubblico alla transizione ecologica — rimane sulla carta.

Come hanno ben documentato, fra i tanti, Augusto Graziani e Gabriele Guzzi, già negli anni Novanta, il sistema monetario europeo ha strutturalmente ridotto la capacità degli stati periferici — Italia inclusa — di perseguire politiche industriali autonome. Il Patto di stabilità e crescita, nelle sue varie incarnazioni, ha imposto l’austerità come dogma nei momenti esattamente sbagliati: durante la crisi del 2008-2011 e durante la pandemia del 2020, quando invece sarebbe stata necessaria una politica fiscale espansiva coordinata.

Vannacci su questo dice cose giuste. Il problema è che le dice senza un programma economico coerente che le sostenga. Criticare l’euro senza proporre un percorso credibile di uscita o di rinegoziazione dei trattati rischia di trasformarsi in semplice demagogia.

Allo stesso modo, invocare la sovranità monetaria senza affrontare il tema del controllo del sistema creditizio — come sostiene Mori — significa lasciare incompleto il ragionamento. L’esperienza dell’Islanda dopo la crisi finanziaria del 2008 viene spesso citata proprio per questo motivo: il governo intervenne sulle banche travolte dal collasso del sistema finanziario invece di limitarsi a socializzare le perdite lasciando invariati gli assetti precedenti.

Fu una scelta estremamente difficile e costosa nel breve periodo, ma che contribuì alla successiva stabilizzazione dell’economia islandese. Se si vuole discutere seriamente di sovranità economica, monetaria e finanziaria, occorre quindi andare oltre gli slogan e confrontarsi con gli strumenti concreti necessari a renderla effettiva.

L’Italia ha uno dei debiti pubblici più elevati d’Europa, secondo solo a quello della Grecia, ma possiede anche una delle più alte ricchezze private del mondo. Secondo i dati della Banca d’Italia, le famiglie italiane detengono attività patrimoniali per circa 10.000 miliardi di euro, pari a quasi quattro volte il PIL nazionale.

Il problema, dunque, non è l’assenza di risorse nel Paese, ma come queste risorse sono distribuite e, soprattutto, la mancanza di strumenti pubblici capaci di indirizzarle verso investimenti di interesse collettivo.

L’osservazione più acuta di Mori riguarda il futuro di Futuro Nazionale una volta che uscirà dall’opposizione comoda e dovrà fare i conti con il governo. La storia italiana degli ultimi trent’anni è una collezione di partiti che promettevano la rivoluzione e consegnavano la continuità. La Lega di Bossi. Il Movimento 5 Stelle di Grillo. Forza Italia. La Lega di Salvini. Fratelli d’Italia della Meloni. Tutti hanno vinto con slogan antisistema. Tutti hanno governato con politiche di sistema. Il meccanismo è sempre lo stesso: l’opposizione è il posto dove si possono fare le promesse più belle perché nessuno ti chiede il conto.

Come ricordava Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco nel 2015, quella che lui definì la “più potente forma di tortura politica moderna” non è lo shock economico in sé, bensì la raffinata pressione burocratica con cui le istituzioni europee spiegano a ogni nuovo governo che non esistono alternative, che le regole sono le regole e che qualsiasi deviazione comporterà inevitabili conseguenze “sui mercati”. Tsipras resistette per alcuni mesi. Poi cedette. Salvini non arrivò nemmeno a tanto.

Vannacci potrebbe scegliere una strada diversa, ma per farlo avrebbe bisogno di ciò che, almeno finora, non sembra avere: un programma economico dettagliato e credibile, alleanze internazionali capaci di sostenere una reale sfida ai vincoli europei e una classe dirigente selezionata sulla base delle competenze, non della semplice fedeltà personale.

Quello che si osserva oggi, invece, appare più simile a una corsa al tesseramento di fuoriusciti provenienti da altri partiti, spesso animati — come osserva Mori — più dall’interesse a garantirsi una futura ricandidatura o rielezione che da una visione strategica e coerente per il Paese.

C’è poi una contraddizione strutturale che il filosofo Diego Fusaro, in un intervento pubblicato sul blog del Fatto Quotidiano il 9 giugno 2026, individua con particolare chiarezza, pur con il consueto gusto per la semplificazione teorica: Vannacci critica gli effetti del sistema senza mettere realmente in discussione le sue cause.

Secondo Fusaro, nel libro Il mondo al contrario il generale denuncia le distorsioni di una società che considera capovolta, ma continua a difendere sia il libero mercato capitalistico sia l’ordine atlantico, che per molti critici rappresentano proprio alcuni dei principali motori di quelle trasformazioni che egli denuncia.

È la contraddizione di chi vorrebbe correggere le conseguenze senza intervenire sulle premesse; di chi si lamenta dell’acqua che entra in casa, ma non vuole salire sul tetto a controllare da dove provenga la perdita.

Vannacci può invocare la sovranità nazionale quanto vuole, ma finché non affronta temi come la libertà di movimento dei capitali, la privatizzazione dei settori strategici, la perdita di sovranità economica e la dipendenza politico-militare dagli Stati Uniti d’America, il suo sovranismo rischia di rimanere prevalentemente retorico: efficace nel raccogliere consenso, molto meno nel produrre cambiamenti strutturali.

Vannacci rischia davvero di portarci verso una minestra già servita e già assaggiata: sovranisti ortodossi prima, perfettamente integrati nel sistema neoliberale dopo.

Gli italiani, ormai, dovrebbero sapere bene come finiscono queste storie. Vero, Matteo?

Di: Michele Agagliate

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