Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org
di Mario Sommella 19/06/26
Remigrazione, nemico interno e l’arte di distrarre un popolo impoverito
Il 13 giugno 2026 Roma ha mostrato due volti dell’Italia separati da poche centinaia di metri e da un abisso politico. Da una parte, partito da piazza della Libertà, il corteo del comitato «Remigrazione e Riconquista», dove si sono levati i cori «Duce, duce», i saluti romani e le note di «Camicia nera trionferà». Nello stesso pomeriggio, all’Auditorium della Conciliazione, l’assemblea costituente di Futuro Nazionale — il partito che il generale Roberto Vannacci ha fondato dopo lo strappo con la Lega — iscriveva la «remigrazione» tra i punti centrali della propria mozione programmatica. Dall’altra parte, dal Verano e dal Colosseo, sfilavano studenti, movimenti per il diritto all’abitare, sindacati di base e collettivi antifascisti, fermandosi davanti alla Torre dei Conti per ricordare Octay Stroici, l’operaio di sessantasei anni rimasto agonizzante undici ore sotto le macerie nel novembre 2025. Due cortei, due idee opposte di che cosa significhi davvero difendere un popolo.
La fotografia non potrebbe essere più eloquente. Mentre una parte del Paese discute di chi espellere, dall’altra si continua a morire per costruirlo e tenerlo in piedi. È nello scarto tra queste due piazze che si gioca la più antica e collaudata delle operazioni politiche: indicare al popolo impoverito un nemico immaginario, perché non riesca a vedere quello reale.
I numeri di un Paese che si svuota
Prima di seguire chi grida alla remigrazione, conviene guardare i numeri di chi quel Paese lo abita. In Italia, secondo i dati ISTAT più recenti, vivono in povertà assoluta circa cinque milioni e settecentomila persone, il 9,8 per cento dei residenti, raccolte in due milioni e duecentomila famiglie. La povertà assoluta non significa fare la villeggiatura più corta: significa non potersi permettere il minimo indispensabile per una vita dignitosa. Oltre un quinto della popolazione è a rischio di povertà o di esclusione sociale, e nel decennio appena trascorso il numero di famiglie in povertà assoluta è cresciuto di oltre il quaranta per cento. Non è un incidente: è il risultato cumulato di scelte politiche.
Il lavoro, che la Costituzione pone a fondamento della Repubblica, non protegge più dalla miseria. L’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con a capo un operaio supera il quindici per cento: si può lavorare e restare poveri. I salari raccontano la stessa storia con freddezza statistica. Nel trentennio che va dal 1990 al 2020 l’Italia è stato l’unico grande Paese avanzato a registrare una variazione negativa dei salari reali medi: trent’anni di lavoro pagati meno di prima, mentre i profitti e le rendite correvano in direzione opposta. La disoccupazione giovanile oscilla intorno al diciotto-venti per cento, tra le più alte d’Europa, superata soltanto da Grecia e Spagna.
È dentro questa cornice che va letto il fenomeno migratorio meno raccontato di tutti: quello degli italiani che se ne vanno. Nel 2024 le partenze hanno toccato un record storico, oltre centocinquantamila iscrizioni all’anagrafe degli italiani residenti all’estero per il solo motivo dell’espatrio, con un balzo di quasi il quaranta per cento rispetto all’anno precedente. A partire sono soprattutto i giovani: nella sola fascia dei laureati tra i venticinque e i trentaquattro anni gli espatri del 2024 hanno sfiorato le venticinquemila unità, a fronte di poche migliaia di rientri. Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ha stimato che, tra il 2011 e il 2024, l’Italia ha perso oltre seicentotrentamila under 35, un capitale umano valutato in quasi centosessanta miliardi di euro. Mentre qualcuno organizza cortei per la «riconquista», il Paese reale viene conquistato dal vuoto: si svuotano le aule, gli ospedali, le fabbriche, i borghi.
E si continua a morire. Nel 2025 le vittime di infortuni sul lavoro sono state millenovantatré, quasi tre al giorno, un bilancio sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente e in crescita rispetto al 2023. Cadute dall’alto, ribaltamenti, crolli, schiacciamenti: la geografia della morte coincide con quella dei cantieri, delle fabbriche e dei campi. A questa emorragia si affianca lo smantellamento silenzioso del welfare. La sanità pubblica è sotto finanziata da anni, le liste d’attesa per esami diagnostici essenziali si misurano in mesi quando non in anni, la scuola cade letteralmente a pezzi. Un Paese che lascia morire i propri lavoratori e fuggire i propri figli non ha un problema di troppi stranieri: ha un problema di classe dirigente.
Il nemico immaginario
Di fronte a questa realtà, la destra radicale e i suoi imprenditori politici non propongono un salario, una casa, un ospedale. Propongono un nemico. La parola d’ordine della «remigrazione» — l’espulsione di massa degli stranieri, anche di quelli regolari e nati qui, in nome di una presunta omogeneità etnica e culturale — nasce nei laboratori dell’ultradestra identitaria europea, viene rilanciata nei summit internazionali del cosiddetto «effetto uscita» e trova in Italia sponde sempre più istituzionali. Non è un programma di governo: è un dispositivo di distrazione di massa. Serve a trasformare la rabbia legittima delle classi popolari, che da anni invocano sicurezza e protezione, in un risentimento orientato verso il basso, contro chi sta peggio, anziché verso l’alto, contro chi decide.
È la pesca a strascico nel disagio sociale. Le periferie spoliticizzate, abbandonate da decenni di politiche neoliberiste e da una sinistra che ha rinunciato a rappresentarle, diventano il bacino ideale per chi vende paura. La domanda di protezione è reale e fondata: l’errore, abilmente indotto, sta nella risposta. Perché chi ha davvero sottratto sicurezza a quelle vite non è il bracciante sfruttato nei campi del Sud o il rider che pedala sotto la pioggia, ma il sistema che ha precarizzato il lavoro, tagliato i servizi, deindustrializzato interi territori e consegnato il destino economico del Paese ai mercati finanziari. Indicare il migrante come causa della crisi è il più efficace dei trucchi: sposta lo sguardo, protegge i responsabili, divide chi avrebbe ogni interesse a unirsi.
Chi ha davvero svenduto l’Italia
Coloro che oggi si proclamano paladini della sovranità nazionale sono, nella stragrande maggioranza, gli stessi che hanno applaudito ogni stagione di austerità, ogni privatizzazione, ogni vincolo esterno spacciato per virtù. Hanno benedetto la compressione salariale in nome della competitività, lo smantellamento dello Stato sociale in nome del rigore, la subordinazione dell’economia italiana agli interessi della grande finanza in nome della modernizzazione. Se davvero si volesse parlare di chi ha consegnato l’Italia a poteri estranei al suo popolo, l’elenco non comincerebbe certo dai disperati che attraversano il Mediterraneo, ma da chi quei poteri li ha serviti con zelo per decenni.
La verità è che la sovranità evocata dai cantori della remigrazione è una sovranità monca, ridotta al solo controllo dei corpi più deboli, mai del capitale. Si invoca il confine contro il povero, mai contro il flusso speculativo. Si chiede la frontiera per il migrante, mai per la rendita. È una sovranità che lascia intatti i rapporti di proprietà e di potere e si limita a colpire chi non ha voce. In questa selettività si annida tutta la sua natura di classe: è il nazionalismo dei padroni, che usa la bandiera per coprire gli interessi di pochi e chiede al popolo di stringersi attorno a chi, di quel popolo, ha sempre fatto carne da macello.
La memoria corta degli orgogliosi
Colpisce, in questi profeti del rimpatrio, la straordinaria selettività della memoria. Sono spesso gli stessi che hanno sostenuto con entusiasmo la guerra del 2011 contro la Libia di Gheddafi: un Paese raso al suolo nell’interesse delle grandi multinazionali e contro lo stesso interesse nazionale italiano, che in Libia aveva i propri accordi energetici e la propria stabilità strategica. Da quella aggressione la Libia è precipitata in una guerra civile permanente, terra di nessuno dove prosperano i trafficanti e dove si è ricostituita, sotto gli occhi dell’Europa, una tratta di esseri umani che ha i tratti di una schiavitù moderna. Chi oggi piange l’arrivo dei migranti africani tace sul fatto che proprio le politiche di guerra e di saccheggio sostenute dall’Occidente hanno trasformato interi continenti in territori invivibili.
La stessa amnesia governa il giudizio sull’imperialismo. Non una parola contro le decine di guerre per procura, di colpi di Stato, di conflitti alimentati per garantire alle potenze occidentali l’accesso alle risorse africane. Non una parola sulle basi militari straniere che da ottant’anni occupano la penisola e ne orientano le scelte internazionali. E nemmeno una sillaba contro l’unico vero progetto di colonizzazione in corso sotto i nostri occhi: l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, vera e propria «remigrazione» a senso unico, che caccia un popolo dalla sua terra con la forza del diritto del più forte. Chi invoca l’espulsione del povero e tace sull’occupazione del colono rivela, senza volerlo, da quale parte stia: non da quella della giustizia, ma da quella del potere.
Nazione e Patria: le parole che non si vogliono pronunciare
Esiste una differenza decisiva, troppo spesso confusa ad arte, tra Nazione e Patria. La Nazione, nella sua accezione più reazionaria, si fonda sul sangue, sull’etnia, su un’appartenenza biologica che esclude e gerarchizza. La Patria, nella tradizione repubblicana e democratica, si fonda sul diritto comune, sulla cittadinanza, su un patto di eguaglianza tra chi condivide un destino. La prima divide gli esseri umani in autoctoni e stranieri; la seconda li riconosce come titolari degli stessi diritti. Confondere le due cose non è un errore linguistico: è un’operazione politica che spinge un popolo a difendere il proprio aguzzino in nome del suolo che calpestano insieme.
Per questo parlare di indipendenza e di sovranità senza pronunciare, nello stesso respiro, le parole eguaglianza, democrazia popolare e solidarietà internazionale è il modo più sicuro per smascherare l’inganno. La sovranità che non si traduce in giustizia sociale è soltanto la maschera nazionale del dominio di classe. La difesa del confine che non si accompagna alla difesa del salario, della casa, della salute, è soltanto retorica al servizio di chi possiede. Ed è qui che passa la linea di demarcazione più netta della politica contemporanea: tra chi combatte nell’interesse reale del popolo — di tutto il popolo, nato qui o altrove, purché sfruttato e oppresso — e chi, drappeggiandosi nel tricolore, non è altro che il cane da guardia del capitale.
Le due piazze del 13 giugno raccontano allora molto più di una giornata romana. Raccontano un Paese a cui si chiede di odiare i più deboli per non vedere i più forti, di rincorrere fantasmi etnici per non nominare le responsabilità reali. La posta in gioco non è il colore della pelle di chi sbarca, ma la capacità delle classi popolari di riconoscere i propri interessi e i propri nemici. Finché il risentimento sarà diretto verso il basso, i padroni dormiranno sonni tranquilli. Il giorno in cui quella rabbia troverà le parole giuste — eguaglianza, lavoro, dignità, solidarietà — e le rivolgerà verso l’alto, l’inganno sarà finito. È a quel giorno che dobbiamo lavorare.
Fonti
ISTAT, La povertà in Italia — Anno 2024 (statistica diffusa il 14 ottobre 2025).
ISTAT, Rapporto annuale 2025 e Occupati e disoccupati, dati mensili 2025–2026.
Caritas Italiana, Rapporto su povertà ed esclusione sociale 2025.
Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2025.
CNEL, L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati, 2025.
INAIL e Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering, dati infortunistici al 31 dicembre 2025.
Cronache del 13 giugno 2026 sui cortei romani e sull’assemblea costituente di Futuro Nazionale (Il Sole 24 Ore, Editoriale Domani, Today, l’Espresso).
UNA NOTA DELLA «BOTTEGA»: ricordiamo a Mario Sommella (e ovviamente a ogni giornalista) e a chi legge che i dati ufficiali di INAIL sui morti per lavoro sono al ribasso per i “trucchi contabili” che da anni Carlo Soricelli non si stanca di denunciare… nome per nome. Dunque la realtà purtroppo è ben peggiore di quei già tragici e inaccettabili «quasi tre morti al giorno», sempre citati anche dai giornalisti più attenti. Chi volesse approfondire troverà (con i TAG) anche in “bottega” numerosi interventi di Soricelli. L’ultimo è di ieri: Morti di lavoro: su 650 gli stranieri sono 104 dove Soricelli documenta come gli immigrati stiano pagando un prezzo altissimo. in parole povere MUOIONO AL POSTO NOSTRO nei lavori più rischiosi che padroni e governi non vogliono mettere “in sicurezza”.