Trump minaccia l’Iraq: sciogliete le milizie sciite

Dal blog https://www.remocontro.it/

26 Giugno 2026 Piero Orteca

Visto che l’Iran non vuole frenare il suo sostegno all’Asse di Resistenza, la Casa Bianca ha cambiato bersaglio, ordinando a Baghdad di integrare tutti i gruppi armati autonomi sciiti nell’esercito regolare iracheno. Impresa difficile. Il nuovo governo ci sta provando, ma intanto Washington gli ha tagliato gli aiuti economici.

Minacce e ritorsioni

Questa volta, con le sue minacce, Donald Trump non è riuscito ad andare a dama. Anzi, fatti i conti e tirate le somme, i suoi dichiarati “target” (i guerriglieri sciiti iracheni)  gli hanno scaraventato la scacchiera in testa. Pedine comprese. Rifiutano infatti, ostinatamente, di integrarsi nell’esercito nazionale, mettendosi sotto il comando degli ufficiali “regolari”.

Cosa che significherebbe, per loro, detto in parole povere, perdere l’autonomia operativa. Questo, però, solo sulla carta. Perché, in effetti, la maggior parte di codesti combattenti è legata, mani e piedi, agli ayatollah e alla catena di comando che parte da Teheran. Basta vedere la struttura organizzativa (che proponiamo) di Khataib Hezbollah, per rendersi conto di quanto profondi siano i rapporti tra l’Iran e i gruppi armati sciiti che operano tra Iraq e Siria, fino al confine con la Giordania.

Per la fretta di chiudere l’accordo con gli ayatollah e riaprire Hormuz, Trump ha dunque fatto sparire dal testo firmato qualsiasi riferimento all’Asse della Resistenza, cioè alle milizie finanziate e sostenute dalla teocrazia persiana. Un problema grosso. Immediatamente rinfacciato dagli israeliani (e dall’Intelligence) ai negoziatori americani. Un problema noto da tempo, che era già stato affrontato, prima ancora dell’elezione del nuovo Premier iracheno (Alì al-Zaidi) a colpi di scudiscio finanziario.

Due mesi fa, infatti, come al solito, Trump aveva tagliato (in effetti, “congelato’) il trasferimento dei dollari destinati all’Iraq, per il pagamento delle sue esportazioni petrolifere. Il messaggio-ricatto era chiaro: o vi sbarazzate delle milizie amiche di Teheran o vi faccio crepare di fame.

Il super ambasciatore

Di fronte a un simile approccio diplomatico, di un Paese che si dichiara “alleato e soccorritore” dell’Iraq, il povero al-Zaidi, novello Premier ma esperto conoscitore dell’arte del business (essendo di fatto un banchiere prestato alla politica) ha cercato di fare del suo meglio. D’altro canto, gli americani hanno dato disco verde alla sua nomina, dopo essersi sbarazzati di al-Sudani (l’uscente) e avere posto un veto di ferro al ritorno del vecchio ak-Maliki, anche lui giudicato sfacciatamente succube degli ayatollah.

Allora, indirizzata la nomina di Zaidi, ora Trump lo deve “indottrinare” e per questo ha spedito a Baghdad un suo inviato di primo piano, l’ambasciatore ad Ankara Tom Barrack. Un multimiliardario amico del Presidente, un po’ chiacchierato, perché forse non fila d’amore e d’accordo col Segretario di Stato, Marco Rubio.

Comunque sia, Barrack ora ha allargato le sue competenze fino alla Siria e all’Iraq, ricevendo da Trump l’incarico di risolvere la grana dei guerriglieri sciiti finanziati dall’Iran. Sono loro a costituire il pericolo pubblico numero uno per le truppe Usa nella regione. Che di tanto in tanto prendono di mira su ordine di Teheran. Barrack si è già incontrato con al-Zaidj, ma a parte i soliti convenevoli e tanti impegni, finora i risultati ottenuti non soddisfano Washington.

Anzi. Proprio ieri il New York Times ha titolato sulla questione scrivendo che “Il nuovo leader iracheno incontra resistenza nel tentativo di riportare le milizie sotto il controllo statale” e aggiungendo: “L’Amministrazione Trump ha chiesto ai leader iracheni di prendere le distanze dall’Iran e di porre un freno alle milizie legate all’Iran che operano al di fuori del controllo governativo.

Il signor al-Zaidi, un neofita della politica, il mese scorso ha ordinato a tutti i gruppi armati di porsi sotto l’autorità diretta dello Stato. Alcune delle milizie più potenti legate all’Iran però hanno respinto la richiesta”.

L’asse con Teheran

Certo, le cose non avvengono mai per caso. La crescita incontrollata di milizie armate “parallele”, nell’Iraq post-Saddam, è stata dovuta principalmente al vero e proprio sconvolgimento geopolitico della regione, indotto dalla Seconda Guerra del Golfo, nel 2003. L’invasione americana e la successiva opera di “ingegneria politica”, che ha portato alla tripartizione istituzionale del Paese, tra curdi, sunniti e sciiti, ha generato un fragile compromesso, sistematicamente messo in crisi dalle tensioni etniche e religiose.

Insomma, i gruppi armati che adesso Washington vuole eliminare, sono nati, cresciuti e si sono rafforzati, proprio per colpa dell’instaurazione di una sorta di “proconsolato” Usa in Iraq.

In quei frangenti, la maggioranza musulmana sciita è salita al potere, dopo il rovesciamento del dittatore Saddam Hussein, ponendo così fine al controllo governativo da parte della minoranza sunnita.

Da allora, proprio per affinità religiosa, i legami tra Baghdad e Teheran si sono progressivamente rafforzati. Il patronage è diventato più stretto a partire da 2014, quando la prepotente offensiva dello Stato islamico (sunnita) costrinse le milizie sciite irachene a coalizzarsi nelle “PMF” (Forze di Mobilitazione Popolare).

In quell’occasione, gli ayatollah hanno sostenuto finanziariamente e inviato armi a questi gruppi guerriglieri. Entrati così a far parte, a pieno titolo, del cosiddetto “Asse della Resistenza”, la galassia di proxies che fiancheggiano l’Iran.

Esercito e milizie autonome

Negli ultimi anni, alle “Forze di Mobilitazione Popolare” è stato chiesto di integrarsi nelle forze di sicurezza nazionali, senza che però questo processo sia stato effettivamente compiuto. Infatti, diversi gruppi si muovono con una spiccata autonomia (come Khataib Hezbollah) mentre altri hanno accolto l’appello di al-Zaidi, accettando di obbedire all’ordine del nuovo Primo ministro e ponendosi sotto il comando dell’esercito regolare.

Il potente religioso sciita Muqtada al-Sadr, a capo di un ampio blocco politico in Parlamento, ha dichiarato che integrerà completamente la sua milizia delle ‘Brigate della Pace’ sotto l’autorità dell’esercito iracheno. I gruppi che hanno respinto l’ordine, invece – aggiunge il Times – vogliono che gli Stati Uniti cessino di interferire in Iraq sia militarmente che politicamente. I ‘Guardiani della Brigata del Sangue’, una milizia che in passato ha rivendicato la responsabilità di attacchi contro obiettivi statunitensi in Iraq, hanno affermato che qualsiasi misura volta a esercitare un controllo più rigoroso sulle milizie ‘deve essere accompagnata da passi concreti che garantiscano la sovranità dell’Iraq e la sua indipendenza decisionale”.

Khataib Hezbollah

La milizia sicuramente più importante (e recalcitrante) è quella di Khataib Hezbollah (KH). Si potrebbe definire una sorta di spina dorsale dell’Asse di Resistenza iracheno.

Ecco la descrizione che ne fa il “Washington Institute for Near East Policy”: “Prove chiare e convincenti dimostrano che Khataib Hezbollah è subordinato e parzialmente finanziato dalle Forze Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC-QF). Prove credibili dimostrano che KH compie azioni specifiche sotto le istruzioni, la direzione o il controllo delle IRGC-QF. La preponderanza delle prove dimostra che l’Iran fornisce a KH assistenza finanziaria, assistenza militare e condivisione di informazioni di intelligence, nonché aiuto nella selezione, nel sostegno e nella supervisione della sua leadership.

KH è nominalmente governata da un Consiglio della Shura con un segretario generale, cinque vice e almeno trentatré membri in totale, oltre a ‘supervisori’ esterni provenienti dalle Forze Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e da Hezbollah libanese.

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