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28 Giugno 2026 Linda Maggiori
Nel 2025 sono entrate in Italia, provenienti da Israele, centinaia di migliaia di droni kamikaze, armi e tecnologie militari dirette ad aziende italiane, per un valore di 108,6 milioni di euro. Praticamente un terzo delle importazioni totali (338,8 milioni di euro) proveniva da Israele. Questo è ciò che si legge dalla relazione dell’Agenzia delle Dogane ai sensi della legge 185/90, nelle tabelle riferite alle importazioni definitive. Israele ha sorpassato perfino gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno esportato armi nel nostro Paese per un valore di quasi 74,5 milioni di euro e nel 2024 circa 66 milioni.
In generale, negli ultimi anni tutto l’import di armi è aumentato, (da 165,9 milioni nel 2023, a 288,1 milioni nel 2024, a 338 milioni nel 2025), non solo in Italia ma anche in Europa, all’insegna del piano di riarmo. Il complesso industriale militare israeliano ne ha particolarmente beneficiato, aumentando di 17 volte il valore delle sue spedizioni verso l’Italia: da 7 milioni di euro l’import da Israele nel 2023 a 37,2 milioni euro nel 2024 a 108 milioni nel 2025. Le tecnologie militari israeliane aumentano il loro valore quando hanno il bollino combat proven, cioè testate in battaglia, che nel caso dell’esercito israeliano significa averle provate sui civili in un contesto di crimini di guerra e di genocidio conclamato.
Acquistare queste armi è un chiaro esempio di complicità, anche a livello legale, ma non sembra che questo preoccupi gli acquirenti. Inoltre rafforza la macchina da guerra israeliana, e aumenta la ricattabilità degli Stati.
La drammatica dipendenza tecnologica militare da Israele è stata confermata da Giorgio Aliberti, direttore dell’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento (UAMA) presso il Ministero degli Esteri. Rispondendo a una domanda del senatore Alessandro Alfieri (PD), durante l’audizione al Senato del 14 maggio scorso, ha sottolineato che le importazioni sono continuate, per decisione politica, «in linea con gli interessi economici delle imprese italiane e con le esigenze di difesa nazionali».
Ha inoltre sottolineato come «la disconnessione da Israele sia molto complicata, non solo per l’Italia ma per tutti gli Stati europei, visto che nel produrre le armi gli israeliani sono molto bravi e non è facile per nessuno staccarsi, c’è un legame forte con l’industria militare israeliana», ha ribadito.
Di fatto tutta l’Europa è tenuta in scacco da Israele per la sua superiorità tecnologica in campo militare e perché le sue armi e tecnologie sono state integrate senza alcuna remora nella difesa degli Stati europei. Non solo è difficile staccarsi, ma è molto facile essere ricattati.
Questo è quanto sottolinea da tempo anche Antony Lowenstein, nel suo libro Laboratorio Palestina, che spiega come gli israeliani siano diventati leader nel campo degli armamenti, in particolare quelli più sofisticati, proprio perché possono testarli da decenni su cavie umane, i palestinesi.
L’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento) ha sospeso le nuove autorizzazioni di export di armi verso Israele dall’ottobre 2023 (ma sono continuate le esportazioni già autorizzate), mentre per le importazioni non è stato messo alcun freno.
La legge 185/90 all’articolo 1 comma 6 prevede il divieto solo alle esportazioni e ai transiti verso Paesi in guerra o in violazione dei diritti umani, ma non prevede divieto all’import. Eppure un embargo bilaterale (import-export) può essere deciso a livello politico, come già fatto per la Russia, l’Iran e altri Paesi della “lista nera”.
Droni kamikaze
La stragrande maggioranza delle importazioni da Israele nel 2025 è composta da componenti di droni Hero della israeliana Uvision acquistati da RWM Italia (parte della tedesca Rheinmetall), per un valore complessivo di 90 milioni di euro. Sono arrivate anche “testate attive”, ad altissima carica esplosiva, sbarcate a Cagliari e poi dirette verso gli stabilimenti di Domusnovas e Musei per essere assemblate.

Secondo gli accordi tra Uvision e RWM Italia, siglati nel 2021, negli stabilimenti sardi vengono assemblate, collaudate e integrate le testate nei droni Hero, che poi vengono inviati alle forze di difesa italiane e NATO. L’attività è entrata in piena funzione nel 2025. Come spiega RID, Rivista Italiana Difesa, «a Musei vengono assemblati e testati i componenti inerti ed elettronici, mentre a Domusnovas vengono integrate le testate.
Il portafoglio ordini di Rheinmetall per le Hero ammonta a oltre 200 milioni di euro e prevede la consegna di queste loitering munitions a 8 diversi Paesi europei (NATO e non solo). L’attuale gamma di prodotti di Rheinmetall comprende la piccola Hero 30 (da fanteria), la media Hero 120 (per attacchi di precisione contro veicoli blindati e installazioni fisse) e la Hero 400 a medio/lungo raggio (per attacchi di precisione contro postazioni fortificate)».
I droni Hero sono detti tecnicamente loitering munitions(munizioni vaganti) cioè munizioni che inseguono il bersaglio fino a 250 km: hanno una autonomia di 7 ore e testate armate con 30 kg di esplosivo. «Progettati per la ricognizione, il tracciamento e l’ingaggio autonomo di bersagli», come spiega l’azienda produttrice, sono combat proven cioè testati sul campo. Una vasta indagine giornalistica coordinata da Forbidden Stories (a cui partecipano testate come Le Monde, Bellingcat e +972 Magazine) ha analizzato innumerevoli casi di civili e giornalisti colpiti proprio da droni e munizioni vaganti.
Il ruolo preponderante di RWM nelle importazioni da Israele si evince anche dalle tabelle a cura del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che tracciano i pagamenti (non contemporanei al passaggio delle merci alla frontiera, e che quindi non sempre corrispondono ai valori delle relazioni doganali): nel 2025 i pagamenti della RWM a Israele si aggirano sui 46,5 milioni di euro, anche in questo caso si tratta del valore più alto tra tutte le imprese italiane che importano dallo Stato sionista.
A fine 2025 RWM Italia ha ottenuto da UAMA nuove autorizzazioni a esportare droni Hero, verso Paesi NATO. Un cliente confermato pubblicamente è l’Ungheria, che, come da dichiarazioni ufficiali «si adatta all’evoluzione dello scenario di sicurezza sul fianco orientale della NATO». Anche l’Italia ha deciso di dotare le sue forze speciali di assalto (Tier 1, quindi il 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin” e il GOI della Marina) di loitering munitions Hero 30.
Un primo acquisto era stato fatto direttamente nel 2021, dallo Stato Maggiore della Difesa, ordinando droni kamikaze Hero 30 e pacchetti addestrativi per i militari italiani da svolgersi in Israele, presso la sede Uvision, a Tzur Igal, sul confine con la Cisgiordania occupata. Il costo complessivo del programma è stato di 3,8 milioni di euro e la RWM aveva vinto l’appalto per la manutenzione. Ora Domusnovas e Musei sono diventati i siti europei di assemblaggio e addestramento dei droni kamikaze israeliani, vista la loro grande diffusione tra i Paesi NATO.
Sistemi missilistici europei con Israele
Tra le altre aziende italiane che hanno acquistato tecnologia militare israeliana c’è Support Logistic Service, che ha versato a Israele nel 2025 circa 3,2 milioni di euro. Con sede a Guidonia Montecelio (Roma) è specializzata nella produzione, installazione e manutenzione di sistemi radar, satellitari e di radiocomunicazione per applicazioni militari e civili. Dal 2020 è sotto il controllo di Fincantieri, il colosso partecipato dallo Stato che costruisce navi militari, per la Marina italiana e non solo.
Il consorzio europeo missilistico MBDA, dal nome delle tre aziende che l’hanno costituito, Matra, BAE Dynamics e Alenia, ha sedi operative e di ingegneria a Roma, La Spezia e Fusaro (NA). È partecipato da Airbus (37,5%), BAE Systems (37,5%) e Leonardo (25%) e nel 2025 ha comprato tecnologia militare israeliana per 1,2 milioni di euro. Paradossalmente, anche il consorzio che dovrebbe garantire, come da slogan «la sovranità nazionale ed europea nel campo della difesa», è fortemente dipendente da Israele.

MBDA partecipa anche al recentissimo programma EuroPULS, portato avanti dalla tedesca KNDS in joint venture con Elbit System (accordo stipulato a marzo 2026) e che ha come obiettivo la creazione di lanciarazzi di artiglieria di nuova generazione: «Elbit contribuisce con il suo sistema lanciarazzi PULS, già collaudato in combattimento; insieme, siamo convinti che EuroPULS soddisferà la crescente domanda delle nazioni europee che stanno rafforzando le proprie capacità di difesa», spiega in una nota stampa del marzo 2026 Yehuda (Udi) Vered, general manager di Elbit Systems Land.
«La creazione di questa joint venture rappresenta un passo importante nel rafforzamento della nostra cooperazione industriale e del nostro impegno in Europa e nella NATO».
Anche gli stabilimenti di KNDS Ammo Italy, a Colleferro e Anagni, potrebbero essere coinvolti nella produzione di questo missile europeo con tecnologia israeliana. Attualmente ad Anagni è in corso un progetto – molto contestato da comitati di residenti e ambientalisti – per la costruzione di un nuovo polo produttivo di nitroglicerina, finanziato con i fondi europei del piano di riarmo “Act in Support of Ammunition Production”.
Nel 2025 KNDS Ammo Italy ha acquistato materiale militare da Israele per un valore di circa 335mila euro.
Da Telespazio a Elettronica
Altra azienda che ha acquistato tecnologia militare israeliana per 1,2 milioni di euro nel 2025 è Telespazio, joint venture tra Leonardo (67%) e Thales Alenia (33%), leader nei satelliti e radar militari. Dal canto suo Leonardo ha pagato alle aziende israeliane 980mila euro mentre Milexia ha importato tecnologia militare israeliana per 315mila euro nel 2025.
Prima Armi Srl, con sede a Pinasca (Torino), azienda di armi da fuoco sia per uso militare sia civile, secondo la relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha pagato a Israele circa 83mila euro nel 2025 per import di armi da guerra. La società torinese vanta solidi legami con Israele, tanto che è distributrice unica in Italia di equipaggiamenti e fucili di assalto di varie aziende israeliane fornitrici delle IDF, come Marom Dolphin, IWI (Israel Weapon Industries) e Meprolight. Tutte armi testate in battaglia.
Tra le aziende che importano da Israele c’è anche la Era Electronic System, con sede in Perugia, che dal 2023 è entrata a far parte di UmbraGroup e si occupa di progettazione, qualifica e produzione di sistemi elettronici ad alta tecnologia. Nel suo sito, tra i maggiori partner menzionati troviamo Rafael Advanced System e Elta, noti colossi militari israeliani. Nel 2025 Era ha pagato 20mila euro a Israele per acquisti di sistemi militari, mentre Secondo Mona, azienda aerospaziale di Varese, ha versato ai partner israeliani circa 10mila euro.
Aerei spia e droni sottomarini
Molte importazioni però non compaiono nelle relazioni ministeriali in quanto fanno parte di progetti governativi, approvati con decreti dal Ministero della Difesa, tra questi gli aerei spia e i droni sottomarini.
Elettronica (Elt Group), controllata al 35,4% da Benigni Srl, al 31,3% da Leonardo, e al 33,3% dalla francese Thales, collabora alla piattaforma Gulfstream G550, un progetto decennale nell’ambito del Memorandum Italia Israele, con l’azienda Israeliana Elta System Ltd. Elta è controllata al 100% da Israel Aerospace Industries (IAI), a sua volta di proprietà e sotto il controllo del governo israeliano.
Da anni quindi importiamo sensori elettromagnetici avanzati, radar e apparecchiature per la guerra elettronica e l’intelligence israeliani, da integrare negli aerei spia dell’Aeronautica militare italiana, affidando di fatto a Israele il controllo di dati e strumenti estremamente sensibili per la sicurezza nazionale. A giugno 2025 è stato approvato per un costo di 1,6 miliardi l’ultima tranche del progetto che va avanti dal 2016. L’azienda romana si occupa anche dell’integrazione di sistemi di contromisure a raggi infrarossi (Directional Infrared Countermeasures) a bordo di elicotteri e aerei da trasporto militari, co-prodotti con Elbit Systems.

Anche la Marina italiana nell’ambito della collaborazione fra Italia e Israele, a marzo 2024 ha acquistato 3 droni sottomarini Blue Whale di Elta System. Questi droni sono già in servizio nella Marina di Tel Aviv e hanno partecipato a esercitazioni NATO. Le altre aziende italiane coinvolte nel progetto Blue Whale, sono FAAM (per la fornitura di accumulatori di ioni di litio), Cabi Cattaneo (per lo sviluppo delle sistemazioni per l’integrazione del veicolo con le piattaforme sottomarine e navali), ICS Technologies (per l’integrazione della suite sonar), BATS Italia (per il supporto logistico).
È chiaro come la corsa al riarmo europeo stia contribuendo a far radicare le industrie belliche israeliane nei sistemi di difesa dei Paesi membri, rendendo l’Italia e gli altri governi sempre più dipendenti e ricattabili da uno Stato genocida, al quale non si impongono sanzioni né embargo.

Linda Maggiori
Giornalista indipendente, si occupa di temi relativi ad ambiente, traffico di armi, impatto ambientale dell’economia di guerra. Ha scritto numerosi libri. È attivista nei movimenti per l’ambiente, per i diritti umani e antimilitaristi.