Ankara, la Nato e la deterrenza nucleare

Dal blog https://sbilanciamoci.info

Francesco Vignarca 7 Luglio 2026

Al vertice di Ankara si parlerà di aumento della spesa e non si toccherà, una volta di più, la questione della deterrenza (e di come questa non sia una garanzia)

La NATO si riunisce ad Ankara per il suo vertice annuale. Sappiamo già come l’incontro dei leader dei Paesi dell’Alleanza verrà raccontato dai media mainstream e dalla politica: la corsa dei governi europei ad annunciare nuovi incrementi di spesa militare per accontentare l’amministrazione Trump, l’abbuffata dei contratti miliardari che finiranno nei bilanci e nei profitti dell’industria bellica, e la solita caccia alle frizioni tra Washington e le capitali europee. Tutti temi reali, che però andrebbero visti sotto una prospettiva differente: ogni euro spostato dal welfare, dalla sanità, dalla cooperazione allo sviluppo verso i cacciabombardieri è una scelta politica fallace che rende tutti più poveri e insicuri.

Ma c’è una parte di questa storia che rischia, come sempre, di restare fuori dai titoli: la postura nucleare dell’Alleanza. Che viene sempre data per scontata (negli obiettivi e nei risultati) ma che, se approfondita, si mostra molto più pericolosa e di facciata di quanto i leader (politici e militari) vorrebbero raccontare. Non è una lettura dei soli movimenti per il disarmo: un fascicolo speciale appena pubblicato dalla rivista Defense & Security Analysis con contributi di alcuni tra i più autorevoli analisti di sicurezza nucleare (incluso un ex Sottosegretario alla Difesa USA) mette nero su bianco qualcosa che dovrebbe far riflettere chiunque continui a ripetere il mantra vuoto e mai dimostrato per cui “la deterrenza nucleare funziona”. La crisi nucleare più grave dalla fine della Guerra Fredda, quella dell’autunno 2022 in Ucraina, non è stata gestita né spiegata dalla teoria della deterrenza. È stata, nella migliore delle ipotesi, un azzardo di cui nessuno ha mai davvero controllato l’esito.

Un 50% di probabilità che nessuno voleva davvero calcolare

Nell’ottobre 2022, mentre l’esercito ucraino sfondava le linee russe attorno a Kherson, fonti dell’amministrazione americana stimavano che la probabilità di un uso nucleare russo fosse salita fino al 50%, o forse addirittura di più. Lo racconta con dovizia di dettagli Colin Kahl, all’epoca sottosegretario per le politiche militari (in pratica il “numero tre” del Pentagono) in uno dei saggi del fascicolo: di colpo le valutazioni si trovavano di fronte a un salto rispetto al 5-10% di possibile uso nucleare stimato solo poche settimane prima. Per gestire quel rischio Washington attivò canali militari diretti con Mosca, dispiegò rilevatori di radiazioni in Ucraina e fece sapere che una risposta a un eventuale attacco nucleare russo sarebbe stata devastante ma convenzionale, non nucleare.

Kühn, curatore del volume, è onesto fino in fondo: non esiste, ad oggi, alcuna prova pubblica che la Russia avesse davvero intenzione di usare armi nucleari. Sappiamo solo che i governi occidentali “credevano” fosse possibile. È un dettaglio che cambia tutto: la narrazione comune per cui “la deterrenza ha tenuto” si fonda su un evento la cui reale probabilità nessuno può ancora verificare. Non è un successo dimostrato. È, nella migliore delle letture, un disastro scampato per ragioni che restano ancora largamente oscure.

La retorica nucleare come arma di ricatto, non come dottrina coerente

Uno dei contributi più interessanti del fascicolo, firmato da George Perkovich del Carnegie Endowment, analizza poi i tre discorsi con cui Putin evocò l’opzione nucleare nell’autunno 2022. La conclusione è che non vanno trattati come un blocco unico: il discorso del 21 settembre conteneva la minaccia più esplicita dell’intera guerra; quello del 30 settembre, pur letto come minaccioso, virava in realtà verso un’accusa storica contro gli Stati Uniti; quello del 27 ottobre configurava già un passo indietro. Per Perkovich, Putin non passò all’azione perché, dopo il ritiro da Kherson, non ne aveva più bisogno in termini tattici per la sua guerra, non certo perché la deterrenza occidentale lo avesse “fermato” in senso stretto.

È esattamente il punto che ripetiamo da anni nelle nostre campagne: la minaccia nucleare è, troppo spesso, un segnale politico e negoziale più che l’annuncio di un piano operativo. Continuare a leggerla come prova che “senza armi nucleari saremmo stati invasi” significa fare l’errore analitico opposto a quello che dovremmo temere: prendere sul serio il bluff, invece di smontarlo.

Addio alla favola dell’”escalate to de-escalate”

C’è poi un contributo che smonta direttamente uno degli argomenti più usati nei dibattiti europei sulla modernizzazione nucleare: la tesi secondo cui la dottrina russa prevederebbe una bassa soglia verso l’uso di testate nucleari in caso di difficoltà sul campo di battaglia: la cosiddetta teoria “escalate to de-escalate”. Kristin Ven Bruusgaard, tra le massime specialiste di dottrina nucleare russa, dimostra che i fatti del 2022 smentiscono proprio questa tesi: la Russia ha incassato sconfitte convenzionali pesanti (Kharkiv, Kherson, solo per citarne alcune) senza mai avvicinarsi concretamente a un possibile utilizzo di armamento nucleare. Alla prova dei fatti non regge né la tesi della “disperazione” né quella della “soglia bassa” di accesso all’arsenale.

Perché è rilevante nel contesto del vertice NATO di Ankara di questi giorno? Perché è esattamente l’argomento (“dobbiamo poter rispondere pesantemente e in maniera estesa alla minaccia nucleare russa”) che alimenta da anni le richieste di nuove basi, nuovi sistemi a doppia capacità, nuove intese di condivisione nucleare in Europa. E su cui si fonda il continuo aumento degli investimenti nucleari di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia (senza contare le sirene di chi vorrebbe dotare altri Paesi dell’atomica…). Se la premessa teorica e di dottrina militare è sbagliata, lo è anche la conclusione politica che se ne trae (con il conseguente spreco di risorse)

Chi ha gestito davvero quella crisi dice: mai più

Lo stesso Kahl, che quella crisi l’ha gestita da dentro il Pentagono, chiude il suo saggio con una frase che meriterebbe di essere scritta sui documenti di ogni summit NATO: finché esisteranno armi nucleari, ogni guerra tra grandi potenze porterà con sé l’ombra della catastrofe, e prevenire quelle guerre resta il primo dovere collettivo. Non lo dice un pacifista. Lo dice chi doveva calcolare, in tempo reale, come rispondere a un possibile attacco nucleare russo.

E il saggio conclusivo del fascicolo, firmato da Janice Gross Stein, allarga lo sguardo oltre l’Ucraina, includendo anche il confronto Iran-Israele/Stati Uniti, arrivando a una conclusione che vale la pena riportare quasi per intero: in nessuno dei due casi le armi nucleari (nemmeno con capacità di cosiddetto “secondo colpo”) hanno impedito attacchi limitati sul territorio delle potenze nucleari. Inoltre nessuna di queste potenze attaccate ha minacciato ritorsione nucleare: in pratica il calcolo strategico nucleare non ha pesato in alcun modo nelle decisioni dei leader coinvolti. La teoria della deterrenza della Guerra Fredda, scrive Stein, non si applica bene a questi contesti. E aggiunge che inseguire l’idea di una estensione verticale (più testate e più potenza) od orizzontale (più paesi con arsenali) della “bomba” può invece attirare proprio gli attacchi che dovrebbe scongiurare.

I numeri che smontano la narrazione “interessata” della sicurezza militare nucleare

A questo si aggiungono i dati elaborati e diffusi dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons che sono stati recentemente tradotti in italiano dalla Rete Pace Disarmo: Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno speso un totale di 89,5 miliardi di dollari nel 2025 per i loro arsenali nucleari, contro i 9,5 miliardi della Russia. In pratica: dieci volte tanto. Se la spesa nucleare producesse davvero sicurezza, la NATO dovrebbe sentirsi la più sicura alleanza della storia. Nei fatti non lo è, al contrario la percezione (quantomeno raccontata) di minaccia da parte la Russia non è mai stata così alta nei discorsi ufficiali dell’Alleanza e dei suoi leader. Il che significa una cosa sola: non è la quantità di armi nucleari a determinare la sicurezza percepita, ed è ora di dirlo apertamente anche nei nostri Parlamenti.

A questo quadro si aggiunge la recente decisione della Finlandia di aprire alla presenza di armi nucleari sul proprio territorio, a ridosso di uno dei principali bacini dei sottomarini nucleari russi. Una scelta che riassume bene il panico acritico e pericoloso che sta attanagliando alcuni governi dell’Alleanza: invece di riflettere sull’impatto strategico dell’escalation, si risponde aumentando ulteriormente la posta, senza mai discutere alternative.

Come ha detto con chiarezza il premier spagnolo Pedro Sánchez alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza: un sistema che per funzionare richiede zero errori e correzioni costanti per evitare la distruzione totale non è una garanzia. È una scommessa molto molto pericolosa.

Cosa dovrebbe emergere invece da Ankara

Sarebbe positivo, ma è poco plausibile, che il vertice NATO di Ankara non si chiudesse, come sempre, con il solito rituale sulla spesa militare da aumentare e sulla “deterrenza credibile”. La NATO continua a definirsi un’alleanza nucleare (lo esplicita retoricamente solo da pochi anni, perché gli arsenali sono dei Paesi membri e non dell’Alleanza, ma continua a non esserlo nella sostanza dei Trattati che gli Stati aderenti hanno sottoscritto) e questa formula serve soprattutto a tenere in riga quei governi che avrebbero, se lasciati liberi di ragionare e di allinearsi alla posizione dei propri cittadini, più di un dubbio sulle armi nucleari.

Tutti i membri della NATO, nucleari e non, restano legalmente vincolati dagli obblighi di disarmo del Trattato di Non Proliferazione. La recente Conferenza di revisione del TNP ha mostrato con chiarezza quanto quegli obblighi vengano quotidianamente traditi: modernizzazione degli arsenali da parte delle potenze nucleari, ospitalità di armi straniere sul proprio territorio, aperture a nuove forme di cooperazione nucleare da parte di Stati che finora ne erano rimasti fuori. Ogni passo in questa direzione indebolisce il Trattato e la sua logica di fondo, che prevederebbe anche percorsi di disarmo globale.

La dottrina di deterrenza nucleare della NATO si fonda sull’esistenza stessa del rischio nucleare come strumento politico. Ma se il rischio nucleare è esso stesso il problema (e gli studi che abbiamo citato lo confermano ancora una volta, con elementi e dati concreti) allora eliminarlo è una responsabilità di tutti gli Stati, non un lusso ideologico di chi non possiede la bomba.

I dibattiti, le decisioni, le dichiarazioni provenienti da Ankara andrebbero dunque raccontate anche in questo senso: non solo come vetrina di nuovi contratti per l’industria delle armi, ma come l’ennesima occasione mancata per riconoscere che le armi nucleari non ci rendono più sicuri… ci rendono solo un bersaglio aumentando il rischio di una guerra che devasterebbe tutti, vincitori e vinti.

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