A proposito di “EGEMONIA”

appunti di un modesto osservatore

Da una email di un amico sindacalista

15/07/2026

Vi è un equivoco, oggi molto diffuso, che rivela non soltanto povertà politica, ma anche una
ignoranza teorica : credere che l’egemonia culturale consista nell’occupazione degli
apparati, nella sostituzione dei dirigenti, nella nomina di “propri” intellettuali nei luoghi chiave
della produzione simbolica.
È un errore grossolano: l’egemonia non è il risultato meccanico del potere politico, ma la sua
precondizione.

Non si governa per stabilire un’egemonia: si è legittimati a governare – in senso storico-politico
e non solo in termini elettorali – nella misura in cui un’egemonia è già stata conquistata.

Una forza politica può vincere le elezioni, controllare ministeri, nominare presidenti di fondazioni, dirigenti televisivi, membri di consigli d’amministrazione, direttori di musei
o di enti culturali.

Ma tutto questo non basta a produrre egemonia : può al massimo trasformare
una forza politica in ceto di governo, non in autentica classe dirigente.
Essa può disporre di una maggioranza parlamentare, magari favorita da meccanismi elettorali
distorsivi, ma restare priva di quella direzione morale e intellettuale che sola fonda una vera
egemonia.
Qui bisogna tornare a Gramsci, non per citarlo come un feticcio, una figurina,ma per
comprenderne il significato profondo, al di là degli scimmiottamenti opportunistici.
In Gramsci, l’egemonia non coincide con il dominio.
Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati;
è dirigente quando riesce invece a orientare, convincere, attrarre, costruire consenso.
“ «una classe già prima di andare al potere può essere “dirigente” (e deve esserlo): quando è al potere diventa dominante, ma continua ad essere anche “dirigente”».


In altri termini, il potere non sostituisce l’egemonia: la presuppone e deve continuare ad alimentarla. La classe dirigente esercita il proprio ruolo
mediante l’egemonia, mentre quella dominante si impone mediante coercizione e forza, che può anche essere solo il frutto di un perverso meccanismo elettorale (come potrebbe succedere con una riforma che conferisca un cospicuo premio di maggioranza al partito che
supera una certa soglia).

Pertanto, continua Gramsci, «Ci può e ci deve essere una “egemonia politica” anche prima della andata al Governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica»”

Dunque l’egemonia viene prima del potere, non dopo, e questo è legittimato se questa egemonia
la si sa mantenere, evitando di diventare solo espressione di una forza politica dominante. Una
forza che giunga a governare può produrre occupazione, clientela,intimidazione, riequilibrio
spartitorio, risarcimento simbolico per i propri esclusi.
Ma l’egemonia è un’altra cosa: è capacità di direzione morale e intellettuale, capacità di rendere
il proprio linguaggio spontaneamente condiviso, di far apparire naturale una certa visione del
mondo, di attrarre energie anche oltre il proprio campo politico immediato.


È proprio ciò che gli attuali apprendisti stregoni dell’egemonia non comprendono.
Essi vedono nella conquista del governo lo strumento per stabilire una nuova egemonia e così
conquistare la cultura; scambiano la nomina per il prestigio, la presenza mediatica per
l’autorevolezza,l’occupazione degli spazi per la produzione di pensiero.
Ma una cultura non diventa egemone perché un ministro la proclama tale, né perché una
maggioranza parlamentare decide di promuoverla.
Diventa egemone quando riesce a generare categorie interpretative, parole,immagini, simboli,
sensibilità, stili di vita, forme di riconoscimento collettivo.
L’egemonia non è ciò che si impone: è ciò che finisce per essere respirato.
L’esempio più evidente, nella storia italiana, è proprio la tanto vituperata “egemonia culturale della sinistra”, a forte centralità comunista.

Essa fu più forte proprio quando il Pci era all’opposizione,non perché disponeva di strumenti diretti di governo. Esso non ha conquistato un ruolo culturale perché controllava lo Stato; al contrario, pur escluso stabilmente dal governo nazionale, seppe costruire nel dopoguerra una rete di case editrici, riviste, scuole di partito, sezioni, cooperative,amministrazioni locali, circoli culturali, sindacati, università popolari, cineforum, festival, giornali, intellettuali organici e intellettuali indipendenti.


Non era soltanto una macchina di propaganda: era un mondo, una narrazione efficace e attraente, in grado di offrire interpretazioni della storia, della letteratura, del lavoro, della giustizia sociale, dell’antifascismo, del rapporto tra cultura alta e cultura popolare.
La sua forza non derivava dal controllo amministrativo degli apparati statali.
Veniva dalla capacità di far sentire una parte significativa del Paese dentro una narrazione storica dotata di senso: Resistenza, Costituzione, emancipazione delle classi popolari, centralità del lavoro, istruzione come riscatto, cultura come elevazione collettiva.


La Chiesa cattolica è stata egemone non soltanto quando ha esercitato potere temporale, ma quando ha plasmato il senso comune, il calendario, la morale familiare, la lingua dei riti, la percezione della colpa e della salvezza.
Appunto questa cornice complessiva, questo mondo articolato e comprensivo, è oggi ciò che
manca alle forze di “sinistra”, spesso una “destra” non dichiarata,che pensano di sostituirla solo con una sorta di leaderismo cosmetico.
L’attuale destra italiana, invece, pare intendere l’egemonia come mera rivalsa.
Il ragionamento : poiché per decenni la sinistra ha occupato la cultura, ora tocca a noi conquistare gli stessi luoghi.

Così si riduce la cosiddetta “egemonia culturale della sinistra” a una semplice “egemonia di potere”, mostrando di non comprenderne l’autentica natura: si finisce per pensare che basti mettere le mani sulle leve del comando per stabilire un’egemonia di segno contrario: la cultura pensata come territorio da liberare occupandolo, non come campo da fecondare con idee migliori.
L’egemonia,non è frutto di una tecnica di conquista degli apparati, ma una forma
superiore di autorevolezza storica. È il momento in cui una visione del mondo riesce a
presentarsi non come interesse particolare, ma come risposta generale ai problemi di una
società.
Il Pci del dopoguerra, al netto di tutti i suoi limiti, seppe farlo: seppe parlare di lavoro,
alfabetizzazione, emancipazione, dignità popolare, antifascismo, questione meridionale, modernizzazione.
L’attuale destra, invece, sembra parlare soprattutto della propria esclusione passata, del proprio desiderio di rivincita, della necessità di “riequilibrare” i luoghi del prestigio. Ma l’egemonia vera non nasce dal risentimento; non è il lamento di chi dice “ora tocca a noi”.


Può vincere elezioni, può nominare presidenti, può controllare palinsesti, può sostituire classi dirigenti. Per diventarlo dovrebbe produrre una nuova idea di Paese, una nuova pedagogia civile, una nuova lingua comune, una nuova sintesi tra popolo e istituzioni, tra memoria e futuro, tra identità e complessità.

Dovrebbe attrarre intelligenze non per fedeltà politica, ma per forza intellettuale. Non sembra sia così ,anzi….. è lottizzazione tardiva.

È amministrazione rancorosa del sottoscala simbolico. È il tentativo di compensare con le nomine ciò che non si riesce a produrre con la forza delle idee.
La verità, più semplice e più crudele, è un’altra: la destra un’egemonia culturale l’ha già
avuta, e in larga misura continua ad averla suo malgrado.
È nata molto più in alto e molto più in profondità: nel neoliberismo di Reagan e
Thatcher, nella grande controffensiva occidentale contro lo Stato sociale, i sindacati, la
redistribuzione, il compromesso socialdemocratico, l’idea stessa che la società possa
correggere democraticamente il mercato.
Quella sì è stata egemonia. Non perché abbia occupato qualche istituto culturale, ma
perché ha cambiato il senso comune.
Ha trasformato il lavoratore in “capitale umano”, il cittadino in contribuente, il povero in colpevole della propria inefficienza, il ricco in modello morale, la fiscalità in esproprio, la solidarietà in assistenzialismo, il sindacato in corporazione parassitaria, il welfare in spreco, il mercato in natura.

Ha persuaso intere società che non esistano alternative, che la competizione sia la forma adulta della vita, che la diseguaglianza sia il prezzo inevitabile della libertà, che il pubblico sia lento e corrotto mentre il privato sarebbe sempre efficiente e virtuoso.

l trionfo neoliberale non ha avuto bisogno di un romanzo nazionale, di una mitologia guerriera, di una nuova epica identitaria.
Ha avuto bisogno di un vocabolario fatto di merito, efficienza, flessibilità, responsabilità individuale, modernizzazione, concorrenza, libertà d’impresa, taglio delle tasse, riforme strutturali,piloti automatici.

Parole apparentemente neutre,tecniche, ragionevoli; in realtà, parole cariche di una visione del mondo. E quando una visione del mondo riesce a travestirsi da buon senso, ha già conquistato l’egemonia.
Il rapporto tra questa egemonia neo liberale e quella identitaria non è di opposizione, ma
di divisione del lavoro.
La prima governa il reale; la seconda amministra il risentimento.


La prima organizza economia, lavoro, fiscalità, welfare, impresa, merito, Stato;
la seconda offre bandiere, miti e simboli a quegli ambienti inquieti che avvertono il disagio
prodotto dalla finanziarizzazione del mondo, ma non devono mai arrivare a individuarne
le cause materiali.
La cultura identitaria non è inutile: è utile proprio perché non incide.
Non tocca la proprietà, non rafforza il lavoro, non redistribuisce ricchezza, non limita il
potere del capitale. Offre invece una compensazione immaginaria: radici al posto dei
diritti, appartenenza al posto dell’eguaglianza, nemici culturali al posto dei conflitti sociali.


Così chi è ferito dal mercato viene invitato a prendersela con il migrante, con il
femminismo, con il politicamente corretto, con l’Europa, con l’antifascismo, con
l’intellettuale progressista; non con il datore di lavoro, il rentier, il monopolista, l’evasore, il
capitale finanziario.
Quando il mercato disgrega,l’identità consola. Quando la competizione produce solitudine, la nazione promette appartenenza.
Quando la precarietà genera paura, il nemico esterno viene offerto come spiegazione.
Il capolavoro egemonico, tuttavia, non è consistito nel tenere la destra identitaria al suo
posto.
È consistito nel colonizzare il linguaggio della sinistra.
Qui si produce una curiosa inversione storica: la sinistra che, quando era all’opposizione, aveva effettivamente esercitato una robusta egemonia culturale — giornali, case editrici, università, cinema,teatro, associazionismo, sindacato, riviste, intellettuali — è stata poi la più permeabile all’egemonia neo liberale.

Le parole che un tempo avrebbe contestato sono diventate il suo lessico di governo: mercato, modernizzazione, competitività, privatizzazioni, compatibilità, riforme strutturali, flessibilità,
responsabilità fiscale. In Italia, non di rado, le grandi trasformazioni neo liberali sono passate attraverso culture politiche che continuavano a pensarsi progressiste.

Le privatizzazioni, la subordinazione del pubblico alla logica dell’efficienza aziendale,
l’idea che il vincolo esterno potesse sostituire il conflitto democratico, la trasformazione della “riforma” in arretramento sociale: tutto questo non è stato imposto soltanto dalla destra. È stato spesso amministrato, giustificato e nobilitato dalla sinistra di governo.


Ed è qui che la vittoria egemonica diventa quasi perfetta: quando l’avversario non viene sconfitto frontalmente, ma indotto a farsi portatore della tua lingua.
La vera battaglia, allora, non è tra egemonia culturale di sinistra ed egemonia culturale di
destra, come se fossimo ancora nel Novecento dei partiti, delle riviste e delle case editrici
militanti.
La battaglia è tra chi accetta l’egemonia neo liberale come orizzonte naturale e chi prova a rimetterla in discussione.
Il resto è teatro: talvolta rumoroso, talvolta grottesco,talvolta inquietante, ma pur sempre necessario


al potere, perché consente di recitare la rivolta senza toccare il comando.

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