Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito

Dal blog https://www.terzogiornale.it

15 Luglio 2026 Marco Santopadre

La feroce guerra civile scatenata in Myanmar dall’ennesimo colpo di Stato militare è ormai il conflitto più letale in corso in Asia, avendo superato – secondo le stime – i centomila morti. Ad affermarlo, in un rapporto diffuso il primo luglio, è stato l’Acled (Armed Conflict Location & Event Data), una delle principali organizzazioni internazionali che monitorano l’andamento delle guerre nel mondo.

Sono passati più di cinque anni da quando, nel febbraio del 2021, l’esercito si era sollevato contro il governo eletto democraticamente, con l’accusa di brogli elettorali, e continuano i combattimenti tra le forze armate e alcuni tra le centinaia di gruppi armati – secondo l’Acled quelli attivi sarebbero addirittura 1200 – che rappresentano soprattutto consistenti minoranze etniche in lotta da decenni per l’autonomia o l’indipendenza, e che hanno siglato un patto di collaborazione con le Forze di difesa popolari, fedeli al cosiddetto “governo di unità nazionale” in esilio, e altre organizzazioni dell’opposizione.

Prima dell’inizio della guerra civile, sembrava che il Paese fosse avviato sulla strada dello sviluppo e della modernizzazione. Dopo l’allentamento della morsa militare, nel 2011, l’economia era cresciuta in media del 6% l’anno, e la povertà si era dimezzata, scendendo nel 2017 al 25%.

Lo sviluppo economico e la crescita degli investimenti stranieri erano stati accompagnati dalla vittoria della Lega nazionale per la democrazia del premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, prima nel 2015 e in misura più netta nel 2020. Il 1° febbraio 2021, però, i generali hanno esautorato e arrestato il governo, scatenando la violenta reazione di alcune frange dell’opposizione, che hanno deciso di prendere le armi contro il regime.

Secondo l’Acled, il 71% delle vittime civili sarebbero state uccise dalle forze fedeli al generale Min Aung Hlaing. L’esercito ha fatto spesso ricorso, oltre che alle esecuzioni extragiudiziali e agli omicidi politici, ai bombardamenti contro le comunità che solidarizzano o, quantomeno, tollerano le forze ribelli, colpendo ripetutamente mercati, monasteri, campi profughi, scuole, ospedali, edifici pubblici e residenziali.

I militari hanno anche incendiato villaggi e centri abitati, distruggendo decine di migliaia di case. Il procuratore della Corte penale internazionale ha chiesto un mandato di arresto internazionale per Min Aung Hlaing, denunciandone i crimini contro l’umanità. Anche alcune delle fazioni ribelli armate vengono accusate, dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, di avere fatto ricorso a una violenza indiscriminata contro i civili.

La cruenta guerra civile ha causato il tracollo dell’economia, con il Pil che, nel 2021, è calato del 18%, e non è finora riuscito a raggiungere i livelli precedenti al golpe. Il tasso di povertà è schizzato al 50%, mentre nel 2025 l’inflazione ha superato il 30%.

La crisi economica e i combattimenti hanno causato un aumento esponenziale dell’insicurezza alimentare, che secondo l’Onu interessa più di quindici milioni di persone, un terzo della popolazione totale.

Circa 3,7 milioni di abitanti, poi, hanno dovuto abbandonare le proprie case, trasformandosi in sfollati interni, mentre altri milioni hanno cercato protezione nei Paesi vicini – soprattutto in Thailandia –, da dove però spesso vengono deportati o rinchiusi in campi profughi in condizioni disumane.

In numerose regioni, ospedali, impianti industriali, strade e infrastrutture di vario tipo sono stati gravemente danneggiati. Il controllo del regime si estende a macchia di leopardo, e il vuoto di potere ha provocato una proliferazione delle attività illegali e della criminalità.

Nel 2023, il Myanmar ha superato l’Afghanistan, diventando il più grande produttore mondiale di oppio, e ha rapidamente scalato le classifiche dei Paesi produttori di metanfetamina. La situazione è così grave – nel marzo del 2025, si è aggiunto anche un devastante terremoto – che numerosi osservatori considerano ormai l’antica Birmania uno Stato fallito e fortemente frammentato.

A lungo, la giunta ha subìto l’iniziativa militare dei ribelli, uniti in un’alleanza di eserciti etnici e milizie volontarie che, nel 2023 e nel 2024, anche grazie al sostegno della Repubblica popolare cinese, ha inferto numerose sconfitte ai militari, arrivando a conquistare metà del Paese, compresa la città settentrionale di Lashio, e spingendosi fino alle porte di Mandalay, la seconda città del Paese.

Poi, in soccorso del regime, sono arrivate Mosca e Minsk. Se la Bielorussia ha fornito alle forze armate tecnologie radar avanzate e sistemi missilistici, dalla Russia sono arrivati degli strategici elicotteri da trasporto e da bombardamento, che hanno permesso ai militari di aumentare il proprio raggio di azione. Rinvigorita dalle nuove dotazioni militari e dal rinnovo degli aiuti finanziari cinesi, la giunta è passata all’offensiva, riconquistando Lashio e la strategica autostrada per la Cina.

Negli ultimi mesi, la situazione militare sembra essersi di nuovo volta a vantaggio della giunta, anche grazie ad alcuni accordi di cessate il fuoco promossi da Pechino – che è pragmaticamente tornata a sostenere la giunta –, con alcune delle principali organizzazioni etniche ribelli, come l’Esercito dell’alleanza democratica nazionale del Myanmar e l’Esercito di liberazione nazionale Ta’ang. Per rimpolpare l’esercito, indebolito da sconfitte e diserzioni, il regime ha imposto la coscrizione obbligatoria per arruolare cinquantamila giovani, spesso individuati tra gli studenti e i lavoratori ritenuti scarsamente solidali con i golpisti.

Il nuovo capo militare, Ye Win Oo, insediatosi a marzo, dopo che il suo predecessore aveva assunto la carica di presidente, ha inaugurato recentemente un’aggressiva campagna militare volta a riconquistare alcune strategiche regioni di confine.

La strategia è quella di riprendere il controllo delle principali vie di comunicazione e commerciali del Myanmar. L’esercito sta cercando di penetrare più a fondo nello Stato di Kachin settentrionale, con l’obiettivo di riconquistare le zone minerarie lungo il confine con la Cina, che producono circa la metà delle terre rare attualmente estratte al mondo.

Contemporaneamente, le forze armate hanno lanciato un’offensiva nello Stato di Chin, al confine con l’India, e stanno cercando di prendere il controllo dell’autostrada Myawaddy-Kawkareik, vicino alla Thailandia, un’importante via commerciale attorno alla quale infuriano i combattimenti da quando la Unione nazionale Karen ha preso il controllo della città di confine di Myawaddy, nel 2024.

All’inizio di quest’anno, il capo del regime, Min Aung Hlaing, ha organizzato delle elezioni farsa facendosi eleggere, insieme con altri ex esponenti della giunta militare, capo di un “governo civile”, che sta suscitando una certa benevolenza da parte di Washington. Se gli Stati Uniti hanno a lungo rappresentato il principale sostegno alle opposizioni politiche e civili, nel luglio del 2025, il Dipartimento del Tesoro ha revocato le sanzioni contro varie società e individui legati all’esercito birmano.

Qualche mese dopo, poi, il Dipartimento per la Sicurezza interna ha dichiarato il Myanmar “Paese sicuro”, ritirando lo status di protezione accordato precedentemente a quattromila cittadini birmani. Per tentare di ridurre il relativo isolamento internazionale, il regime ha trasferito l’ex leader Aung San Suu Kyi dal carcere agli arresti domiciliari, in un luogo segreto, e ridotto di alcuni anni la condanna a trentatré anni di reclusione inferta alla donna, ormai 81enne. Da settimane, il figlio e varie organizzazioni internazionali chiedono al regime prove certe che l’ex consigliera di Stato sia ancora in vita.


La continuazione e l’esito del conflitto dipenderanno soprattutto dalle decisioni di Pechino, che per ora tiene “il piede in due scarpe”, in attesa di capire chi potrà garantire una situazione di stabilità e la soddisfazione dei propri interessi economici – avendo la Cina investito nel Paese miliardi di dollari in miniere, oleodotti, gasdotti e altre infrastrutture.

Secondo alcuni funzionari governativi, citati da Reuters, il governo golpista intende rilanciare la costruzione della contestata diga di Myitsone, nello Stato Kachin, un progetto da 3,6 miliardi di dollari, finanziato dalla Cina e sospeso nel 2011, dopo ampie proteste popolari che ne denunciavano l’enorme impatto ambientale e sulle comunità kachin.

L’impianto sorgerebbe alla confluenza dei fiumi Mali e N’Mai, che da quel punto formano l’Irrawaddy, il principale fiume del Myanmar. Con una capacità di sei gigawatt, la struttura diventerebbe una delle maggiori centrali idroelettriche del Sud-est asiatico; circa il 90% dell’energia prodotta, però, verrebbe esportata in Cina.

Marco Santopadre

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