Dal blog krisis.info
di Andrea Pincin 22 luglio 26
Con quasi metà della forza lavoro in agricoltura, New Delhi non può riformare il settore primario solo con la logica di mercato.
«Dwarahat in Kumaon», dipinto da Marianne North nel 1878. Wikimedia Commons. Licenza: Public Domain.
Il sistema agricolo indiano è costoso e inefficiente, ma garantisce reddito e sicurezza a centinaia di milioni di persone. Di fronte alle pressioni internazionali per liberalizzare il settore, New Delhi cerca una terza via, capace di conciliare modernizzazione, stabilità sociale e autonomia geopolitica. In questa sfida, i BRICS possono diventare un laboratorio di modelli alternativi di sviluppo.
IN BREVE
Gigante agricolo. In India l’agricoltura genera il 16% del PIL e impiega oltre il 40% degli occupati. Le aree rurali sono il fondamento vitale per milioni di persone.
Sicurezza e welfare. Lo Stato sostiene il settore con prezzi minimi e acquisti pubblici, sfamando 800 milioni di persone. Un sistema costoso, ma vitale e strategico.
Pressioni occidentali. FMI e Banca Mondiale spingono per deregolamentare il mercato agricolo indiano, ma ciò esporrebbe milioni di famiglie alla volatilità dei prezzi.
Laboratorio BRICS. Per l’India modernizzare non significa per forza deregolamentare. Serve un dirigismo pubblico che unisca efficienza, protezione e sovranità.
Geopolitica del cibo. Il futuro indiano si decide anche nelle campagne. Le proteste nel Punjab ricordano che chi controlla il cibo governa la sovranità nazionale.
Le proteste degli agricoltori stanno infiammando di nuovo il subcontinente indiano. Il 15 luglio, i contadini del Punjab hanno marciato su moto e motorini «protestando contro la proposta di accordo commerciale tra India e Stati Uniti». I dimostranti accusano il governo di «ignorare le preoccupazioni riguardanti il settore primario, le politiche di uso del suolo e la vita negli spazi rurali».
Le proteste si sono accese neanche un mese dopo la chiusura della sedicesima riunione dei ministri dell’Agricoltura dei BRICS, che si è tenuta a Indore il 12 e il 13 giugno. Una coincidenza che mostra come la centralità del settore primario e agroalimentare sia una delle principali responsabilità di New Delhi.
Peso sociale di un gigante
Al contrario dell’Occidente, in India l’economia rurale riveste ancora un ruolo centrale. Mentre in Europa e Stati Uniti il settore rappresenta una minima parte del PIL (meno del 2% nell’UE e meno dell’1% negli USA), in India l’agricoltura incide per poco più del 16%.
Il peso sociale dell’agricoltura indiana dipende soprattutto dal dato occupazionale: se in UE solo il 2% della popolazione è impiegata nel settore primario, in India la percentuale sale tra il 42% e il 45%.
Le aree rurali indiane non sono dunque un comparto residuale da rendere semplicemente più efficiente. Sono la base materiale dalla quale dipendono centinaia di milioni di persone nello Stato più popoloso del mondo. Nelle campagne indiane vive il 65% della popolazione, che contribuisce al 55% dei consumi nazionali e rappresenta il 46% del PIL.
L’agricoltura è quindi un fattore decisivo per la politica interna di New Delhi. Eppure, nonostante questi numeri impressionanti, viene spesso indicata come «un gigante dai piedi d’argilla».
Sistema costoso ma essenziale
L’architettura del settore primario indiano poggia su tre strumenti: i mercati regolamentati (APMC), i prezzi minimi di sostegno e la distribuzione pubblica degli alimenti.
Gli Agricultural Produce Market Committees sono i mercati fisici all’ingrosso nei quali gli agricoltori vendono la produzione a trader e trasformatori autorizzati. Un passaggio non obbligatorio, che tuttavia rappresenta uno strumento di tutela.
Lo Stato indiano fissa anche prezzi minimi garantiti per 22 colture di interesse strategico. Queste tariffe costituiscono un riferimento per il mercato, APMC compresi, e diventano vincolanti quando ad acquistare sono le agenzie pubbliche, prima fra tutte la Food Corporation of India.
Attraverso gli acquisti di Stato, New Delhi persegue simultaneamente tre obiettivi di sicurezza nazionale: tutela centinaia di milioni di piccoli contadini dal collasso dei prezzi; alimenta le riserve strategiche e si assicura il volume fisico di cereali necessario a sfamare la metà più povera della popolazione attraverso la pubblica distribuzione delle derrate alimentari.
Il risultato è «il più grande programma al mondo di welfare alimentare che distribuisce a 800 milioni di indiani riso e grano gratuitamente». Una manovra che costa al governo 24,7 miliardi di dollari all’anno. Le riserve pubbliche consentono inoltre al governo di intervenire in caso di carestie, cattivi raccolti, choc climatici o rapido aumento dei prezzi internazionali. Lo Stato sovvenziona inoltre i fertilizzanti e il consumo dell’acqua, due fattori essenziali per mantenere le rese dei raccolti.
Il sistema indiano è dunque costoso e presenta varie inefficienze, ma svolge funzioni economiche, sociali e strategiche fondamentali per la tenuta del Paese. In altre parole, quello indiano non è soltanto un mercato agricolo. È una struttura di sicurezza nazionale nella quale produzione, welfare e stabilità politica risultano inseparabili.
Pressioni internazionali
Il sistema è burocratico, diseguale e non sempre efficiente. Ma riformarlo è tutt’altro che facile. Per farlo, occorre intervenire sull’equilibrio di un Paese dove oltre quattro occupati su dieci dipendono ancora dall’agricoltura e dove ogni tentativo di riforma incontra resistenze e mobilitazioni di piazza.
Da oltre 30 anni la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e diversi think tank occidentali raccomandano una maggiore apertura dell’agricoltura indiana. Nel 1991, la Banca Mondiale pubblicò un documento intitolato «Liberalizzazione dell’agricoltura indiana. Un’agenda per le riforme», che proponeva una serie di passi per deregolamentare il settore. Nel 2008 tornò sull’argomento con il report «India: portare l’agricoltura sul mercato», per promuovere «la completa deregolamentazione del sistema commerciale agricolo» e l’apertura agli investimenti privati esteri.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i «prezzi minimi garantiti potrebbero distorcere le decisioni di produzione degli agricoltori, alimentare l’inflazione e aggravare l’onere fiscale». Il think tank Carnegie Endowment ha poi evidenziato come l’abrogazione delle riforme agrarie rappresenti una sconfitta per l’innovazione e la transizione strutturale del Paese verso il libero mercato. Infine, The Economist ha bollato il sistema dei mercati agricoli e dei prezzi minimi garantiti come un retaggio obsoleto che allontana gli investimenti privati.
Sebbene dettate da un’agenda che non mira certo a tutelare i contadini indiani, le critiche intercettano problemi reali. L’agricoltura indiana soffre per la frammentazione delle aziende, l’insufficienza delle infrastrutture, le perdite successive al raccolto, la debolezza della catena del freddo e l’accesso diseguale al credito. Ma tale diagnosi non porta necessariamente alla terapia ideale. Pur con accenti differenti, gli organismi finanziari internazionali e i think tank occidentali convergono verso una medesima impostazione di fondo: aprire l’agricoltura indiana ai mercati, agli investimenti privati e alla concorrenza internazionale.
Agricoltura al bivio
I funzionari internazionali non tengono però conto di un problema. In una società in cui centinaia di milioni di persone dipendono direttamente o indirettamente dalla terra, liberalizzare non significa soltanto modificare le regole commerciali. Significa redistribuire potere tra produttori, intermediari, Stato e grandi imprese, esponendo le famiglie rurali alla volatilità dei prezzi che può accelerare l’abbandono delle campagne.
Il nodo non è quindi se l’agricoltura indiana debba essere riformata, ma quale forma debba assumere tale riforma. L’India deve conciliare esigenze difficili da sovrapporre: proteggere i redditi rurali, contenere il costo fiscale del sistema pubblico, attirare investimenti e aumentare la produttività senza consegnare la sicurezza alimentare alla volatilità dei mercati internazionali.
New Delhi non affronta un dilemma inedito. L’esperienza europea mostra come la progressiva subordinazione della Politica agricola comune (PAC) dell’agricoltura alle logiche di mercato non ha risolto problemi strutturali quali la redditività delle aziende, il ricambio generazionale e la dipendenza dai sussidi. Oggi meno del 12% degli imprenditori agricoli europei ha meno di 40 anni e le proteste rurali ritornano ciclicamente in numerosi Stati membri.
Esistono però anche modelli alternativi. Il più significativo per l’India è quello introdotto dalla Federazione russa. Dopo la brusca liberalizzazione degli anni Novanta e la contrazione della produzione, agli inizi degli anni Duemila il Cremlino ha deciso di ricollocare l’agricoltura tra gli interessi strategici nazionali. Credito pubblico, politiche fondiarie, sostegno alla produzione e dottrine di sicurezza alimentare hanno per esempio trasformato la Federazione nel maggiore esportatore di grano al mondo.
Nessuno dei due modelli è direttamente applicabile all’India. Il confronto mostra però che le politiche agricole producono conseguenze che vanno ben oltre le rese dei raccolti e i prezzi delle derrate. Le scelte strategiche modificano la distribuzione della popolazione, la struttura della proprietà, la tenuta delle aree interne e il grado di autonomia dello Stato.
Laboratorio dei BRICS
Il vertice agricolo di Indore ha mostrato che, per i BRICS, il cibo è ormai parte della competizione per l’autonomia. Anche se il gruppo riunisce modelli differenti: la potenza cerealicola russa, l’agroindustria brasiliana, la pianificazione cinese, le necessità alimentari africane…
Per New Delhi, questa pluralità può diventare un laboratorio. L’obiettivo dell’India non deve essere sostituire una dipendenza con un’altra, ma ampliare le opzioni disponibili in materia di tecnologia, fertilizzanti, sementi, credito, stoccaggio e commercio. Modernizzare l‘agricoltura non significa necessariamente deregolamentare: la sfida consiste nel costruire una propria via. L’India non può certo propugnare un ritorno nostalgico all’autarchia o consegnare integralmente il settore primario ai mercati internazionali. È costretta a realizzare una forma di dirigismo pubblico capace di combinare efficienza, protezione sociale e ambientale, tutela degli investimenti e sovranità alimentare.
Perché il futuro dell’India non si gioca soltanto nelle metropoli digitali di Bangalore, Mumbai o Hyderabad. Si gioca anche nei silos, nelle risaie, nei campi di grano, nei sistemi irrigui, nelle infrastrutture a servizio delle aree interne e nelle reti pubbliche di distribuzione. L’India del XXI secolo sarà insomma definita anche dalla capacità di mantenere viva, produttiva e strategica la propria ruralità.
Lo dicono a gran voce gli agricoltori del Punjab, di nuovo in rivolta per difendere un settore che non è solo una filiera economica. In India come nel resto del mondo, chi controlla il cibo governa la sovranità nazionale.
Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale
Andrea Pincin Dottore forestale, è responsabile del Centro servizi per le foreste e le attività della montagna (CeSFAM) della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. È anche professore aggregato presso l’Università di Udine, dove insegna Gestione dei prati e dei pascoli. È autore del libro «La città rurale» edito da Asterios Editore, nonchè collaboratore della testata giornalistica «L’AltraMontagna», dove cura la rubrica «Riflessioni sul paesaggio montano, punto di incontro tra umanità e natura». Ha trasformato la passione per le aree interne in una professione, scegliendo di trasferirsi dalla città di Trieste nelle terre alte di Paluzza, quale alternativa all’urbano-centrismo culturale dominante. I contributi pubblicati sono di carattere professionale e non istituzionale.