La penetrazione israeliana nella ricerca e nelle università italiane

Dal blog https://www.lindipendente.online/

24 Luglio 2026 Dario Lucisano

I rapporti tra Italia e Israele non si limitano al settore bellico o a quello energetico. Gli scambi tra Roma e Tel Aviv sono ben più profondi e arrivano a toccare un ambito spesso poco considerato, ma fondamentale per lo sviluppo di qualsivoglia tecnologia: quello della ricerca. Sembra una osservazione scontata, ma non lo è affatto: per implementare un sistema d’arma o disegnare un modello di produzione energetica efficace e versatile è prima di tutto necessario studiare, condurre esperimenti e – appunto – fare ricerca; senza quest’ultima, non è possibile raggiungere alcun risultato produttivo.

Lo Stato ebraico, in particolare, è uno dei Paesi più sviluppati sul fronte della ricerca tecnologica, e figura tra i leader mondiali nei settori della sicurezza e della sorveglianza; in questo, la presenza – e l’influenza – di Israele nelle università e nella ricerca italiane ed europee, non fa che stringere ancora di più quel doppio filo che lega Roma e il Vecchio Continente con Tel Aviv, rendendo ancora più difficili da scindere i legami tra di essi.

Il quadro giuridico degli accordi

Italia e Israele collaborano nel settore della ricerca da sempre. A delineare il quadro giuridico su cui si fonda la cooperazione tra i due Paesi in tale ambito sono principalmente tre accordi o tipi di accordo: un accordo quadro siglato tra le parti a livello ministeriale, i singoli accordi tra gli atenei e gli enti di ricerca, e gli accordi europei.

Sul piano nazionale, a definire la collaborazione accademica tra Italia e Israele è un’intesa definita «Accordo di cooperazione nel campo della ricerca e dello sviluppo industriale, scientifico e tecnologico tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo dello Stato d’Israele». Firmata nel 2000 ed entrata in vigore nel 2002, disciplina le modalità di cooperazione nella ricerca tra i due Paesi, fornendo i regolamenti per l’erogazione di finanziamenti, l’eventuale istituzione di centri di ricerca e l’organizzazione di attività congiunte e il trasferimento tecnologico.

I settori interessati sono vari e includono anche materie critiche come energia, informatica, e generici «altri ambiti di reciproco interesse». Dall’accordo discendono a cascata i programmi interministeriali, che delineano le vere e proprie collaborazioni. All’accordo di cooperazione tecnologica si aggiungono poi i singoli memorandum interuniversitari, che tuttavia sono spesso di natura dichiarativa.

Su piano europeo, ciò che più definisce la cooperazione con Israele nell’ambito della ricerca è l’accordo di associazione UE-Israele. Il documento menziona a più riprese la collaborazione nell’ambito della ricerca, ma a definire il quadro generale in tale settore è l’articolo 40, in cui UE e Israele si impegnano a «intensificare la cooperazione scientifica e tecnologica».

L’accordo di associazione prevede inoltre che «le modalità dettagliate per la realizzazione di questo obiettivo» vengano «stabilite in accordi separati conclusi a tale scopo», rimandando dunque gli ambiti di applicazione a ulteriori intese tra le parti. Come per l’accordo quadro tra Italia e Israele, anche l’accordo di associazione funge da fonte principale da cui discendono i vari progetti dell’Unione con Israele.

I progetti in Italia e le proteste

L’accordo quadro italiano prevede la pubblicazione di bandi interministeriali congiunti che vengono solitamente redatti su base annuale. Dal 2023 sono stati attivati cinque diversi programmi, che, in Italia, fanno capo al Ministero degli Esteri.

Il primo, dal valore di 14mila euro, risale a giugno del 2023 e riguarda il settore delle start-up, in cui Israele risulta una eccellenza mondiale; l’Italia ha messo a disposizione 14mila euro per offrire un corso di accelerazione su suolo israeliano a realtà imprenditoriali italiane.

Anche il premio “Rita Levi Montalcini” risale al 2023; esso prevedeva il pagamento di 40mila euro come forma di finanziamento per il soggiorno-studio in Italia di un accademico israeliano di rilevanza internazionale che proponesse un progetto di ricerca nel settore dei combustibili verdi.

Nel 2025 è invece stato erogato un bando di ricerca monotematico, dal valore di 300mila euro, anch’esso relativo alle cosiddette “tecnologie verdi”; il bando monotematico viene solitamente erogato a cadenza annuale attorno al periodo estivo. In generale, nel corso degli anni sono stati inoltre organizzati seminari e conferenze – che costituiscono un quarto ambito di collaborazione interministeriale.

L’“intifada studentesca”, partita dagli Stati Uniti e diffusasi a livello globale, ha raggiunto in Italia oltre 20 occupazioni universitarie simultanee nel momento di massima mobilitazione

Tra gli accordi siglati su piano nazionale, a fare maggiormente discutere è stato il bando per progetti di ricerca scientifica, spesso denominato come il “Bando MAECI” (dalla sigla del nome integrale del Ministero degli Esteri). Tale bando viene pubblicato con cadenza annuale nel periodo estivo, e prevede lo sviluppo di progetti di ricerca congiunti in settori critici. Nel 2024, la pubblicazione del bando aveva scatenato un’ampia mobilitazione nazionale a causa dei progetti di ricerca previsti, che includevano lo sviluppo di tecnologie ottiche e di sfruttamento del suolo; i timori erano la possibile applicazione a scopo militare delle prime e l’eventuale sfruttamento delle ricerche per portare avanti pratiche coloniali per le seconde.

Secondo un’inchiesta internazionale, effettivamente, Israele avrebbe fatto uso di tecnologie di intelligenza artificiale integrate con tecnologie ottiche nel genocidio a Gaza; diversi rapporti, invece, riportano un uso sistematico di tecnologie di sfruttamento delle acque e del suolo per privare i palestinesi delle proprie terre.

Nel 2024, qualche mese dopo l’avvio della protesta nazionale contro il Bando MAECI, gli studenti universitari hanno avviato una vasta campagna di solidarietà con la Palestina, occupando le proprie università. Quella che ha preso il nome di “intifada studentesca” – iniziata negli Stati Uniti – ha rapidamente preso la connotazione di un movimento globale e nel suo picco in Italia ha visto oltre 20 università occupate simultaneamente.

Gli studenti italiani contestavano gli accordi delle proprie università con gli atenei israeliani, che costituiscono il secondo livello di scambio nel settore della ricerca tra il Belpaese e lo Stato ebraico. A oggi, secondo il Centro Nazionale delle Ricerche (CNR), sono attivi un totale di 95 accordi bilaterali e multilaterali tra atenei ed enti di ricerca italiani e israeliani.

Il loro contenuto è spesso ignoto, ma è certo che i progetti riguardino tanto piani di scambio di studenti (come nel caso dei bandi Erasmus ed Erasmus+) quanto progetti di ricerca; a essi, inoltre, si aggiungono i progetti di scambio con gli istituti privati, come nel caso dell’accordo tra l’istituto tecnologico israeliano e la fondazione Med’Or, che fa capo al colosso delle armi Leonardo.

A tal proposito, i vari movimenti di docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo delle università italiane hanno redatto diversi dossier per mappare gli accordi e i progetti di scambio attivi tra i singoli atenei italiani e le controparti israeliane.

In generale, anche questi ultimi movimenti quali Rete Ricerca e Università per la Palestina o Docenti per Gaza sono stati tra i maggiori a muoversi contro la collaborazione universitaria con Israele, e hanno anche redatto numerose lettere aperte per esercitare pressione sui propri istituti e spingerli a congelare i rapporti.

Talvolta, ne sono usciti vittoriosi, almeno in parte: è il caso delle università di Palermo, Padova e Milano, tra le varie che hanno accolto anche solo parzialmente le richieste degli studenti e del personale universitario. La mobilitazione negli atenei è oggi calata di intensità, ma rimane ancora attiva per chiedere quanto non ottenuto negli ultimi due anni e mezzo.

I progetti in Europa

Il principale progetto europeo di ricerca che coinvolge lo Stato di Israele è senza ombra di dubbio Horizon Europe. Horizon è il maggiore programma dell’Unione Europea di sostegno alla ricerca scientifica e riunisce i 27 Paesi e diversi partner extra-comunitari. Di fatto, tramite Horizon, l’UE seleziona e finanzia progetti internazionali in diversi ambiti di ricerca scientifica, che spaziano dalle scienze umanistiche a quelle sociali per arrivare a ogni settore della tecnologia e della ricerca scientifica di base. 

Mappare tutti i progetti in cui lo Stato ebraico risulta coinvolto è una impresa ardua ma è certo che almeno un progetto riguarda in maniera diretta il settore della sicurezza: si intitola “Unmanned vehicles for civil security and surveillance missions” (veicoli senza pilota per missioni di sicurezza civile e sorveglianza)

A oggi, nell’ambito di Horizon, Israele partecipa a un totale di 789 progetti, di cui 756 attivi e i restanti ancora da inaugurare. Vista la mole di materiale, tentare di mappare tutti i progetti in cui lo Stato ebraico risulta coinvolto è una impresa ardua, specie se si intende considerare le ricerche con possibili applicazioni a doppio uso civile e militare.

È tuttavia certo che almeno un progetto riguarda in maniera diretta il settore della sicurezza: si intitola “Unmanned vehicles for civil security and surveillance missions” (veicoli senza pilota per missioni di sicurezza civile e sorveglianza) e, come suggerisce il suo stesso nome, riguarda la costruzione di robot aerei, terrestri e di superficie – tecnologie ad alto impiego nel settore militare – da utilizzare nelle operazioni di ricerca e soccorso.

Andando più a fondo, è possibile notare che Israele è coinvolto in diversi progetti nei settori ottico, dell’aviazione, della meccanica di precisione, delle tecnologie digitali, della comunicazione, tutti ambiti versatili in cui non è possibile escludere possibili applicazioni militari. Anche il settore energetico e delle tecnologie rinnovabili è tra i maggiori in cui Israele risulta coinvolto, a dimostrazione del suo ruolo mondiale nell’ambito dello sviluppo di tecnologie energetiche di ultima generazione. 

Anche nel caso di Horizon e dell’accordo di associazione UE-Israele la mobilitazione civile è stata ingente. I medesimi movimenti italiani – assieme agli analoghi movimenti europei – hanno chiesto all’UE di escludere Israele dai finanziamenti del progetto Horizon e di riconsiderare il generale accordo di scambio; a queste ultime richieste si sono aggiunti anche alcuni rappresentanti degli Stati membri, come nel caso della Spagna e della Slovenia, che da tempo chiedono una revisione dell’accordo UE-Israele in nome del rispetto dei diritti umani.

La questione, per quanto controversa, si riduce infatti a temi di natura giuridica e umanitaria di non facile interpretazione: l’accordo di associazione si fonda sin dalle premesse sul rispetto del diritto internazionale e umanitario, di cui negli ultimi due anni – e non solo – Israele ha spesso deliberatamente ignorato l’esistenza, tanto che il Paese risulta sotto processo per genocidio e i suoi leader sotto mandato d’arresto internazionale per crimini contro l’umanità; i vari rapporti, studi, e articoli scientifici usciti negli anni, inoltre, provano i profondi legami del mondo della ricerca israeliano con il settore bellico e il sistema coloniale e di apartheid di Tel Aviv, sollevando ulteriori dubbi sul principio di autonomia e indipendenza della ricerca dalla politica. 

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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