SOVRACCARICHI E BLACKOUT NELLA RETE ELETTRICA NAZIONALE

Dal blog https://www.francescocappello.com

Francesco Cappello 05/08/26

SOVRACCARICHI E BLACKOUT NELLA RETE ELETTRICA NAZIONALE PERMETTONO DI DISTRIBUIRE, PIÙ CHE ENERGIA ELETTRICA, INCENTIVI E PROFITTI MANCATI AI PRIVATI CHE SPECULANO MENTRE INFESTANO E COLONIZZANO CON I LORO IMPIANTI IL TERRITORIO ITALIANO

La transizione energetica speculativa che sta colonizzando il territorio italiano ha diffuso l’illusione che basti installare milioni di pannelli solari e pale eoliche per trasformare da un giorno all’altro il sistema energetico italiano. Essa si scontra tuttavia quotidianamente con la dura realtà della fisica delle reti elettriche.

La nostra infrastruttura evidenzia una frattura strutturale profonda: la geografia della produzione non coincide con quella dei consumi. La maggior parte dei grandi impianti rinnovabili sorge nelle regioni del Sud e nelle isole, caratterizzate da una domanda industriale ridotta. Al contrario, il cuore pulsante dei consumi elettrici risiede nel Nord Italia.

Trasportare enormi flussi di energia lungo una penisola stretta e lunga trasforma l’infrastruttura nazionale in un imbuto elettrico, dove le linee ad altissima tensione si trovano costantemente a viaggiare al limite delle proprie capacità fisiche.
Quando la produzione del Sud raggiunge i picchi nelle ore centrali delle giornate soleggiate o molto ventilate, le dorsali di trasmissione dirette verso Nord si saturano.

Per comprendere cosa accade alla rete elettrica nazionale, è utile immaginare l’infrastruttura come una gigantesca rete di canali e condotte idriche progettata per trasportare un flusso d’acqua costante e perfettamente prevedibile da pochi grandi bacini artificiali verso le città e i distretti industriali. La pressione all’interno di questo acquedotto deve rimanere sempre rigorosamente stabile ad un livello prefissato: se la pressione sale troppo le condotte esplodono, se scende troppo i rubinetti degli utenti rimangono a secco.


L’ingresso imponente e diffuso delle fonti rinnovabili equivale all’improvvisa apertura di milioni di rigagnoli, torrente e rami secondari che si innestano lungo l’intero corso dell’acquedotto principale. Questi affluenti hanno però una natura del tutto imprevedibile. Quando il sole splende o il vento tira forte, questa miriade di corsi d’acqua secondari riversa contemporaneamente e senza preavviso volumi enormi di acqua nel canale maestro. Il canale principale, tuttavia, ha una capienza fisica limitata e non è stato costruito per smaltire una simile piena improvvisa.

La pressione interna schizza all’istante verso i livelli di guardia, creando ingorghi idrici lungo le direttrici che collegano i luoghi in cui la pioggia d’energia è abbondante a quelli in cui la domanda è ridotta.
Se la pressione supera il limite di guardia, i sistemi automatici di sicurezza scattano per evitare il collasso strutturale, isolando intere porzioni di rete e provocando l’equivalente elettrico di un allagamento o di un blocco delle forniture.

Per scongiurare questo scenario, i gestori dell’acquedotto sono costretti ad agire continuamente sulle valvole d’emergenza. Quando la piena delle rinnovabili minaccia di far straripare il canale, viene ordinato di chiudere le paratie di centinaia di torrenti fotovoltaici ed eolici, gettando via l’acqua in eccesso per mantenere il sistema in equilibrio.


Al tempo stesso, la natura di questi affluenti privi di massa costante rende il flusso d’acqua estremamente turbolento e privo di spinta uniforme. Non appena una nuvola copre il sole o il vento cala, migliaia di rigagnoli si prosciugano in pochi secondi. La pressione nel canale principale crolla verticalmente e, per impedire che l’intero acquedotto si svuoti lasciando le città al buio, il gestore deve tenere sempre accesi e pronti a intervenire enormi motori a combustibile fossile posti lungo la rete, capaci di pompare istantaneamente acqua e ripristinare la spinta perduta.

Spingere i cavi elettrici oltre i loro limiti di carico genera un surriscaldamento dei conduttori, l’allungamento dei cavi per dilatazione termica e un drastico aumento del rischio di guasti a catena. Se una linea principale va in blocco automatico per evitare la fusione o un corto circuito, l’energia si riversa istantaneamente sulle linee adiacenti, innescando un effetto domino che rappresenta la causa primaria dei grandi blackout sistemici. La rete elettrica non è un serbatoio passivo dove stivare corrente a piacimento, ma un circuito dinamico che richiede un perfetto equilibrio secondo per secondo tra immissioni e prelievi.

A complicare ulteriormente il quadro vi è un aspetto tecnico spesso ignorato nel dibattito pubblico ma fondamentale per l’ingegneria elettrica: la perdita di inerzia sincrona. Le centrali tradizionali a gas, idroelettriche o termoelettriche utilizzano enormi turbine rotanti che fungono da ammortizzatori meccanici, stabilizzando la frequenza di rete a cinquanta hertz e assorbendo le improvvise oscillazioni di tensione.

Gli impianti fotovoltaici ed eolici, al contrario, si collegano alla rete tramite convertitori elettronici privi di massa rotante.
La progressiva dismissione dei gruppi termoelettrici tradizionali sta privando la rete italiana del suo sistema immunitario naturale. Senza inerzia, la rete diventa estremamente rigida e al tempo stesso vulnerabile: una minima variazione nella produzione o nel carico può causare bruschi sbalzi di frequenza, costringendo i sistemi automatici di protezione a staccare intere porzioni di territorio per evitare il collasso generale.

Per impedire che l’infrastruttura crolli sotto il peso di questa sovrabbondanza incontrollata e intermittente, il gestore della rete è costretto a ricorrere al cosiddetto taglio della produzione o al redispatching. In sostanza, viene ordinato agli impianti eolici e fotovoltaici di spegnersi o di ridurre la potenza per non far saltare le linee.

Parallelamente, si rende necessario accendere a forza centrali a gas, ad olio combustibile o a carbone nelle zone di consumo per garantire la tensione e la frequenza necessarie.

Esiste quindi una profonda contraddizione e speculazione insita in questo meccanismo: l’energia verde prodotta in eccesso viene sprecata e compensata economicamente ai produttori privati attraverso i mercati dei servizi di dispacciamento, mentre i cittadini finiscono per pagare due volte in bolletta. Si paga l’incentivo per l’impianto rinnovabile che viene fermato e si paga il costo della centrale a gas tenuta in riserva per evitare il blackout.

La vera radice di queste criticità risiede nella scollatura temporale ed economica tra l’iniziativa privata e la pianificazione pubblica. La costruzione di un parco eolico o solare richiede pochi mesi, spinta da ingenti capitali speculativi a caccia di rendimenti garantiti e sussidi. Al contrario, la realizzazione delle infrastrutture di trasporto ad alta tensione e dei grandi sistemi di accumulo necessita di molti anni tra iter autorizzativi, valutazioni di impatto ambientale e cantieri complessi.

Questo squilibrio ha trasformato la transizione energetica in una corsa disordinata alla speculazione finanziaria a rendimento garantito, dove la priorità è stata la saturazione delle richieste di connessione senza una reale valutazione della capacità ricettiva dei territori e delle linee elettriche.
Invece di pianificare la rete in base alle reali esigenze del Paese, ci si trova a inseguire l’installazione selvaggia di impianti in zone incapaci di assorbire l’energia prodotta.

In definitiva, l’analisi obiettiva della rete elettrica italiana dimostra che non è possibile gestire la complessa macchina energetica di una nazione industriale basandosi solo su slogan o su un’accelerazione priva di basi fisiche.

Le criticità strutturali della rete elettrica, causate dall’intermittenza delle fonti rinnovabili e dall’incapacità delle linee ad alta tensione di sopportare i picchi di produzione, rappresentano il terreno di coltura ideale per la nascita di un nuovo grande business energetico: i sistemi di accumulo elettrochimico a batteria su larga scala, noti con l’acronimo BESS (Battery Energy Storage System).

Poiché il sistema elettrico non può tollerare sbalzi di frequenza o congestioni fisiche senza rischiare il blocco totale, questi enormi parchi di batterie vengono presentati come una soluzione indispensabile. Il loro ruolo è agire come una spugna, assorbendo l’energia elettrica prodotta in eccesso quando il sole splende o il vento soffia forte, per poi restituirla alla rete durante le ore di buio, di bonaccia o di picco dei consumi.

L’instabilità intrinseca della rete viene così trasformata in una merce altamente redditizia.

Attorno a questa esigenza tecnica si è scatenata un’imponente corsa speculativa da parte di fondi d’investimento e colossi dell’energia. In Italia e in Europa, le aziende che realizzano impianti BESS di grande taglia non guadagnano semplicemente comprando energia a basso costo per rivenderla quando i prezzi di mercato salgono.

Essi beneficiano soprattutto di rendite di posizione garantite attraverso aste pubbliche e mercati della capacità, come il meccanismo MACSE gestito da Terna.
Attraverso questi sistemi, gli operatori privati ricevono un compenso fisso a lungo termine per il solo fatto di rendere disponibile la capacità delle proprie batterie al gestore di rete.

L’investimento privato viene così blindato e protetto dal rischio d’impresa, scaricando i costi direttamente sulle bollette dei cittadini sotto forma di oneri di sistema, mentre il capitale finanziario trova negli accumuli una nuova fonte di profitti certi.

Sul piano ambientale e territoriale, l’impatto di questi grandi impianti smentisce totalmente la narrazione di una tecnologia a impatto zero. I BESS commerciali non sono piccoli dispositivi domestici, ma distese industriali di container metallici impattanti dal punto di vista paesaggistico e spesso collocati in aree agricole o vicine ai nodi elettrici rurali. La loro fabbricazione richiede un’estrazione mineraria ad altissimo impatto ecologico in Paesi del Sud del mondo per recuperare litio, cobalto, nichel e manganese.

A ciò si aggiunge il problema del fine vita: dopo circa un decennio di cicli continui di carica e scarica, la capacità delle batterie decade drasticamente, generando imponenti volumi di rifiuti speciali difficili e costosi da riciclare, all’interno di una filiera del riciclo ancora lontana dall’essere autosufficiente o circolare.


A questi fattori di medio e lungo termine si sommano i rischi operativi immediati legati alla sicurezza e all’inquinamento locale. Gli impianti a batterie al litio sono soggetti al rischio del cosiddetto thermal runaway o fuga termica, una reazione chimica a catena generata dal malfunzionamento anche di una sola cella che può innescare incendi estremamente violenti e diffusi. Un incendio di questo tipo non può essere spento con le tecniche tradizionali e richiede enormi quantitativi d’acqua per essere raffreddato.


L’acqua usata nei soccorsi si carica di sostanze tossiche e corrosive come l’acido fluoridrico e metalli pesanti, creando un grave rischio di contaminazione del suolo e delle falde acquifere se non perfettamente contenuta. Le comunità locali si trovano così a subire l’occupazione del suolo, il rumore costante prodotto dai sistemi di raffreddamento e trasformazione e i pericoli ambientali, senza ottenere benefici diretti sul costo dell’energia.

Oltre all’impatto paesaggistico e ai rischi operativi, va considerata un’inevitabile legge della fisica: l’accumulo dell’energia non avviene mai a rendimento unitario. Ogni fase di conversione da corrente alternata a continua e ciascun ciclo di carica e scarica comportano una perdita energetica quota parte sotto forma di calore, rilasciato nell’ambiente sia dalle reazioni elettrochimiche sia dai potenti sistemi di ventilazione necessari per il condizionamento dei container.

Questa costante dissipazione termica trasforma i grandi impianti BESS in vere e proprie isole di calore locali, capaci di alterare il microclima e le temperature delle aree agricole o rurali circostanti, a fronte di una quota significativa di energia che viene inevitabilmente sprecata e dispersa nell’atmosfera sotto forma di calore residuo.

Senza un ripensamento profondo che metta al centro la stabilità strutturale e la protezione dei consumatori dai costi speculativi del dispacciamento, l’aumento massiccio di fonti intermittenti continuerà a tradursi in una crescente fragilità sistemica, elevati rischi di blackout locali e bollette sempre più pesanti per famiglie e imprese a favore delle grandi speculazioni finanziarie.
Francesco Cappello

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