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Di Mario Sommella 15 agosto 2026
Sotto un post che deride gli elettori, un lettore ringrazia il cielo perché l’Italia non è mai stata governata dai comunisti. Non lo è mai stata davvero: hanno governato altri, e il conto di quelle scelte lo pagano oggi i salari, la scuola e la sanità di tutti
Diciannovemila reazioni per una riga sola. Andrea Scanzi scrive che l’Italia è un paese meraviglioso ma saturo di ignoranti, che poi votano, e che i risultati si vedono. Sotto, nei commenti, c’è il paese vero, molto più istruttivo del post.
Un lettore mette pazientemente in fila i presidenti del Consiglio dal 1994 a oggi, da Berlusconi a Meloni passando per Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi, e fa notare che in certe narrazioni mancano vent’anni di storia. Un altro ringrazia il cielo perché l’Italia non è mai stata governata dai comunisti. Una donna ricorda chi ha cancellato Opzione donna. Un altro ancora ribalta il tavolo: i comunisti, qui, non hanno mai governato, Gramsci è morto nel 1937 dopo undici anni di carcere fascista, i fascisti sono stati amnistiati, i partigiani disarmati.
L’ultimo ha ragione, e da lì conviene partire. Perché la discussione smetta di essere una rissa da bacheca e diventi una domanda politica seria: come mai un paese continua a difendersi da un pericolo che non ha mai corso, e fatica invece a mettere a fuoco chi lo ha governato davvero e con quali risultati?
1. Il fantasma che non c’è mai stato
I comunisti, al governo di questo paese, non ci sono mai stati. Non è un’opinione, è una data. Maggio 1947: De Gasperi apre la crisi, il 31 maggio nasce un esecutivo senza PCI e senza PSI, il 21 giugno l’Assemblea Costituente gli concede la fiducia. Sullo sfondo, il giudizio della Democrazia Cristiana, dei suoi alleati e dell’amministrazione statunitense su cosa fosse compatibile con il campo occidentale. Da quel momento e per tutta la Prima Repubblica nessun governo avrà un ministro o un sottosegretario comunista. I costituzionalisti hanno chiamato quel meccanismo conventio ad excludendum, formula coniata da Leopoldo Elia: un terzo abbondante dell’elettorato eleggeva deputati che, per convenzione, non potevano in nessun caso governare.
Gli eredi di quel partito entrano in un governo soltanto nel 1996, con Prodi, quando il PCI si era già sciolto da cinque anni ed era diventato Partito Democratico della Sinistra. Nel 1998 Massimo D’Alema è il primo presidente del Consiglio uscito da quella scuola politica. E cosa fa, il pericolo rosso, una volta arrivato a Palazzo Chigi? Porta l’Italia dentro la guerra della NATO contro la Jugoslavia, senza mandato delle Nazioni Unite, con i bombardieri che decollano dalle basi italiane, e prosegue la stagione delle privatizzazioni aperta dai governi precedenti.
Chi ha passato trent’anni a temere i comunisti al potere ha temuto qualcosa che non è mai esistito. Chi invece ha vissuto sotto i governi reali, quelli veri, avrebbe parecchio di che lamentarsi. E quasi mai se la prende con loro.
2. Una memoria capovolta
La rimozione comincia prima ancora. Il 22 giugno 1946 viene varata l’amnistia proposta dal guardasigilli Palmiro Togliatti. Nata come gesto di pacificazione, interpretata poi in modo estensivo dalla magistratura, svuota l’epurazione: prefetti, questori, funzionari e magistrati formatisi sotto il regime restano ai loro posti, mentre negli anni successivi non pochi partigiani finiscono sotto processo per fatti di guerra. La ricostruzione documentaria di quella vicenda, condotta da Mimmo Franzinelli, è dura da leggere per tutti, a destra come a sinistra.
È un paradosso che pesa ancora oggi sul modo in cui gli italiani si raccontano il proprio Novecento: il paese che si crede salvato dai comunisti è lo stesso che ha lasciato intatto, dentro lo Stato repubblicano, l’apparato amministrativo del fascismo. Non è nostalgia da anziani militanti: è la ragione per cui certe parole, in Italia, non hanno mai avuto lo stesso peso. Comunista è rimasta un’accusa, fascista è diventata una sfumatura caratteriale.
3. I conti dei governi veri
Mettiamo da parte i fantasmi e guardiamo il portafoglio. Un’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio, ripresa nel luglio 2026, calcola che dal 1990 al 2024 le retribuzioni lorde reali a tempo pieno in Italia sono scese dell’1,6 per cento; tenendo conto della frammentazione contrattuale e del part-time involontario, la caduta arriva al 6,6 per cento. Nello stesso arco di tempo, nella media dei paesi OCSE, i salari reali sono cresciuti di circa il 35 per cento. L’Employment Outlook dell’OCSE del 2025 aggiunge che all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto al 2021, il risultato peggiore fra le grandi economie dell’organizzazione.
Tradotto: l’operaio che nel 1990 entrava in fabbrica con la busta paga del quinto livello oggi, a parità di potere d’acquisto, guadagna meno di allora. Sua figlia, laureata, lavora part-time in un ipermercato e non arriva a mille euro. Suo nipote, se studia, lo fa in un paese che investe in istruzione il 3,9 per cento del prodotto interno lordo contro il 4,7 della media europea, terzultimo nell’Unione. Non è andata così per caso.
Quelle scelte hanno nomi e date, e non sono comuniste. La riforma delle pensioni del 2011, che ha allungato la vita lavorativa e generato la vicenda degli esodati. La legge costituzionale del 20 aprile 2012, che ha inserito l’equilibrio di bilancio nell’articolo 81 della Costituzione, approvata da una maggioranza larghissima che teneva insieme centrodestra e centrosinistra, sotto un governo di tecnici che nessuno aveva votato. Il Jobs Act del 2015, che ha smontato la tutela contro i licenziamenti illegittimi. La spesa sanitaria compressa per un decennio, con i risultati che abbiamo visto quando è arrivata una pandemia e poi con le liste d’attesa che oggi spingono milioni di persone a rinunciare a curarsi.
Nessuno di questi provvedimenti è stato imposto da Mosca. Sono stati votati in Parlamento, spesso da schieramenti che si presentano agli elettori come alternativi e che sulle questioni decisive, il vincolo di bilancio e il costo del lavoro, hanno lavorato nella stessa direzione. Il fantasma comunista serve anche a questo: a non far vedere quanto sia stato bipartisan il patto che ha reso il lavoro più povero.
4. L’analfabetismo funzionale non è un carattere nazionale
Veniamo allora all’ignoranza, che è il cuore del post. Esiste, ed è misurata. L’indagine PIAAC dell’OCSE sulle competenze degli adulti, i cui risultati sono stati diffusi il 10 dicembre 2024, colloca il 35 per cento degli italiani tra i 16 e i 65 anni al livello 1 o inferiore nella comprensione dei testi scritti, contro una media OCSE del 26. All’altro capo della scala, solo il 5 per cento raggiunge i livelli più alti, contro il 12 della media. Nelle regioni meridionali i punteggi scendono ancora, avvicinandosi a quelli di economie molto meno sviluppate della nostra.
Il livello 1 non significa non saper leggere. Significa riuscire a decifrare un testo breve e semplice, e faticare davanti a un contratto di lavoro, a un’informativa bancaria, a un modulo di consenso informato, a un grafico sul giornale. Significa firmare cose che non si capiscono. È la signora davanti allo sportello del CUP che non riesce a leggere la lettera dell’ASL, è il ragazzo che accetta una clausola sulla piattaforma di consegne senza sapere cosa ha accettato, è il pensionato che si fa spiegare la bolletta dal vicino.
E qui arriva il dato che smonta ogni discorso sul carattere degli italiani: fra gli adulti con competenze più basse, solo il 14 per cento ha seguito nell’anno un corso di formazione o aggiornamento, contro il 62 per cento di chi ha già competenze alte. Chi sa di più continua a imparare, chi sa di meno viene lasciato dov’è. Gli abbandoni scolastici precoci restano al 9,8 per cento a livello nazionale e al 12,4 nel Mezzogiorno. Il 66,7 per cento degli adulti fra 25 e 64 anni ha almeno un diploma, quasi quattordici punti sotto la media europea. La lettura arretra: nel 2024 il 57,1 per cento delle persone dai sei anni in su dichiara di aver letto almeno un libro nell’anno, meno che dieci anni prima, e nel 2025 solo il 14,9 per cento ha messo piede in una biblioteca.
L’analfabetismo funzionale non è un difetto morale ereditario. È il prodotto misurabile di decenni di scelte su quanto e dove spendere. Un paese che investe in istruzione meno di quasi tutti i suoi vicini, che non ha una politica seria di formazione degli adulti, che ha ridotto le biblioteche di quartiere a un lusso, poi si stupisce che un terzo dei suoi cittadini non capisca un contratto.
5. Chi ha chiuso le scuole della politica
C’è un secondo pezzo della storia, meno documentabile con le statistiche e altrettanto decisivo. Per mezzo secolo, in Italia, l’educazione politica di massa non l’ha fatta la scuola: l’hanno fatta le organizzazioni. Il PCI, con oltre due milioni di iscritti nell’immediato dopoguerra, era anche una gigantesca scuola serale per adulti: sezioni, corsi, giornali letti in gruppo, biblioteche popolari, la scuola di partito delle Frattocchie. Lo stesso, con altri linguaggi, facevano le parrocchie, le ACLI, le case del popolo, l’ARCI, i sindacati, le camere del lavoro. Non erano luoghi neutrali e non erano paradisi: erano luoghi dove un operaio con la licenza media imparava a leggere un contratto nazionale, a parlare in pubblico, a distinguere un interesse da uno slogan.
Quel tessuto è stato smontato, e non da un nemico esterno. Lo hanno smontato la trasformazione dei partiti in comitati elettorali personali, la televisione commerciale come principale agenzia di formazione del senso comune, la precarizzazione che ha reso impossibile la militanza a chi lavora su turni variabili, e infine le piattaforme digitali, che hanno occupato lo spazio vuoto offrendo appartenenza senza conoscenza. Al posto della sezione c’è il gruppo social. Al posto del corso serale c’è il video di sei secondi.
Chi oggi deride gli elettori dovrebbe spiegare quale classe dirigente, in trent’anni, abbia provato a ricostruire quei luoghi. Non ce n’è una. Si è preferito un elettorato indistinto da raggiungere con la pubblicità e i sondaggi, che è esattamente la condizione in cui l’ignoranza diventa una risorsa e non un problema.
6. Un’informazione di cui nessuno si fida più
Il Digital News Report Italia 2026, curato dal Master in giornalismo Giorgio Bocca dell’Università di Torino sui dati del Reuters Institute di Oxford, fotografa il risultato. Solo il 32 per cento degli italiani dichiara di fidarsi della maggior parte delle notizie, quattro punti in meno rispetto al 2025 e il valore più basso dall’inizio delle rilevazioni. L’interesse per l’informazione è crollato al 34 per cento, mentre nel 2016 era al 74: il calo più marcato fra tutti i paesi analizzati. L’interesse per la politica si ferma al 16 per cento, ultimo posto su quarantotto paesi.
Nel frattempo il 57 per cento consulta notizie più volte al giorno. Ci informiamo continuamente e non crediamo a nulla. I social sono tornati a crescere come porta d’accesso, usati dal 45 per cento nella settimana precedente alla rilevazione e diventati fonte principale per il 22, e proprio fra chi si informa soprattutto lì la fiducia scende al 24 per cento. La carta stampata è all’11 per cento, era al 59 nel 2013.
Non è un problema di quantità di informazione, ce n’è più che mai. È un problema di qualità e di proprietà: chi possiede i canali, chi paga le campagne, quali argomenti spariscono dai telegiornali quando toccano un inserzionista o un governo. Un cittadino che non si fida di nessuno non diventa più critico, diventa più solo. E un cittadino solo è più facile da spaventare.
7. Il primo partito è chi resta a casa
Il verdetto arriva dalle urne, e non riguarda chi vota male: riguarda chi non vota più. Alle regionali del novembre 2025 in Puglia ha votato il 41,83 per cento degli aventi diritto, in Campania il 44,06, in Veneto il 44,64, con un crollo di oltre sedici punti rispetto al 2020. In Calabria, un mese prima, il 43,15. In Toscana il 47,7. Il referendum del giugno 2025 non ha raggiunto il quorum. Sei elettori su dieci, ormai stabilmente, restano a casa.
Sono i quartieri popolari a smettere di votare per primi, non i quartieri benestanti. Chi ha perso salario, servizi, ospedali di prossimità e prospettiva ha smesso di credere che il voto cambi qualcosa, e statisticamente ha ragione: nessuna delle scelte che hanno determinato la sua condizione è mai stata sottoposta davvero al giudizio popolare. Intanto in Parlamento si discute una nuova legge elettorale in vista del voto del 2027, con l’ennesima partita sul premio di maggioranza e sulla facoltà o meno di scegliere i propri rappresentanti. Meno partecipazione più liste bloccate significa maggioranze costruite su minoranze reali sempre più piccole.
8. A chi serve un popolo che non capisce
L’articolo 3 della Costituzione impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l’uguaglianza e impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica del paese. L’articolo 34 dice che la scuola è aperta a tutti. L’articolo 49 riconosce ai cittadini il diritto di concorrere a determinare la politica nazionale. Sono tre promesse che presuppongono una cosa sola: che le persone siano messe in condizione di capire. Nessuna delle tre è stata mantenuta, e non per colpa di chi commenta un post su Facebook.
L’ignoranza di massa non è un incidente della democrazia: è una delle sue condizioni di gestione. Un elettorato che non distingue un dato da uno slogan non diventa ingovernabile, diventa più semplice da governare. Si può spaventarlo con un fantasma che non esiste mentre gli si tolgono il salario, la sanità e la scuola, e funziona da settant’anni.
Per questo la frase che deride gli ignoranti, per quanto liberatoria, è una scorciatoia che assolve i responsabili. Il signore che ringrazia il cielo per un pericolo mai corso non è il problema: è il risultato. Il problema sono trent’anni in cui si è tagliata la scuola, compresso il salario, disertata ogni forma di educazione politica popolare, e poi si è scoperto il disprezzo come alibi confortevole. Ridere degli ignoranti costa poco e non ha mai insegnato a leggere a nessuno. Ricostruire i luoghi dove si impara a leggere il potere costa fatica ed è l’unica politica seria che ci resta. Sono decenni che la rimandiamo, e ogni anno di rinvio si paga in salari, in ospedali e in libertà.
Fonti
1. OCSE, Survey of Adult Skills 2023, scheda paese Italia, 10 dicembre 2024. https://www.oecd.org/en/publications/2024/12/survey-of-adults-skills-2023-country-notes_df7b4a60/italy_efb33b22.html
2. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e INAPP, Indagine PIAAC-OCSE sulle competenze degli adulti, risultati del secondo ciclo, 10 dicembre 2024. https://www.lavoro.gov.it/notizie/pagine/indagine-piaac-ocse-sulle-competenze-degli-adulti-di-eta-compresa-tra-i-16-e-i-65-anni-risultati-secondo-ciclo
3. Accademia della Crusca, Il rapporto PIAAC-OCSE 2024, 2025. https://accademiadellacrusca.it/it/contenuti/il-rapporto-piaac-ocse-2024/40918
4. Istat, Noi Italia, sezione Istruzione, dati 2023 e 2024 su spesa pubblica per istruzione, abbandoni precoci e livelli di scolarità. https://noi-italia.istat.it/pagina.php?id=3&categoria=5&action=show&L=0
5. Openpolis, L’Italia è il terzultimo paese in Ue per spesa in istruzione sul Pil, 2025. https://www.openpolis.it/litalia-e-il-terzultimo-paese-in-ue-per-spesa-in-istruzione-sul-pil/
6. ANSA, L’Italia terzultima in Ue per spesa in istruzione sul Pil, resta in coda anche per laureati e diplomati, 23 gennaio 2026. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/23/litalia-terzultima-in-ue-per-spesa-in-istruzione-sul-pil-resta-in-coda-anche_33bb65ef-2085-45c1-9dbf-dc4b1705d3a3.html
7. Istat, Libri e biblioteche: abitudini di lettura e frequentazione, anni 2024 e 2025, 9 luglio 2026. https://www.istat.it/comunicato-stampa/libri-e-biblioteche-abitudini-di-lettura-e-frequentazione-anni-2024-e-2025/
8. L’Espresso, Trentacinque anni di stipendi al palo: in Italia i salari reali sono scesi del 6,6 per cento rispetto al 1990, analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio, 21 luglio 2026. https://lespresso.it/c/economia/2026/7/21/salari-reali-italia-2026-1990-ufficio-parlamentare-di-bilancio/63576
9. Fanpage, Stipendi, in Italia dal 1990 sono scesi dell’1,6 per cento rispetto agli altri paesi Ocse: l’analisi Upb sulle cause, luglio 2026. https://www.fanpage.it/politica/stipendi-in-italia-dal-1990-sono-scesi-dell16-rispetto-agli-altri-paesi-ocse-lanalisi-upb-sulle-cause/
10. OCSE, Employment Outlook 2025, dati sui salari reali italiani, ripresi in Contropiano, 27 luglio 2025. https://contropiano.org/news/news-economia/2025/07/27/ocse-i-salari-reali-italiani-sono-del-75-piu-bassi-rispetto-al-2021-0185273
11. Digital News Report Italia 2026, Master in giornalismo Giorgio Bocca dell’Università di Torino su dati Reuters Institute for the Study of Journalism, giugno 2026, sintesi in Newslinet. https://www.newslinet.com/informazione-digital-news-report-2026-fiducia-nel-giornalismo-al-32-social-al-45-chatbot-al-6-non-si-perde-pubblico-ma-relazione/
12. Sky TG24, Digital News Report 2026, fiducia e affidabilità, 16 giugno 2026. https://tg24.sky.it/cronaca/2026/06/16/reuters-digital-news-report-2026-classifica-sky-tg24
13. Il Fatto Quotidiano, Regionali 2025: crolla l’affluenza, solo 4 elettori su 10 sono andati alle urne, 24 novembre 2025. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/24/regionali-affluenza-crollo-veneto-puglia-campania-notizie/8206154/
14. Ipsos, Elezioni regionali 2025 in Italia: date, regioni al voto e risultati, dicembre 2025. https://www.ipsos.com/it-it/elezioni-regionali-italia-date-regioni-voto-risultati
15. Novecento.org, Le elezioni del 1948 e la demonizzazione dell’avversario politico, sulla crisi del 1947 e sulla conventio ad excludendum. https://www.novecento.org/dossier/italia-didattica/le-elezioni-del-1948-e-la-demonizzazione-dellavversario-politico/
16. Antonio D’Andrea, Costituzione e partiti antisistema. Il PCI e il contesto politico-istituzionale, Forum di Quaderni Costituzionali. https://www.forumcostituzionale.it/wordpress/images/stories/pdf/documenti_forum/paper/0054_dandrea.pdf
17. Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, 2006.
18. Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale, testo su Normattiva. https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2012-04-23&atto.codiceRedazionale=012G0064
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(*) con il titolo «L’ignoranza non nasce si coltiva» pubblicato su «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com
Questo mi fa capire quanto stiano facendo di tutto per tenerci ignoranti. Anche quando andavo al classico ricordo bene che non siamo arrivati a dopo la Seconda guerra mondiale. Quindi la repubblica italiana, i primi governi, gli anni di piombo, tutti questi argomenti non li abbiamo affrontati. Alla fine mi sono informato per conto mio attraverso saggi storici ma è comunque avvilente vedere come trattano la storia.
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