La barriera israeliana per rubare terre con la scusa della minaccia iraniana 

Dal blog https://www.lindipendente.online

10 Agosto 2026 Moira Amargi

Nel cuore della Valle del Giordano, dove il paesaggio è scandito da campi coltivati e piccoli villaggi palestinesi, un nuovo muro sta prendendo forma. Ancora invisibile ai più, già esiste sulle mappe, nei documenti ufficiali e nei racconti di chi vive su queste terre: una frontiera che si trasformerà in una barriera lunga centinaia di chilometri, capace di ridefinire uno dei confini più sensibili del Medio Oriente. 

Il governo israeliano la chiama «Barriera di sicurezza della frontiera orientale»; il progetto, che mira a creare una separazione di circa 500 chilometri che colleghi le Alture del Golan al Mar Rosso, ha origini antiche, ma è stato riportato in auge dal ministro della Difesa Israel Katz nel 2024. 

Il dispositivo viene giustificato come necessario per contrastare traffici illegali, infiltrazioni armate e influenze regionali ostili, ma la popolazione palestinese e le organizzazioni per i diritti umani denunciano che è solo un altro metodo per sottrarre nuove terre, isolare comunità e costringerle ad andarsene. 

Una barriera per controllare e occupare 

Immagini degli scavi per la barriera e della strada militare. Foto di Moira Amargi

«Hanno iniziato a scavare il 5 marzo, qui, nella piana di Atuf», dice Belal Ghrayeb, 28 anni, residente di Tammun e attivista. «Prima avevano bloccato il progetto, ma poi, con la scusa della guerra con l’Iran, gli hanno dato il via libera. Hanno iniziato i lavori nemmeno 72 ore dopo». 

Davanti a noi una lunga trincea spacca la terra dove prima sorgevano coltivazioni. È lì che sorgerà la barriera, che secondo il disegno presentato dai militari verrà accompagnata da sensori di movimento, telecamere, radar, e un «avanzato sistema di comunicazione» lungo tutto il suo percorso a circa 12 km dalla frontiera con la Giordania. 

I resti di una serra e di alberi di ulivi giacciono accanto alla nuova strada di terra che i bulldozer israeliani hanno spianato. «Hanno distrutto chilometri di tubature idriche e bloccato le strade con cumuli di terra per impedire il passaggio. Stanno già obbligando decine di persone ad andarsene, ma l’impatto sarà di centinaia di sfollati». 

Il pezzo di barriera per ora approvato e in via di costruzione conta 22 km e va da Ein Shibli ad Al-Aqaba; nome in codice, «Scarlet Thread», ossia «filo cremisi». Il progetto era stato fermato inizialmente dalla Corte Suprema d’Israele, perché la retorica della “sicurezza” era stata smontata nel ricorso presentato dall’avvocato Taufiq Jabrin il 25 gennaio 2026 tramite la consulenza di Shaul Ariel, un ex ufficiale delle IDF. Tuttavia il 2 marzo l’esercito ha presentato una seconda richiesta, invocando motivi di sicurezza questa volta legati al nuovo conflitto con l’Iran. La Corte ha così revocato la sospensione precedente e i lavori sono iniziati appena tre giorni dopo

«Ricordiamo tutti “la barriera di separazione” costruita con le stessa scuse nel 2002 da Israele a ovest; una maniera per isolarci e rubarsi altre terre». Belal si riferisce al famoso “muro dell’apartheid” che corre per 730 km in terra palestinese a ovest: 8 metri divisori armati di telecamere e sensori che ha di fatto sottratto – oltre alla libertà di movimento – altre centinaia di ettari ai palestinesi. «Ora, vogliono prendersi la Valle dei Giordano». 

Tammun e il collasso del “granaio della Palestina” 

Il sindaco di Tammun, Samir Bisharat, ci accompagna con la jeep del Comune a vedere i danni, mentre snocciola dati e cifre. «Tammun comprende circa 98mila dunam (unità di misura pari a 1000 metri quadrati, quindi 98 km², ndr) di terre; siamo una comunità che vive di agricoltura e allevamento. Con la costruzione del nuovo muro, perderemo circa il 65% delle terre. Con conseguenze devastanti». La barriera, spiega, avrà una “zona cuscinetto” di 20 metri da un lato e 20 metri dall’altro, e includerà una strada militare, dividendo appositamente terreni, case, famiglie. 

«Isolerà almeno 19 comunità e sottrarrà circa 190mila dunam (190 km²) di terra ai nostri villaggi. In Tammun il 90% della popolazione vive di agricoltura. La situazione economica è già molto difficile, molte famiglie avevano iniziato a coltivare perché non riuscivano più a mantenersi. Si parla di almeno 40 milioni di shekel di danni solo per questioni agricole nel prossimo futuro». 

La Valle del Giordano è il “granaio della Palestina”, e i suoi prodotti vengono distribuiti su tutto il territorio. Secondo le statistiche prodotte dalla Camera del Commercio di Tubas, si stima una perdita di 400 milioni di dollari nei 5 anni successivi alla costruzione della barriera. 

Poco lontano, una famiglia sta smontando una serra e sta caricando i materiali su un furgone. «Se ne stanno andando, e questa dinamica è destinata ad aumentare», dice Bisharat. Non è solo per gli ordini di demolizione, spiega, che secondo gli attivisti di Jordan Valley Solidarity – un gruppo che supporta gli abitanti della regione – sono già 70. «Molte comunità si troveranno tagliate fuori dalla barriera, dalla parte delle colonie, e quindi si sposteranno. Altre vengono sfollate dalla violenza dei coloni. Molti contadini invece non possono più coltivare perché l’esercito ha distrutto 5 chilometri di tubature di irrigazione, e molte serre agricole verranno demolite».

 Ci spostiamo ad Atuf, una delle comunità più toccate dalla nuova barriera. Un uomo sulla cinquantina ci accoglie davanti a una stalla piena di animali. Non vuole dire il suo nome, non vuole foto: la stampa l’ha vista molte volte, dice, ha rilasciato interviste, video, e non è servito a niente. Tra poche settimane con la sua famiglia lascerà la sua terra, senza sapere dove andare. «Da quando sono nato la mia casa è stata distrutta 9 volte. Questa è la vita in Area C (l’area della Cisgiordania sotto l’amministrazione israeliana, ndr). Ma l’abbiamo sempre ricostruita. Ora questa zona sarà chiusa, qua rimarremo dalla parte del muro delle colonie. E dall’altra parte c’è una trincea. Ci troveremo bloccati tra la barriera, la trincea e i check-point. Saremo imprigionati. Dove possiamo andare? Ci sono molte famiglie qui. Siamo almeno 40 famiglie che verranno tagliate fuori». Scuote la testa. Non hanno ordini di demolizione, dice, ma vengono costantemente minacciati dall’esercito e dai coloni. «Io ho 7 figli e molti nipoti. Stiamo tutti preparandoci ad andarcene. I militari usano una strategia diversa ogni volta. Questa è solo l’ultima forma che hanno trovato per sfollarci». 

Il futuro sottratto 

Mohammad Masaeed, a Yarza, mostra la mappa della futura barriera

A Yarza, un piccolo villaggio rurale nella provincia di Tubas, Mohammad Masaeed guarda lo schermo del suo telefono. Ci mostra una mappa satellitare, mentre ci guida fuori dalla casa. «Il muro passerà proprio qui», dice indicando un punto a poche decine di metri. Nella fotografia si distingue una linea rossa che divide due abitazioni: la sua, e quella del suo vicino. Mohammad accende una sigaretta, mentre racconta degli ordini di demolizione ricevuti. Padre di 8 figli, l’incertezza per il futuro gli toglie il sonno. Racconta di incontri con funzionari israeliani e di risposte secche: lasciare la terra, questa è di Israele. «Ma io non ho un altro posto. Se mi strappano da queste colline, diventerò un mendicante», dice. 

«Il loro obbiettivo è ottenere il completo controllo dell’Area C. Vogliono limitare tutti i palestinesi nelle città, togliendoli dalle terre, chiudendoli nei centri urbani», continua Mohammad. «Ci tolgono le nostre fonti di sostentamento: ci rubano le terre così non possiamo coltivare, né avere animali. Ci mandano nelle città, e intorno a noi, costruiscono nuove colonie e strade per connetterle. Questo è il loro piano. Mandarci via tutti». 

Indica un incavo nella roccia poche centinaia di metri sopra di noi. «Quella grotta porta il nome del nonno del nonno di mio padre. Poco più in basso c’era la casa dove è cresciuto mio padre, che è stata distrutta in una delle esercitazioni militari israeliane nel 1981. La mia famiglia vive in queste terre da sempre, io ho investito tutto ciò che avevo. Amo Yarza come i miei figli: cosa dovrei fare?». 

Mukhles Masaeed, capo del Consiglio cittadino di Khirbet Yarza, a pochi chilometri da dove ci troviamo, descrive una comunità che non esiste più. L’8 marzo scorso le dodici famiglie che vi abitavano hanno deciso di abbandonare le proprie terre. È stato un esodo silenzioso, dettato dal terrore. Khirbet Yarza si trovava in una posizione paradossale: le sue case, costruite prima del 1967, erano legalmente inattaccabili dagli ordini di demolizione. Ma la barriera ha trovato un altro modo per cancellarle. 

Mohammad Masaeed indica la grotta del nonno del nonno di suo padre. Foto di Moira Amargi

La mappa mostra il villaggio completamente circondato, trasformato in una enclave isolata, una prigione circondata da filo spinato e sensori avanzati. «Se lo Stato non può cacciarti legalmente, usa i coloni», spiega Mukhles. Racconta di decenni di vessazioni: «È dal 1967 che Israele cerca di mandarci via dalle nostre terre. Il muro, e la violenza dei coloni, sono solo l’ultima strategia che stanno utilizzando», puntualizza. «Prima hanno fatto zone militari di allenamento e ci hanno detto di andare via per la nostra sicurezza personale. Mio padre è stato colpito con un proiettile, così come mia madre, e ho perso un fratello in questo modo. Sparavano contro il bestiame e contro di noi. Ma dal 7 ottobre 2023 hanno intensificato gli attacchi, sia i coloni che i militari; e con la guerra con l’Iran, ancora di più». Tutta la comunità ha lasciato il paese. «Noi siamo gente disarmata, Khirbet Yarza è in una zona isolata. Abbiamo deciso di andarcene perché le nostre vite erano in pericolo, e noi abbiamo figli, non possiamo proteggerli». 

Mukhles ha 51 anni, e lassù ci era nato. Così come vi era nato suo padre, e suo nonno. «La mia famiglia viveva qui da moltissimi anni, queste terre ci appartengono fino al confine con la Giordania. Non so cosa faremo adesso». 

L’accelerazione della pulizia etnica 

Una macchina di sicurezza dei coloni sulla strada militare appena costruita. Foto di Moira Amargi

Quando il capo della Wall and Settlement Commission, Muayyad Sha’ban, viene a far visita alle famiglie rimaste di Yarza, arriva anche uno dei proprietari dei terreni che è appena stato picchiato dai coloni. L’hanno fermato in macchina, obbligato a scendere e preso a bastonate. Non riesce a camminare, e viene chiamata un’ambulanza. Sha’ban è lì per discutere della situazione, della barriera, del futuro di quella comunità, nonostante lo scetticismo delle famiglie che si sentono abbandonate dalla politica e dall’Autorità Palestinese. «Questo muro lo vogliono costruire da prima del 7 di ottobre» dice Sha’ban. «E ora hanno trovato la scusa della guerra con l’Iran per iniziare l’opera. Molte famiglie verranno sfollate, ma gli israeliani non si fermeranno, continueranno a prendersi sempre più terre e a controllare sempre più aree». Dal 7 ottobre 2023, sono almeno 51 le comunità palestinesi spazzate via dalla violenza dei militari e dei coloni, altre 14 quelle fortemente decimate. Solo a gennaio 2026, 700 persone sono state mandate via dalle proprie case. La pulizia etnica d’Israele si sta accelerando, mentre Tel Aviv costruisce nuove colonie su terre rubate, approva leggi per condannare a morte i prigionieri e affina gli strumenti di apartheid contro l’intera popolazione palestinese. 

Muayyad è originario di Nur Shames, uno dei campi profughi occupati da ormai un anno e quattro mesi dai militari d’Israele. «Guarda cosa stanno facendo a Tulkarem e Jenin. Ci sono oltre 40mila profughi. Hanno trasformato i campi rifugiati in zone di esercitazione militare. Mandando via tutti gli abitanti». Scuote le mani e si accende una sigaretta. 

«Smotrich, Netanyahu, Ben Gvir, sono a capo dei coloni in West Bank. Ben Gvir è come il re che dà ordini per le demolizioni. Ha dato oltre 330mila armi ai coloni. Da soli, noi palestinesi non possiamo affrontare tutto questo. Abbiamo bisogno del supporto della comunità internazionale. Qui a Yarza le persone ricevono minacce quotidiane da parte delle milizie colone, e l’esercito le protegge sempre. Le Nazioni Unite dovrebbero muoversi per fermare i coloni, tutti i coloni, non solo i pochi che chiamano “estremisti”. E dovrebbero bloccare la costruzione di questa nuova barriera».

Avatar photo

Moira Amargi

Moira Amargi esiste ed è una persona specifica, ma il nome è uno pseudonimo, usato quando pubblica report sulla Palestina o dall’interno di cortei e momenti di conflitto sociale a rischio repressione. È corrispondente per L’Indipendente dal Medio Oriente e dai Territori Palestinesi occupati.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.