Proxy war. Un po’ di luce (sinistra) nel tunnel della nostra ignoranza

Dal blog https://www.lafionda.org

15 Ago , 2026|Salvatore Minolfi

Di sicuro, qualcuno dirà che si tratta della classica “scoperta dell’acqua calda”. Come dargli torto? Nondimeno, averlo messo nero su bianco, con la rilevanza delle fonti e l’autorevolezza del sigillo impresso, aiuterà almeno i più onesti a riconoscere il carattere fondamentale del terribile conflitto che dura non da quattro anni, ma da dodici. 

L’onestà consiste nell’accettare l’ingrato compito di snidare e contrastare i propri pregiudizi cognitivi e nel provare a guadagnare un rapporto più diretto con il reale: una sfida che nessun essere umano potrà mai considerare assolta una volta e per tutte.

I poveri ucraini non c’entrano granché e se qualcuno li ascoltasse, come fa periodicamente Gallup (https://news.gallup.com/…/ukrainians-sour-washington…), scoprirebbe che da due anni il consenso ad una soluzione politica del conflitto si è stabilizzato intorno ai due terzi della popolazione.

Gli ucraini non c’entrano granché sin dall’inizio del conflitto: dai torbidi di Euromaidan al colpo di Stato del febbraio 2014, si è sempre trattato di un gioco assai più grande, giocato sulle loro teste. 

Una minoranza di ultranazionalisti ha trascinato il paese in un’avventura fatale e, per farlo, ha spalancato le porte a quel settore decisivo della classe dirigente americana che, dopo la fine della guerra fredda, aveva scommesso sul delirio allucinatorio di un “Nuovo Secolo Americano”. La profonda debolezza della Russia (soprattutto nel decennio dei Novanta) aveva eccitato i loro animi, fino al punto si sognare l’impensabile…

La condotta della guerra offre una traccia inequivocabile di questa lunga storia. A documentarla (con un sentimento prevedibilmente celebrativo) è Frank Leith Jones, ufficiale di carriera, poi accademico e storico militare americano. Due settimane fa, la casa editrice dello “US Army War College” (un’istituzione che ha 125 anni di storia) ne ha pubblicato il testo:

Frank Leith Jones, “Out of the Shadows: US Intelligence Sharing and the Russia-Ukraine War, 2021–24”, Carlisle Barracks (PA), US Army War College Press, July 30, 2026.

Si tratta di uno studio importante perché ricostruisce non genericamente l’«assistenza americana» all’Ucraina, ma il ruolo specifico dell’intelligence statunitense, mostrando come esso sia passato progressivamente dall’allarme strategico e dalla diplomazia prima del febbraio 2022 a una vera e propria integrazione dell’apparato americano nelle operazioni militari ucraine. Esso documenta la progressiva dissoluzione della distanza tra condivisione dell’intelligence e partecipazione operativa alla guerra. 

Il punto centrale della monografia di Frank Leith Jones è che il ruolo americano nella guerra non nasce nel febbraio 2022 e non resta costante. Nasce nel 2014 e si trasforma progressivamente da sostegno di intelligence a integrazione operativa sempre più profonda con le forze ucraine. In breve, la ricostruzione di Jones ci restituisce un quadro che già dal 2014 era molto più grave di quanto lo immaginassero i russi che protestavano contro l’ingerenza americana (e che noi tendevamo a consideravamo “paranoici”…). 

È già nel 2014 (subito dopo il colpo di Stato a Kyiv del febbraio) che inizia la costruzione della partnership. Dopo Euromaidan e l’annessione della Crimea, CIA, NSA e FBI contribuiscono alla ricostruzione dell’intelligence ucraina, soprattutto GUR e SBU. 

La svolta avviene quando Valeriy Kondratyuk, allora ai vertici dell’intelligence militare ucraina, porta a Washington documentazione russa altamente classificata sulle capacità militari di Mosca. L’occasione è veramente ghiotta e inaspettata. Per Washington l’Ucraina diventa così qualcosa di assai più importante di un semplice beneficiario di assistenza: diventa una straordinaria piattaforma di raccolta contro la Russia.

La CIA inizia ad addestrare personale, fornisce comunicazioni sicure e contribuisce alla creazione di dodici basi avanzate lungo il confine russo [per avere un termine di paragone, ricordiamo che durante la lunga guerra in Vietnam le basi della CIA in quel paese erano cinque). L’Ucraina diventa contemporaneamente un beneficiario dell’assistenza americana e una preziosa piattaforma per la ricostituita “Russia House” (come in gergo viene chiamata la Direzione dell’Agenzia per l’Europa e l’Eurasia).

Esistono però fin dall’inizio precise “linee rosse”. Obama vieta di utilizzare l’assistenza CIA per operazioni letali o sabotaggi in Russia: Washington vuole rafforzare Kyiv senza provocare un confronto diretto con Mosca. Questa tensione – aumentare la capacità ucraina controllandone contemporaneamente l’impiego – resterà costante per tutta la guerra.

Nel 2021, l’intelligence americana anticipa l’invasione. Intercettazioni, HUMINT (Human Intelligence) e immagini satellitari convincono Washington che Mosca prepara una grande offensiva su più fronti, compreso un attacco a Kyiv e alla leadership ucraina. Biden fissa allora tre obiettivi: aiutare l’Ucraina a difendersi, mantenere unita la NATO e soprattutto evitare una guerra diretta USA-Russia. E nel frattempo, a dicembre 2021, sbatte la porta in faccia al piano russo per rinegoziare l’architettuira della sicurezza in Europa , così come si è andata modificando dopo il 1997 con l’allargamento della NATO.

Dall’allarme per i movimenti delle truppe russe, nasce l’“intelligence diplomacy”. Washington rompe con la tradizionale segretezza dell’intelligence e comincia a declassificare selettivamente informazioni sui piani russi. Lo scopo è avvertire Kyiv, convincere gli alleati inizialmente scettici. L’intelligence diventa uno strumento simultaneamente diplomatico e di guerra dell’informazione.

Questa strategia non riesce a dissuadere Putin, anche perché l’esercito ucraino, potenziato da otto anni di collaborazione con le strutture militari occidentali, scatena (una settimana prima dell’invasione) una pesante operazione militare contro le province secessioniste nell’Ucraina orientale. Secondo Jones, l’“intelligence diplomacy” ottiene comunque risultati importanti: riduce la sorpresa strategica, concede tempo per preparare Ucraina e NATO, facilita la formazione della coalizione occidentale e consente a Washington di guidare e controllare la narrazione pubblica sul conflitto.

Tuttavia, dopo il 24 febbraio 2022 avviene il salto decisivo. L’intelligence passa dal livello prevalentemente strategico a quello “operativo” e “tattico”. A Wiesbaden (Germania) nasce un centro di fusione nel quale CIA, DIA, NSA, NGA, militari americani, alleati e ucraini elaborano dati sui movimenti russi e li trasferiscono al campo di battaglia. Nel marzo 2022 le informazioni possono raggiungere gli ucraini entro 30-60 minuti dall’acquisizione americana.

Dalla primavera 2022 l’intelligence americana entra progressivamente nel targeting. “Task Force Dragon” individua posizioni russe, assegna priorità, fornisce coordinate, esamina liste di obiettivi e assiste nell’impiego degli HIMARS. Formalmente Washington continua a distinguere tra “condivisione di intelligence” e “scelta degli obiettivi”; nella pratica – come riconosce l’autore – la distinzione diventa sempre più sottile.

Episodi come l’affondamento della Moskva mostrano il problema: informazioni americane possono essere utilizzate dagli ucraini per operazioni che Washington non ha preventivamente autorizzato. Gli Stati Uniti cercano quindi di conservare una distanza formale parlando di “points of interest” anziché di “targets”, ma si tratta di una distinzione puramente retorica volta a preservare i margini di quella che in gergo si chiama “plausible deniability”.

Tra il 2022 e il 2024 le “linee rosse” continuano a spostarsi. Si passa dalla difesa del territorio ucraino al sostegno delle controffensive, poi alle operazioni contro la Crimea e infine, in determinate circostanze, ad attacchi dentro la Russia. Nel 2024 l’intelligence americana arriva a fornire dati molto dettagliati per operazioni come quella contro il deposito di Toropets.

Jones interpreta questa evoluzione come “learning by doing”: Washington aumenta gradualmente il rischio, osserva la reazione russa e, quando Mosca non risponde con l’escalation temuta, sposta ulteriormente la soglia consentita. L’evidenza è che la Russia è prudente e non risponde mai in senso escalatorio, almeno fino a qualche mese fa. Ma in queste ultime settimane, la musica sembra essere drammaticamente cambiata….

Il risultato finale è che, pur senza entrare formalmente in guerra, gli Stati Uniti sono diventati la parte essenziale dell’architettura militare ucraina. Intelligence, ISR, pianificazione, targeting e armi occidentali finiscono per costituire un sistema fortemente integrato. Jones arriva a descrivere la partnership come la “spina dorsale” (the backbone) delle operazioni militari ucraine. Non la “mano”, non il “braccio”: bensì la “spina dorsale”. Senza il concorso americano, le forze armate ucraine cessano semplicemente di esistere. 

Un responsabile europeo dell’intelligence sintetizza ancora più brutalmente il ruolo degli Stati Uniti: “They are part of the kill chain now”. 

Nella conclusione, Frank Leith Jones celebra l’enorme efficacia militare generata dalla partnership tra Washington e Kyiv, ma appare alla fine preoccupato dalla progressiva erosione della distinzione tra “assistenza” e “partecipazione diretta” alla guerra.

Il suo racconto del “successo” americano è contemporaneamente il racconto della crescita di un rischio sistemico che nessuno aveva esplicitamente programmato nel 2014 e probabilmente nemmeno nel febbraio 2022. 

Non c’è una marcia lineare verso un obiettivo stabilito dieci anni prima, anche perché la crisi americana rende imprevedibili e irrazionali i continui sbandamenti delle sue classi dirigenti, che appaiono ormai incapaci di immaginare veramente un futuro: un’Ucraina come nuova Sparta insediata a presidiare i confini orientali dell’Europa? Una sorta di nuova Israele? Un mondo senza Russia o con una Russia disgregata con le sue seimila testate atomiche? Una Russia definitivamente allineata con la Cina? Un’Europa che, retorica a parte, si incammina ciecamente sulla strada dei riarmi su base nazionale? 

La CIA ha riempito il vuoto della politica, la voragine della politica, l’abisso in cui è affondato il pensiero strategico occidentale, la hybris del dopo-1989. Le classi dirigenti americane – e le loro propaggini vassallatiche in Europa – sembrano aver rinunciato anche alla sola idea di pensare il futuro e continuano a muoversi come dei novelli “Sleepwalkers” di Christopher Clark e ad agire come se non ci fosse un domani. 

È in questa scomparsa del futuro e della capacità di pensarlo, immaginarlo, disegnarlo, che si annida, per tutti noi, il rischio di essere inghiottiti. 

https://press.armywarcollege.edu/monographs/987 Di: Salvatore Minolfi

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