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Mario Sommella 17 agosto 26
In una chat riservata di quasi trecento militanti di Futuro Nazionale si evoca un nuovo golpe, si celebra Hitler, si invoca lo sterminio degli arabi. Non sono profili anonimi: sono referenti di comitati, ex militari, dirigenti locali. E dai vertici del partito, finora, nemmeno una parola.
1. La notte che non è mai finita
Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 un gruppo di uomini entrò nel Ministero dell’Interno, a Roma. L’obiettivo era catturare il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il capo della polizia Angelo Vicari, occupare la sede della Rai, prendere il Paese per la gola in una notte sola. A guidarli era Junio Valerio Borghese, il principe nero, comandante della Decima Mas negli anni della Repubblica di Salò, quando quel reparto si specializzò nella caccia ai partigiani a fianco dei nazisti. Poi arrivò una telefonata, l’ordine di rientrare, il silenzio. L’Italia lo seppe soltanto tre mesi più tardi, quando la notizia finì sui giornali. Da allora quel tentativo è rimasto lì, in fondo alla memoria repubblicana, come una porta che qualcuno provò ad aprire e che non fu mai richiusa del tutto.
Cinquantasei anni dopo, il nome di Borghese torna a circolare. Non in un archivio, non in un convegno di storici, non in un romanzo. Torna in una chat di telefonini, scritto da persone che oggi guidano comitati locali di un partito che ambisce a governare il Paese e che i sondaggi collocano intorno al cinque o sei per cento. È un dettaglio che dice più di mille analisi: la nostalgia non è un sentimento innocuo, è un programma tenuto in caldo.
2. Che cosa c’è scritto dentro quella chat
L’inchiesta è di Matteo Pucciarelli, su Repubblica. Racconta di un gruppo di messaggistica interno all’universo di Futuro Nazionale, il movimento fondato nel febbraio 2026 da Roberto Vannacci dopo l’uscita dalla Lega. Il nome della chat riprende, con un’autoironia che di ironico ha poco, l’espressione con cui lo stesso Vannacci si era presentato dal palco dell’assemblea costituente di Roma, nel giugno scorso: «Siamo la feccia, fieri di esserlo». Vi partecipano quasi trecento persone. Molte di loro non sono simpatizzanti da tastiera: sono referenti di comitati territoriali, concentrati soprattutto in Lombardia.
Nei messaggi visionati dal quotidiano, secondo la ricostruzione giornalistica, il sostegno politico all’ex generale si mescola a tre elementi che vale la pena tenere distinti, perché distinti sono anche nella coscienza di chi legge. Il primo è il razzismo: gli arabi indicati come popolazione da sterminare, senza metafore e senza attenuanti. Il secondo è l’antisemitismo, servito con l’intero repertorio classico della propaganda nazista, dall’accusa del sangue all’immagine dell’ebreo cospiratore e adoratore del male, insieme all’elogio esplicito di Hitler come costruttore di un ordine mondiale che l’Europa avrebbe tradito. Il terzo, il più direttamente politico, è la fantasia eversiva: la convinzione che le urne non basteranno mai, l’attesa di disposizioni, l’invocazione di un altro Borghese, la richiesta di un’azione di forza come unica via d’uscita dall’immobilismo. Un partecipante scrive che «bisogna sempre essere anticostituzionali», e sotto quella frase nessuno obietta.
È importante essere precisi, perché la precisione è l’unica arma che abbiamo contro chi vive di esagerazioni. Quelli non sono atti, sono parole. Non risulta, ad oggi, alcun procedimento aperto su quella chat. Nessuno di quei militanti ha fatto un solo passo materiale verso un colpo di Stato. Ma il diritto penale non è l’unico metro con cui si misura la salute di una democrazia. Le parole scritte da chi ha responsabilità organizzative dentro un partito, in un luogo semiprotetto dove ci si sente tra simili, sono un documento politico. Dicono che cosa quel mondo pensa davvero quando pensa di non essere ascoltato.
3. Il lessico dell’obbedienza
Colpisce, più ancora dei contenuti, la grammatica. Ordini, stand by, attesa di disposizioni, organizzazione rigorosa e di stampo militare. Diversi partecipanti rivendicano il proprio passato in divisa e le missioni all’estero. Non è un dettaglio folkloristico: è la spia di una concezione della politica in cui il cittadino non delibera, esegue. Dove il capo non si discute, si attende. Dove la parola più ricorrente non è diritto ma disciplina.
Questa è la vera anomalia italiana di questa stagione. Non un partito di estrema destra: quelli ci sono sempre stati, e la Costituzione li ha sempre considerati un problema, non un colore dell’arcobaleno democratico. L’anomalia è un partito costruito attorno alla figura di un militare, che parla la lingua della gerarchia militare, e i cui quadri intermedi, in privato, si comportano come una truppa che aspetta il segnale. L’articolo 49 della Costituzione dice una cosa semplice e spesso dimenticata: i cittadini si associano in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Con metodo democratico. Non è un dettaglio stilistico: è la condizione che rende legittimo un partito.
4. Chi c’è dentro
Secondo Repubblica, l’amministratore della chat è Renato Maturo, referente del comitato milanese 421 di Futuro Nazionale e in passato collaboratore di Ignazio La Russa. Tra i partecipanti figurano Roberto Jonghi Lavarini, il cosiddetto barone nero, storico esponente della destra radicale milanese ed ex Fratelli d’Italia, e Luca Sforzini, promotore del centro studi Rinascimento Nazionale.
Vale la pena aggiungere ciò che questi stessi personaggi hanno dichiarato pubblicamente, perché l’onestà informativa lo impone. Jonghi Lavarini ha sostenuto in più occasioni di non essere iscritto al partito di Vannacci, pur comunicando attraverso il comitato milanese e pur svolgendo, di fatto, il ruolo di ponte con il mondo dell’estrema destra organizzata. A un evento milanese di Futuro Nazionale, nel giugno scorso, alla domanda se il movimento fosse di estrema destra rispose che se estremismo significa coerenza e patriottismo, allora sì, lo sono. Non c’è ambiguità da chiarire: c’è una rivendicazione.
5. Un partito con la porta spalancata
Chi conosce la storia delle organizzazioni politiche sa che il tesseramento è una soglia. Serve a filtrare, a formare, a rendere qualcuno responsabile di ciò che dice in nome di tutti. In Futuro Nazionale quella soglia sembra non esistere. Iscriversi è talmente semplice che, come annota l’inchiesta, all’ingresso non c’è di fatto alcun controllo. I comitati locali nascono spontaneamente, si moltiplicano, si autoproclamano. Il partito ha comunicato di aver superato i centotrentamila iscritti e di contare oltre duecento comitati territoriali.
Che cosa succede quando si costruisce una macchina di massa senza filtri lo hanno raccontato, nei mesi scorsi, alcune vicende molto concrete. A Santeramo in Colle, in provincia di Bari, una ragazza di vent’anni si è vista recapitare per posta una tessera del movimento e una lettera di benvenuto firmata dal generale, senza aver mai chiesto di aderire, e ha presentato denuncia ai carabinieri parlando di furto d’identità. A Lamezia Terme circa seicento iscritti hanno restituito la tessera, denunciando nomine calate dall’alto e una base ignorata. Sono due facce dello stesso oggetto: un partito che cresce più in fretta di quanto sappia riconoscere se stesso, e che perciò non controlla nulla, né chi entra né che cosa scrive.
Non è un problema burocratico. È il meccanismo attraverso cui l’estremismo organizzato entra in un contenitore elettorale rispettabile. Il Fatto Quotidiano ha documentato in luglio la galassia nera che si è messa in fila attorno a Futuro Nazionale: dirigenti di organizzazioni identitarie e ultraconservatrici, ambienti legati al naziskinismo veneto, delegati che durante l’assemblea costituente di giugno lasciarono la sala per unirsi al corteo dedicato alla remigrazione e alla riconquista. Chi apre la porta e poi si dichiara sorpreso di chi è entrato, mente a se stesso o a noi.
6. La chat non contraddice il programma. Lo traduce
Verrebbe da dire, con sollievo, che quelle chat sono un sottobosco, e che il partito ufficiale è un’altra cosa. Il guaio è che l’undici agosto Futuro Nazionale ha pubblicato la prima parte della propria base ideologica e programmatica, un documento di oltre cento pagine, e la distanza tra il palco e la chat è molto più corta di quanto si vorrebbe.
Nel programma si rivendica una destra identitaria pura e vitale, radicata nella tradizione romana e cristiana. Si propone una selezione dell’immigrazione fondata sulla compatibilità culturale, con preferenza per i Paesi a maggioranza cristiana. Si nega la specificità del femminicidio. Si teorizza l’impiego strutturale delle Forze armate nelle città, le zone rosse senza limiti temporali, il lavoro carcerario obbligatorio con aumento di pena per chi lo rifiuta, l’abbassamento dell’imputabilità a dodici anni, la revisione del reato di tortura. Si evoca una scuola dura e selettiva e il lavoro a quattordici anni. Chi lo ha letto per intero vi ha riconosciuto una operazione di risignificazione del lessico di regime adattata ai nostri tempi. Non è un’etichetta polemica: è la descrizione di un metodo.
A questo si aggiunge la produzione simbolica quotidiana: i video generati con l’intelligenza artificiale in cui Vannacci, in versione imperatore romano, condanna a morte i leader dell’opposizione; le pagine social da decine di migliaia di iscritti dove le giornaliste vengono insultate con epiteti sessuali e nessuno interviene. La violenza viene prima messa in scena, poi resa abitudine, infine trovata normale. Quando arriva nella chat dei referenti, non è una degenerazione: è il punto d’arrivo di un percorso coerente.
7. Le leggi ci sono. Manca la volontà di usarle
L’Italia non è sprovvista di strumenti. La dodicesima disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. La legge Scelba del 1952 punisce l’apologia del fascismo e le manifestazioni usuali del disciolto partito. L’articolo 604 bis del codice penale punisce la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale ed etnico e l’istigazione a commettere atti di discriminazione o violenza. Il codice penale conosce, inoltre, le fattispecie di attentato contro la Costituzione dello Stato e di associazione sovversiva. Nel luglio scorso l’avvocato catanese Antonio Fiumefreddo ha depositato una denuncia querela contro Vannacci per istigazione all’odio razziale, associazione sovversiva e apologia del fascismo. È una denuncia, non una sentenza: nessuna responsabilità penale è stata accertata, e va detto con chiarezza.
Il punto politico però resta, e riguarda noi prima ancora che i magistrati. Da decenni queste norme vengono applicate col contagocce, quasi con imbarazzo, come se richiamarle fosse un residuo ideologico. L’antifascismo è stato lentamente ridotto a cerimonia: una corona il 25 aprile, un discorso, poi si torna a considerare tutto il resto legittima dialettica. Ma la Costituzione non è un album di ricordi. È un patto che nasce da un rifiuto preciso, e quel rifiuto ha una data e dei morti.
8. Chi paga il conto
Dietro le parole scritte in una chat ci sono sempre corpi veri. C’è il ragazzo egiziano che scarica cassette al mercato alle cinque del mattino e che, se qualcuno prendesse sul serio l’invocazione allo sterminio, sarebbe il primo bersaglio. C’è la famiglia ebraica di Milano che nel 2026 deve ancora chiedersi se mandare i figli a scuola con un segno riconoscibile. C’è la giornalista che apre i commenti sotto una propria intervista e trova una ventina di insulti sessuali. C’è la donna che, secondo quel programma, non sarà uccisa in quanto donna ma soltanto uccisa, come se il nome del male fosse un lusso.
E c’è, cosa che a sinistra si dice troppo poco, la parte di quei centotrentamila iscritti che non è affatto composta da nostalgici della Decima Mas. Operai usciti da fabbriche chiuse, artigiani schiacciati dal credito, pensionati con seicento euro, giovani senza contratto e senza casa. Persone alle quali per trent’anni è stato spiegato che la globalizzazione era un destino, che il salario doveva essere flessibile, che la sanità pubblica era un costo. Ora qualcuno offre loro un nemico visibile, con la pelle scura, invece di un nemico invisibile, con la sede in un paradiso fiscale. È una truffa antica e funziona sempre, perché la rabbia ha bisogno di una direzione e se non gliela dà la sinistra gliela dà la destra.
È la ragione per cui questo partito non tocca mai, in cento pagine di programma, i profitti, le rendite finanziarie, la contrattazione, il definanziamento della sanità pubblica, la precarietà come sistema. Non è una dimenticanza. È la sua funzione. Persino Giorgia Meloni, in un’intervista di agosto, ha liquidato il vannaccismo definendolo un’operazione costruita per favorire la sinistra: giudizio interessato e, va detto, elettoralmente miope, perché quel movimento non sposta voti verso di noi, sposta il baricentro del Paese verso la sopraffazione.
9. La domanda che resta aperta
Ai vertici di Futuro Nazionale, alla data di pubblicazione di questo articolo, non risultano prese di posizione ufficiali su quei messaggi. È già accaduto, in passato, che il movimento reagisse a contenuti imbarazzanti dichiarando semplicemente di non riconoscersi in gruppi e pagine non autorizzati. Ma qui non parliamo di troll anonimi: parliamo di referenti di comitati, di persone che tesserano, organizzano, parleranno agli elettori nelle piazze. Sconfessarli costa. Non sconfessarli costa molto di più, e non a loro: a tutti noi.
La domanda vera, però, non è che cosa farà Vannacci. È che cosa faremo noi. Perché una democrazia non muore quando qualcuno entra nel Ministero dell’Interno con le armi: quello è l’ultimo atto, ed è raro. Muore prima, ogni giorno, quando l’invocazione dello sterminio diventa un’opinione tra le altre, quando l’elogio di Hitler è una bizzarria da ignorare, quando il richiamo al golpe è una sparata da non enfatizzare. Muore quando ci si abitua.
Il 7 dicembre 1970 quella porta rimase socchiusa perché qualcuno, dall’altra parte, decise che non era il momento. Cinquantasei anni dopo, il compito di tenerla chiusa non appartiene a un generale, a un ministro o a un magistrato. Appartiene a chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte: al sindacato che presidia la piazza, all’insegnante che spiega che cosa fu la Decima Mas, al ragazzo che risponde nel gruppo dove tutti tacciono. La Costituzione non si difende da sola. Non l’ha mai fatto.
Fonti
- Matteo Pucciarelli, inchiesta sulla chat interna all’area di Futuro Nazionale, la Repubblica, agosto 2026.
- Il Fatto Quotidiano, La galassia nera che ruota intorno a Vannacci e Futuro Nazionale, 17 luglio 2026 — link
- Il Fatto Quotidiano, Futuro Nazionale, aperi-Vannacci a Milano: 100mila iscritti e Jonghi Lavarini tra i sostenitori, 11 giugno 2026 — link
- Il Fatto Quotidiano, Iscritta a Futuro Nazionale senza saperlo: la denuncia di Francesca, 24 luglio 2026 — link
- Il Fatto Quotidiano, I video Ai di Vannacci: Salvini picchiato, fascio littorio e condanne a morte, 23 luglio 2026 — link
- Il Fatto Quotidiano, Insulti sessisti dei vannacciani alle giornaliste, 7 agosto 2026 — link
- Sky TG24, Vannacci pubblica il manifesto di Futuro Nazionale: il programma del partito, 11 agosto 2026 — link
- Sky TG24, Roberto Vannacci lancia Futuro Nazionale: il programma e le reazioni della politica, 15 giugno 2026 — link
- Today.it, Elezioni, il programma di Futuro Nazionale, agosto 2026, con l’intervista di Giorgia Meloni al settimanale Chi del 12 agosto 2026 — link
- Fanpage, Abbiamo letto tutto il programma di Vannacci: dall’invasione ottomana al linguaggio da Ventennio, agosto 2026 — link
- Fanpage, Il gruppo Telegram del partito di Vannacci è già preso d’assalto: messaggi da troll e fascisti, 30 gennaio 2026 — link
- Linkiesta, L’Italia del vannaccismo promette sovranità e prepara l’impotente solitudine nazionale, 17 agosto 2026 — link
- La Sicilia, Futuro Nazionale, da Catania parte una denuncia contro Vannacci, 8 luglio 2026 — link
- Il Sussidiario, Futuro Nazionale, rivolta a Lamezia Terme: 600 iscritti lasciano Vannacci, 11 luglio 2026, su ricostruzione del Corriere della Calabria — link
- Futuro Nazionale, Base ideologica e programmatica — Programma, sito ufficiale del movimento — link
- Valigia Blu, Le ricette di Futuro Nazionale: nostalgiche, violente e impossibili da realizzare, giugno 2026 — link
- Rai Cultura, Passato e Presente — Il golpe Borghese, con Paolo Mieli e Guido Panvini, ricostruzione del tentato colpo di Stato del 7-8 dicembre 1970.
- Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 49 e XII disposizione transitoria e finale.
- Legge 20 giugno 1952, n. 645, norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione; articolo 604 bis del codice penale.
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