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15 Agosto 2026 Stefano Baudino
In Italia, la corruzione negli appalti pubblici non si presenta oggi come un fenomeno monocorde, né si manifesta sempre con le stesse modalità, ma è il frutto di relazioni tra amministratori, funzionari operativi e imprenditori che nascono e si consolidano nel tempo a seconda delle opportunità. È questa, nella sua visione più ampia, la trama che emerge dal rapporto dell’Autorità nazionale anticorruzione “Corruzione e appalti in Italia”, dedicato al periodo compreso tra il 1° gennaio 2020 e il 15 maggio 2026.
Il documento, basato sulle note informative redatte dal Nucleo della Guardia di Finanza impiegato presso l’ANAC, offre una radiografia empirica e documentata del malaffare nei contratti pubblici, senza pretese di esaustività ma con l’obiettivo di tracciare dinamiche, rischi e tendenze. Nel periodo di riferimento, il Nucleo della Guardia di Finanza ha elaborato 135 note informative riferite a complessivi 141 procedimenti penali, provenienti da 100 diverse Procure della Repubblica.
A dominare la scena, da Nord a Sud, non è la violenza o la minaccia, ma l’accordo collusivo, spesso reiterato nel tempo.
I numeri
La premessa metodologica è d’obbligo. Nel suo report, ANAC ha analizzato soltanto i procedimenti relativi agli appalti trasmessi dall’autorità giudiziaria. Le cifre descrivono dunque il fenomeno emerso, non quello sommerso; la scarsità di casi in un territorio non equivale perciò a un certificato di estraneità. Molte condotte, inoltre, sono ancora contestazioni formulate in rinvii a giudizio o provvedimenti cautelari: resta fermo il principio della presunzione di innocenza.
I dati contenuti del dossier, a ogni modo, sono impressionanti: i capi di imputazione sono ben 1.295; tra questi, ben 762 (il 59%) contengono reati espressamente ricompresi nell’art. 32 del d.l. 90/2014, che ha introdotto le misure straordinarie di gestione, sostegno e monitoraggio delle imprese nell’ambito della prevenzione della corruzione e delle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici.
Le persone fisiche coinvolte sono 994: di queste, 583 (58,7%) appartengono alla sfera privata (imprenditori, amministratori, dipendenti di imprese), mentre 411 (41,3%) sono esponenti di stazioni appaltanti pubbliche. Le imprese coinvolte sono 490, le stazioni appaltanti 212, e i contratti indiziati individuati 533.
In un contesto più ampio, il valore complessivo degli appalti pubblici in Italia ha raggiunto nel 2025 i 309,7 miliardi di euro, con un incremento del 13,9% rispetto al 2024, di cui circa 20,8 miliardi finanziati con le risorse del PNRR. Questo dato, che emerge dalla Relazione annuale dell’Autorità al Parlamento, aiuta a inquadrare il peso del fenomeno: più cresce il mercato degli appalti, più si moltiplicano le opportunità per condotte illecite.
Le modalità
Il dossier di ANAC restituisce un’impronta chiara delle attuali tecniche corruttive. La condotta illecita più frequentemente registrata è la turbata libertà degli incanti (art. 353 c.p.) o del procedimento di scelta del contraente (art. 353-bis c.p.), che rappresenta il 28,3% dei reati contestati.
Si tratta dunque, nello specifico, di fattispecie in cui il bando viene “costruito su misura” attraverso specifiche tecniche ad hoc, o le offerte vengono concordate tra le imprese, alterando l’iter di affidamento a favore dell’impresa parte dell’accordo corruttivo. I patti sono insomma sovente “sporchi” alla fonte.
Seguono la corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319 c.p.) con il 22,2% e le pene per il corruttore (art. 321 c.p.) con il 21,2%. La truffa (artt. 640 e 640-bis c.p.) si attesta all’8,5%, mentre i reati di concussione (art. 317 c.p.) sono pressoché marginali, presenti in meno dell’1% dei casi.

«La lettura degli atti rivela che il dominus è talvolta la parte pubblica altre volte quella privata. Il soggetto pubblico offre a una o più imprese con cui ha tessuto e consolidato rapporti nel corso del tempo, la propria funzione in cambio della contropartita pattuita; in altri casi, è l’imprenditore che si propone, trovando terreno fertile e sfruttando pregressi rapporti professionali, di amicizia o conoscenza, divenendo a volte affidatario privilegiato di commesse in un determinato settore», si legge nel dossier.
La contropartita, spesso in denaro, comprende anche assunzioni, viaggi, oggetti di lusso, ristrutturazioni, automobili, sostegno elettorale, consulenze fittizie o sub-affidamenti a società riconducibili al pubblico ufficiale.
Il più delle volte, per occultare i passaggi di denaro si ricorre a schermature sofisticate: le dazioni illecite vengono dissimulate tramite la concessione di consulenze fittizie a società riconducibili al funzionario pubblico o ai suoi familiari. In alternativa, si ricorre al sub-affidamento di lavori a ditte collegate al dipendente infedele.
«La molteplicità e durata degli accordi illeciti è anche suffragata dalla presenza, in svariate situazioni, di una pluralità di appalti indiziati affidati nel corso anche di più anni. Poche sono le vicende isolate; nella maggior parte dei casi, la corruzione è un sistema più ampio e consolidato finalizzato all’accaparramento degli appalti», spiega ancora il report.
Gli attori
All’interno del rapporto di ANAC si spiega come, tra i 583 soggetti privati coinvolti, il 76% sia rappresentato da figure apicali, come titolari, amministratori e legali rappresentanti. Invece, tra i 411 soggetti pubblici, soltanto un 21% è costituito da figure politiche apicali quali sindaci e assessori.
La stragrande maggioranza – per l’appunto il restante 79% – sono infatti funzionari e dipendenti. «Neanche questo dato sorprende in quanto, come peraltro evidenziato nel precedente rapporto del 2019, la turbativa degli appalti pubblici, anche qualora veda il coinvolgimento di esponenti apicali, richiede il concorso materiale di figure più operative, quali i responsabili o membri degli uffici tecnici, responsabili unici di procedimento o di progetto (rup), figure di supporto alle stesse, commissari di gara, ecc.», viene scritto all’interno della relazione.
Un dato significativo riguarda poi il genere: su 994 imputati, solo 138 sono donne (poco meno del 14%). Nel settore pubblico, le donne impiegate presso le stazioni appaltanti coinvolte rappresentano il 17% del totale dei funzionari non apicali, a fronte di un’occupazione femminile nel pubblico (esclusa la scuola) di circa il 33%.
Nel settore privato, le donne coinvolte in casi di corruzione sono il 22%, contro un tasso di occupazione femminile del 42%. I dati sembrano dunque suggerire un minor coinvolgimento delle donne in episodi di corruzione, ipotesi che il rapporto non esclude possa riflettere un maggior grado di integrità, come indicato anche dalla letteratura scientifica.
Imprese, enti, settori
Solo di 307 imprese su 490 è disponibile il dato dimensionale: tra queste, il 39% è costituito da micro imprese, il 29% da piccole imprese, il 18,5% da medie imprese e il 12,7% da grandi imprese. Occorre però a questo punto evidenziare come, prendendo a riferimento la composizione dell’intero tessuto produttivo del Belpaese, le micro imprese rappresentino quasi il 95% del totale, le piccole il 3,2%, mentre medie e grandi insieme superano appena lo 0,5%.
Da ciò deriva come la quota di casi di corruzione attribuibile alle micro imprese (39%) sia nettamente più bassa rispetto al loro peso numerico; medie e grandi imprese risultano invece responsabili del 31% dei casi di corruzione, pur essendo meno dello 0,5% del totale delle imprese.
Tra le stazioni appaltanti, i Comuni sono la categoria più coinvolta: compaiono in 98 casi su 212, pari al 46,2% del totale. Se si sommano gli altri enti territoriali (regioni, province), si arriva a quasi il 53%. Gli enti del settore sanitario costituiscono invece il 20,8%, le società pubbliche il 14,2%. Gli enti pubblici centrali, come ministeri e agenzie governative, sono presenti in un numero limitato di casi (si arriva al 5,2%).
Quanto ai settori, oltre il 40% delle vicende corruttive ha interessato i lavori pubblici (manutenzione stradale, verde pubblico), seguiti dai servizi con il 32% (pulizie, gestione rifiuti, centri di accoglienza, servizi sociali e sanitari) e dalle forniture con il 9,5%. Per il 13,5% dei casi si tratta di appalti misti.

I territori
A livello geografico, il report dell’ANAC conferma una geografia della corruzione sostanzialmente sovrapponibile a quella già emersa nel precedente rapporto 2016-2019.
La Sicilia concentra quasi il 24% dei procedimenti penali, seguita dalla Campania con oltre il 18%. La prima regione del nord è la Lombardia, terza in classifica (10,4%); subito fuori dal podio ci sono il Lazio (9,6%) e la Puglia (8,1%).
Se si rapportano le statiche regionali alla popolazione residente, la Sicilia registra 5,4 casi per milione di abitanti, seguita da Abruzzo (4,7), Campania (4,5), Puglia (2,6), Piemonte (1,9), Lazio (1,6), Emilia Romagna e Lombardia (1,1). Le otto regioni con il maggior numero di casi restano a ogni modo invariate.
L’ANAC invita tuttavia a leggere con cautela la distribuzione territoriale: un numero basso (o addirittura l’assenza) di procedimenti non significa necessariamente che determinati territori possano dirsi totalmente o parzialmente estranei alla pratica. «Il fatto che in alcune regioni non compaiono episodi corruttivi o che il numero sia estremamente esiguo non ne implica l’estraneità al fenomeno corruttivo atteso che i dati, come già indicato in premessa, si riferiscono solo ai fatti emersi e comunicati dall’autorità giudiziaria», scrive l’Autorità nel rapporto.
Conclusioni
Alla luce di tutto ciò, l’ANAC traccia una strada obbligata: la repressione da sola non basta. Occorre potenziare la prevenzione attraverso protocolli di legalità, modelli organizzativi ex d.lgs. 231/2001, controlli sui conflitti di interesse e, soprattutto, meccanismi di controllo interni più efficaci, in particolare in tema di affidamenti diretti.
L’esperienza positiva dell’alta sorveglianza – che nel periodo 2014-2025 ha esaminato 1.687 procedure senza registrare casi di corruzione accertata – dimostra che è possibile mettere “in sicurezza” gli appalti attraverso controlli preventivi rapidi, capaci di coniugare trasparenza, qualità e velocità.
E le 72 proposte di misure straordinarie avanzate in questi anni, quasi tutte accolte dai Prefetti, hanno offerto la riprova dell’efficacia di un approccio che, laddove il reato è già stato commesso, punta a recuperare l’impresa e a garantire il completamento delle opere nell’interesse pubblico. La corruzione, insomma, si combatte non solo con lo scattare delle manette, ma con una profonda cultura della legalità e con strumenti amministrativi che possano in particolare prevenire il rischio, prima ancora che questo si trasformi in reato.

Stefano Baudino
Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.