A Grosseto un’azienda israeliana sta cercando di accaparrarsi il business dell’agrivoltaico

Dal blog https://www.lindipendente.online/

17 Agosto 2026 Dario Lucisano

Più di 36mila pannelli, oltre 30 ettari di terreno e opere di rete per una produzione di oltre 19 megawatt. È questo il progetto per la costruzione dell’impianto agrivoltaico “Ribolla”, situato nel comune di Roccastrada, in provincia di Grosseto. Il progetto interessa un’area situata nel Parco Nazionale delle Colline Metallifere ed è portato avanti da SPV Energy 3, azienda con zero dipendenti e un capitale sociale di 2.500 euro.

Dietro di essa si trova Shikun & Binui, colosso internazionale delle infrastrutture, del settore immobiliare e dell’energia, che collabora direttamente con l’esercito israeliano e genera profitti nei Territori Palestinesi Occupati. I cittadini si sono mobilitati contro la realizzazione del progetto, dando vita al collettivo “Diritti in Palestina” e lanciando una raccolta firme che ha quasi raggiunto le 5.000 adesioni.

«Il collettivo “Diritti in Palestina” si è costituito quando alcuni di noi sono venuti a conoscenza del procedimento amministrativo in atto, da parte della Regione Toscana, per la concessione dell’autorizzazione all’azienda SPV Energy 3 Srl per la realizzazione dell’impianto agrivoltaico denominatoRibolla”, situato nel comune di Roccastrada, in zona Vallone, e, in misura minore, nel comune di Grosseto».

Inizia così il comunicato con cui il collettivo “Diritti in Palestina” prova a fare luce sul progetto Ribolla. L’area interessata, spiega Alessandra a L’Indipendente, si trova all’interno del Parco Nazionale delle Colline Metallifere, un sito non protetto ma «di rilevanza storica», poiché fu teatro del disastro minerario di Ribolla del 1954, quando un’esplosione avvenuta a 260 metri di profondità, nel pozzo Camorra, causò la morte di 43 minatori.

Il progetto ha già ottenuto un primo via libera nell’ambito delle autorizzazioni ambientali. «A ottobre», ci spiega Alessandra, «si terrà la conferenza dei servizi», il tradizionale tavolo di confronto tra le istituzioni, e, se il progetto non dovesse essere fermato, «entro dicembre o gennaio dovrebbe arrivare l’autorizzazione».

A far scattare il campanello d’allarme tra i residenti è stato il proliferare di progetti legati alle rinnovabili in Italia, tema a cui L’Indipendente ha dedicato un articolo: molti di essi sono infatti «presentati da aziende israeliane segnalate nel rapporto annuale della Commissione ONU sui diritti umani come implicate, in vari modi, nell’occupazione illegale dei territori della Cisgiordania e di Gaza».

È bastato poco per notare che SPV Energy 3 Srl aveva qualcosa che non andava: l’azienda è infatti priva di dipendenti e dotata di un capitale sociale a dir poco irrisorio. Essa, approfondisce il collettivo, «è posseduta al 100% da Shikun & Binui Energy Europe B.V., con sede legale ad Amsterdam (Paesi Bassi), a sua volta controllata dall’israeliana Shikun & Binui».

Di qui la mobilitazione: Shikun & Binui è infatti inserita nel database di Who Profits, centro di ricerca indipendente sulle aziende coinvolte nell’occupazione israeliana in Palestina e in Siria; l’azienda, si legge nella pagina a essa dedicata, «ha un ruolo significativo nella costruzione e nell’espansione degli insediamenti e delle infrastrutture di occupazione nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est» e ha «partecipato alla costruzione della barriera che circonda la Striscia di Gaza assediata».

Verificata la posizione dell’azienda, gli attivisti hanno incontrato il sindaco di Roccastrada, che si è schierato dalla loro parte; hanno inoltre lanciato una raccolta firme con lo slogan «Impediamo la colonizzazione della Maremma», raccogliendo quasi 5.000 adesioni. Nel corso di questo mese, anticipa Alessandra a L’Indipendente, hanno intenzione di organizzare una manifestazione per contestare il progetto.

Non si tratta di una vuota presa di posizione: «Siamo ben consapevoli del fatto che far valere le risoluzioni ONU in merito alle violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele non abbia effetto legalmente vincolante, così come quanto dichiarato dalla Corte internazionale di giustizia e dalla Commissione d’inchiesta dell’ONU sulla Palestina, istituita nel 2021», spiegano gli attivisti. «Tuttavia, mettono gli amministratori di fronte alla responsabilità di consentire a un’azienda, la cui eticità è pari a zero, di lucrare sfruttando il nostro territorio con la scusa, perché altro non è, delle energie rinnovabili».

Il caso, contesta il collettivo, «rientra pienamente nella casistica delineata dalla risoluzione ONU del 18 settembre 2024, che obbliga i soggetti terzi a non sostenere la situazione in atto nei territori della Palestina occupata, specificando che ciò coinvolge anche “le relazioni economiche, commerciali e finanziarie”».

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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