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Lo Spiegone 23 agosto 26
Paesaggi della regione vinicola della Valle della Bekaa, Libano
Dal 1978, anno della sua fondazione, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha iniziato un lungo conflitto con lo Stato turco, combattuto tra le montagne dell’Anatolia orientale ma preparato (almeno dal 1998) a Qandil – Iraq settentrionale – con miliziani addestrati nel nord-est della Siria. Tra il 2011 e il 2013, i gruppi tuareg precedentemente arruolati dal dittatore libico Muammar Gheddafi per reprimere la Rivoluzione del 2011, tornarono nel Sahel attraverso le rotte desertiche di loro conoscenza con le armi del regime.
La loro esperienze e i loro armamenti contribuiranno allo scoppio della guerra civile in Mali. Dagli anni Novanta circa, dopo l’esodo dei tutsi in fuga dal genocidio in Rwanda, le milizie a base etnica della regione del bacino del Congo finanziano le proprie attività con la vendita di minerali estratti, trasportati e venduti da una parte all’altra dei confini statali.
Raramente i conflitti che riguardano una o più componenti etno-religiosi o politiche di uno Stato si limitano a coinvolgere un unico Paese. Spesso, si tratta di conflitti attenzionati da più di un attore internazionale, dal momento che le tensioni in un Paese possono rappresentare un’occasione per uno Stato confinante.
La comunione di interessi tra una minoranza armata intenta a rovesciare un regime e uno Stato esterno al conflitto ma disposto a fornire assistenza per perseguire una strategia prende spesso la forma di conflitti transfrontalieri.
Simili dinamiche si verificano per lo più nelle “periferie” , o Sud Globale, dove i confini nazionali hanno un significato diverso rispetto al resto del mondo. Se nella gran parte dell’Occidente, soprattutto in Europa, siamo abituati a considerare i confini come la fine/inizio della giurisdizione di uno Stato o una linea segnata sfruttando un confine naturale, in Africa, Asia e, a tratti, in Sud America, i confini rimangono un’eredità di epoca coloniale.
Il caso più eclatante è sicuramente quello del continente africano, dove molti Paesi presentano confini segnati sulla linea di meridiani e paralleli da parte delle precedenti potenze coloniali, senza riguardo per l’unità dei popoli nativi. Diversi gruppi etnici si sono ritrovati, con la fine dell’epoca coloniale classica, divisi e frammentati da linee rette.
Tuttavia, i confini, soprattutto se le autorità non sono in grado di controllarli, rimangono linee immaginarie. Quando si definiscono i confini “linee immaginarie” infatti, non ci si riferisce agli effetti politici (cittadinanza, diritti, eccetera) derivanti dall’amministrazione di un territorio, quanto piuttosto al fatto che legami etnici, religiosi, politici e personali delle comunità coinvolte non vengono recisi.
Commerci, visite familiari, feste religiose, ecc sono tutti eventi che si verificano quotidianamente e che portano persone di nazionalità diverse ad attraversare confini per adempiere a doveri personali.
A volte, invece, i confini vengono attraversati per combattere, spesso in difesa di quelle componenti etniche oltre confine che sono (o vengono percepite come) minacciate dal governo centrale. Addirittura, anche in epoca coloniale, diverse guerre insurrezionaliste e anti-coloniali sono partite al di là dei confini delle regioni coinvolte.
In tal caso, operare dall’aldilà delle frontiere comporta diversi vantaggi strategici.
Lo studio dei “santuari” transfrontalieri nei warfare studies: i vantaggi strategici di operare oltre confine
Uno degli errori più comuni nello studio di insurrezioni e conflitti civili è credere che siano geograficamente localizzati e limitati all’interno dei confini politici del Paese in cui vengono combattuti. Spesso, questa considerazione erronea viene addirittura riprodotta nei modelli e linee guida fornite a policymakers, militari e diplomatici attivi nelle aree di conflitto. Uno studio più approfondito delle dinamiche dei moderni conflitti dimostra però l’esatto contrario.
Per anni, in Iraq, le forze occidentali sono state costrette ad interfacciarsi con la natura transnazionale dei movimenti insurrezionalisti (che fossero sciiti o sunniti). Molte sigle islamiste, di fatto, reclutano i propri membri tramite reti etno-religiose o personali che arrivano ben oltre i confini iracheni, spesso in Siria e Giordania – per esempio, la provincia di al-Anbar, nell’est dell’Iraq, al confine con la Siria, è stato di recente rinforzato con un lungo muro proprio per evitare l’attraversamento da parte di milizie armate che sfruttano la porosità del confine desertico.
Esempi simili sono rintracciabili in diversi contesti e in diverse epoche storiche: in Afghanistan, durante la guerra civile iniziata nel 1978, molti dei mujaheddin impegnati a combattere le forze sovietiche provenivano da Paesi limitrofi ed erano reclutati tramite reti etno-religiose. Durante la guerra del Vietnam, migliaia di vietcong ricevevano la loro formazione militare al confine con la Cina o in Laos – con il beneplacito dei governi locali – prima di venire inviati sul campo di battaglia.
Nel 1989, il National patriotic Front of Liberia, lanciò l’offensiva contro il regime di Monrovia dalla Costa d’Avorio, Paese che ne ospitava i campi di addestramento. Lo stesso si può dire dei ribelli sudanesi attivi in Darfur: molti degli attacchi sono stati lanciati da miliziani cresciuti e addestrati nei campi profughi in Chad. In Sudamerica, invece, le FARC (attive in Colombia) hanno spesso utilizzato basi nascoste nelle giungle ecuadoregne o venezuelane come luoghi dove riposare dopo grandi operazioni anti-governative.
Ognuno dei gruppi armati menzionati presenta proprie peculiarità. Eppure vi è un pattern comune, ovvero l’utilizzo di basi oltre i confini del Paese in cui si combatte.
Ricercatori e analisti esperti di conflitti usano un termine specifico per indicare le basi oltre confine: santuari. Tale termine indica infatti la loro caratteristica principale, nonché funzione strategica: la relativa inviolabilità. La scelta di addestrare, formare o detenere armamenti e guerriglieri aldilà di un confine aiuta a ovviare più di un problema strategico. Non solo sono luoghi tenuti e legati alla diaspora o a comunità etniche e/o religiose spezzate dai confini (come il PKK tra Siria, Turchia e Iraq e le milizie kurde-iraniane basate in Iraq), ma ricadono in una giurisdizione differente da quella del regime che si vuole combattere.
Spesso, un regime repressivo nei confronti di una minoranza, non ha la capacità militare o l’intenzione politica di attaccare i santuari ribelli in un Paese confinante, in quanto sarebbe una violazione della sovranità di uno Stato che legittimerebbe una risposta altrettanto violenta e comporterebbe il serio rischio di un conflitto aperto.
Soprattutto durante conflitti civili e insurrezioni, poter muovere forze militari e materiali da un Paese all’altro – uno in conflitto aperto e uno no – permette l’addestramento di nuove forze, il soccorso dei feriti e la preparazione di piani logistici in relativa tranquillità. In moltissimi casi, i santuari sono anche i luoghi dove viene studiata e preparata la propaganda di una specifica milizia, o dove viene creata l’impalcatura politica che ne giustifica l’esistenza (come i vietcong istruiti al maoismo o le lezioni tenute da Abdullah Ocalan nei campi del Pkk in Siria).
Molto spesso, i santuari, oltre a essere campi d’addestramento e basi logistiche sono anche insediamenti e luoghi di vita quotidiana (come ad esempio il campo profughi di Tindouf, in Algeria, casa di migliaia di profughi saharawi e di diversi gruppi armati), che mostrano il connubio e gli stretti legami tra popolazioni esuli/profughi e i gruppi armati che ne rivendicano i diritti e la rappresentanza politica.
L’esistenza stessa di tali santuari è ormai considerata una condizione necessaria per la resilienza di milizie e gruppi insurrezionalisti, e rappresenta uno dei fattori di rischio più studiati nei warfare studies: i santuari non solo rischiano di trascinare altri Stati nei conflitti in corso in Paesi confinanti, ma impedisce che un gruppo ribelle venga completamente distrutto o annientato in quanto dotati di basi dove riorganizzarsi, cambiare strategie e addestrare nuove reclute.
Tuttavia, quando si parla di santuari e guerre civili, è impossibile non menzionare la modularità delle relazioni tra gruppi armati non statali e i governi che li “ospitano” entro i propri confini.
Né pedine né protettori: il rapporto tra milizie e Stati
Ovviamente, affinché un santuario funzioni vi è bisogno del sostegno – o per lo meno della tolleranza – dello Stato entro i cui confini si trova la base di un gruppo armato. I rapporti tra milizie “ospitate” e governi “ospitanti” sono un altro importante oggetto di analisi nei warfare studies. Generalmente, il rischio è quello di considerare i gruppi armati attivi in un Paese e “ospitati” in un altro come delle mere pedine.
Di solito, infatti, i cosiddetti proxies (gruppi non statali le cui attività belliche perseguono gli interessi di uno Stato) sono descritti dalla stampa mainstream come mercenari e automi. Tuttavia, un’analisi più approfondita dimostra facilmente la modularità (o flessibilità) delle relazioni tra milizie e governo ospitante.
Il PKK, ad esempio, è stato ospitato in santuari nel nord-est della Siria dal regime di Hafez Asad fino agli anni Novanta: per più di un decennio, Damasco ha considerato la milizia curda una carta da giocarsi con Ankara, da usare per pressare il vicino. Quando però la Turchia minacciò di bloccare le acque dell’Eufrate (vitale per l’agricoltura siriana) o addirittura di svolgere operazioni militari oltre confine, Asad fu costretto a espellere buona parte del PKK dal proprio Paese.
Allo stesso modo, i gruppi armati palestinesi tollerati per anni dalla monarchia hashemita di Giordania sono stati scacciati dal Paese con le armi nel famoso Settembre nero quando i costi della permanenza dell’OLP superarono i suoi benefici.
Le relazioni tra gruppi armati e Paesi ospitanti sono quindi modulari: un governo potrebbe negare la tolleranza concessa a una milizia sotto la minaccia di un’invasione esterna o di altre misure (come gli embarghi economici), così come a termine di trattative con Stati confinanti. Tollerare un gruppo armato è ad esempio uno strumento diplomatico per dialogare da una posizione di forza con un Paese rivale.
Allo stesso modo, i gruppi armati possono ottenere tolleranza o addirittura sostegno da un governo dietro la promessa di perseguirne gli obiettivi o la minaccia di portare il conflitto nel Paese. In altri casi, la tolleranza è quasi imposta dalle condizioni, qualora il governo “ospitante” non fosse – per varie ragioni – capace di far valere la propria forza su un gruppo armato. D’altro lato, anche il gruppo armato può rifiutare di adeguarsi agli interessi del proprio sponsor e magari avviare operazioni in loco per pressare il governo ospitante.
In conclusione, le insurrezioni e le guerre civili che vengono raccontate e studiate non sono limitate e localizzate in un unico territorio o Paese ma spesso si intersecano con le relazioni internazionali dell’area.
Spesso, questa intersezione prende la forma di milizie transnazionali e operazioni transfrontaliere, eseguite da una milizia X in un Paese A ma preparate in un Paese B, ma solo fino a quando B e X avranno interessi congiunti nel combattere A. In caso contrario, X potrebbe dover cambiare strategia di fronte a un avvicinamento/risoluzione tra A e B…Non a caso, il tracciamento e l’osservazione dei gruppi armati non statali è una delle mansioni più difficili nei warfare studies: i confini non separano necessariamente i conflitti; a volte sono ciò che permette ai conflitti di continuare.