Miserie (e speranze) dell’estate italiana

Dal blog https://volerelaluna.it/

20-08-2026 – di: Sergio Labate

Ricordo nitidamente e con una certa nostalgia i giorni impigriti delle mie estati da adolescente. Quando l’unica domanda significativa che accompagnava le mie ore era la seguente: “che m’invento per perdere tempo anche oggi?”. Una delle risposte più gettonate – dopo il vizio quotidiano del mare calabrese – era certamente legata agli “altri sport”, che finalmente trovavano diritto di cittadinanza: era gustoso osservare la fatica degli altri mentre io ero dedito alla minuziosa e severa disciplina dell’ozio. Quest’estate – con la scusa di un jet-lag da smaltire e di un figlio a cui pare abbia trasmesso l’attitudine alla pigrizia e poco altro (per fortuna) – ho provato per qualche giorno le stesse sensazioni, di fronte ai campionati europei di atletica e di nuoto.

Dove voglio arrivare – il senso politico della faccenda – è molto prevedibile ed è stato oggetto di considerazioni sparse e numerose. Ma propongo di arrivarci a modo mio. Cominciando con l’osservare quanto il mondo sia cambiato – sono passati almeno trent’anni, ad occhio – anche nello sport. Ai tempi che la mia memoria custodisce con la stessa grazia delle fragole del film di Bergman, il calcio italiano era vincente dovunque. Il campionato non cominciava già in pieno agosto come accade ora e il tempo dedicato agli altri sport era più esteso. In più non c’era la copertura mediatica che c’è adesso, sia per quantità sia per qualità. Si vedeva quel poco che passava il convento, vale a dire mamma Rai e la sua scarna programmazione in chiaro. Del tennis, per fare solo un esempio, si vedevano solo alcune partite dei grandi tornei. Affidate alle telecronache ironiche e iconiche di Bisteccone Galeazzi e Panatta o, quando andava proprio bene, di Tommasi e Clerici. Adesso tutte le telecronache prendono esempio da quelle calcistiche: l’unica misura possibile è la dis-misura, l’urlo, l’enfatizzazione, l’eccitazione permanente. Per un calcio d’angolo conquistato Lele Adani è in grado di esaltarsi molto più di quanto Nando Martellini abbia gioito al gol di Tardelli contro la Germania. È il senso e il peso delle cose che si è modificato. Tra Martellini e Adani la differenza non è solo di stile, ma di Weltanschauung: un mondo in cui vivere non è per forza eccitarsi contro un mondo in cui senza eccitazione e affermazione di sé è inutile persino vivere (anche Ranucci temo condivida la stessa Weltanschauung di Adani, ma questa è un’altra storia). Al contrario del calcio che vinceva, negli altri sport eravamo scarsini. Ci si impegnava, ma i campioni erano rari e preziosi. Non c’era Sinner, ma il mitico Paolino Cané; nell’atletica e nel nuoto si aspettava il campione come un’eccezione.

Oggi invece tutto sembra rovesciato. Persino le prime pagine della Gazzetta dello Sport sono quasi costrette a dare più spazio ai grandi campioni sportivi e mettere in secondo piano i sogni quotidiani del calciomercato (nonostante per la metà dei maschi italiani – sia quelli che piacciono tanto a Vannacci sia quelli come me, è inutile negarlo – l’unico studio ammesso in estate, per non dire nella vita, è quello dedicato all’asta del fantacalcio prevista a fine agosto). Il decadente orgoglio patriottico (sempre per citare il generale) reso precario dal calcio è rinvigorito dai successi degli altri sport. Sono troppe e troppo eclatanti le vittorie e i personaggi per poterli ignorare o minimizzare. Sono troppi e molti di loro sono seconde generazioni di una società che è radicalmente cambiata: di colore, mussulmani (e non terroristi, come è possibile?), vengono da storie che contestano fattivamente le retoriche del suolo e del sangue, della purezza e della razza. Pesano per il 30 per cento delle medaglie contro il 12 per cento dell’insieme dell’anagrafe nazionale. Sono peraltro anche quelli che forse permetteranno al calcio di rialzarsi (con decenni di ritardo rispetto a nazionali come Francia o Germania).

Vederli gareggiare è davvero interessante, almeno quanto sentirli parlare. E non perché bisogna farne una stilizzazione, quasi fossero prototipi di animali rari: santificarli e proteggerli come “migliori amici dell’uomo”. Ma proprio per il contrario: perché rappresentano in pieno la latenza di speranza che le nuove generazioni portano con sé. Cantano, ridono, pubblicano balletti su TikTok, parlano una lingua fatta di slang per me incomprensibili, sono disinibite e narcisiste, sono curiose e informate ma in maniera disordinata e, soprattutto, senza la mediazione delle ideologie e della politica. Non fanno del colore della loro pelle o della religione che professano (beati loro che ancora hanno un dio in cui credere davvero) un pretesto identitario, non sono affatto seguaci del “woke”, piuttosto il contrario. Ci sbattono in faccia l’incredulità di fronte al fatto che ci sia ancora qualcuno che giudichi gli altri per il colore, per la religione, per il genere. Che la nostra identità sociale possa ancora passare per pregiudizi così arcaici. Spazzano via l’intera miseria di una certa politica che non solo non si vergogna di se stessa ma che si sta inopinatamente ringalluzzendo. E non lo fanno semplicemente perché vincono. In realtà, ciò che mi pare politicamente significativo della loro irruzione sulla scena pubblica non è semplicemente la demistificazione dei pregiudizi di cui abbiamo parlato: per conto mio il razzismo cavalcato dalle destre è il segno della loro inevitabile decadenza futura. Le nuove generazioni non sanno che sia il razzismo: sono cresciute in aule confuse, meticce, piene di colori e culture e storie. Ed è questa la loro bellissima normalità. Il razzismo non è che un sintomo di un paese ancora egemonizzato dai bisogni e dai timori dei vecchi come noi: un po’ come certa sinistra, è morto ma non sa ancora di esserlo. Più del perché vincono, mi colpisce come vincono. Uno schiaffo in faccia al culto della vittoria a tutti i costi, del principio di prestazione, dell’idea imbelle per cui chi vive di rendita si crede nondimeno autorizzato a sentirsi superiori agli altri. In un paese in cui a dirigerci c’è gente come Paolo Mieli, Lele Adani, Carlo Calenda, Leonardo Maria Delvecchio e via andando, lo sport è ancora uno straordinario strumento educativo e politico: perché ci ricorda che non si può vincere se non mettendo in conto di perdere.

Difatti finiscono per perdere per un solo centesimo e non recriminano, semplicemente riconoscono di dover lavorare di più (altro che vivere della rendita del proprio talento, come Balotelli o Zaniolo o tante altre sfaticate promesse del recente calcio italiano); oppure rendono sempre onore all’avversario e non con frasi fatte. Non si sognerebbero mai di prendersela con gli arbitri, di sminuire il valore altrui; fanno sport individuali eppure tengono oltremodo ai risultati di squadra (mentre i calciatori praticano uno sport di squadra ma sembrano ormai interessati esclusivamente a se stessi). È inutile dire che c’è in questa irriducibile resistenza dello sport anche una forma incosciente e involontaria di critica al capitalismo. Si potrebbe sintetizzare così: lo sport è per loro ancora un lavoro simbolico e culturale. Serve non solo a vincere o perdere, ma anche a capire la vita, ad attribuire significati agli eventi, a manifestare una capacità di reazione che non è solo istintiva ma è ancora del tutto umana: dove ho sbagliato, come posso migliorare, che senso posso dare a ciò che accade, indipendentemente dal fatto che abbia vinto o abbia perduto. Un’eccedenza umana che non è ancora riassorbita dal puro lavoro prestazionale ed economico del calcio. Che invece non è più metafora di nulla, tanto meno della vita, proprio perché è solo un’impresa capitalistica e nient’altro.

L’ignoranza dei calciatori è allora quasi un loro prerequisito necessario: è del tutto funzionale a un mondo che si auto-comprende esclusivamente in termini economici, tanto quanto l’elaborazione degli eventi degli altri sportivi avviene in forma più mediata, più complessa, più esistenziale, più sociale, più umana. Oltretutto avviene con un linguaggio che – contrariamente alle nostre condanne preventive nei confronti dell’analfabetismo delle nuove generazioni che non leggono libri – dimostra un’inaspettata appropriatezza. Non sono intellettuali, ma almeno le parole le cercano – si vede che ne conoscono mille e non quelle solite venti – e se devono parlare altre lingue lo fanno con scioltezza. Uno schiaffo in faccia a quegli italiani maschi e bianchi che dai banchi della politica rivendicano – come Vannacci nel suo osceno programma elettorale – i controlli sulla conoscenza della lingua italiana e che non sanno mettere in fila sensatamente neanche un pensiero elementare. Quanto alla capacità di usare la lingua come uno strumento culturale, i politici sono molto più simili ai calciatori che a questa generazione di sportivi che se la cava brillantemente. L’economia della prestazione non è l’unico paradigma del senso che resta e nemmeno l’unico principio con cui esprimiamo i nostri giudizi e le nostre emozioni (“abbiamo vinto, siamo stati bravi” oppure “abbiamo perso, siamo stati sfortunati”. Che povertà simbolica e culturale che ci offre ormai il calcio!). È questo ciò che davvero mi offre speranza, non soltanto l’evidenza di un processo di mescolanza che è ormai consolidato ed acquisito. Certo, queste speranze arrivano da un mondo e da una generazione che rivendica la propria impoliticità. E forse un poco di ragione ce l’ha, dal momento che di fronte a tutto questo la politica appare una scena dominata esclusivamente da miserie.

Non parlo soltanto delle destre razziste. Proprio mentre guardavo Sara Curtis o Nadia Battocletti, leggevo le farneticanti (e scontate) tesi del programma di Futuro Nazionale. Una regressione tribale, un’esplicita professione di fede in un mondo che non c’è più e che non potrà più tornare. Che è stato superato da decenni di consapevolezze storiche, autocritiche culturali, responsabilità collettive a cui anche i politici erano in grado di essere fedeli. Una contraddizione così stridente da rendere evidente anche l’ingiustizia sociale che porta con sé. I nuovi potenti non hanno più modo di legittimare la propria superiorità: non sono più bravi, non sono più colti, non sono più responsabili, non sono più brillanti. Gli resta di essere solo più italiani, più maschi, più forti, più ricchi: che altri “meriti” possono rivendicare in effetti?

Ma anche la discussione a sinistra non mi pare meno volgare. Mentre il mondo va a fuoco e le nuove generazioni rivendicano impoliticamente contenuti che aspettano solo qualcuno che li elabori politicamente, a quanto pare il centro sinistra seleziona i propri leader sulla base del narcisismo, tra concerti per vip in Costa Smeralda oppure cene riservate a persone accecate dalla loro cattiveria o dalla loro psicopatologia. C’è chi, non contento dei danni irreparabili che ha già procurato, si erge a grande elettore e propone la misteriosa carneade politica Silvia Salis (che per una curiosa coincidenza ha preso parte al rinascimento sportivo italiano) come ennesimo cavallo di Troia. C’è chi vive di affari opachi e invece di venire emarginato diventa un uomo affidabile, addirittura il migliore amico del presunto eroe. Poi c’è appunto l’eroe, che siccome fa più o meno bene il proprio lavoro crede di essere il miglior uomo del mondo: di poter trattare le proprie stagiste con la stessa volgarità di Berlusconi ma senza essere giudicato volgare come lui, di poter promuovere i propri libri come fossero capolavori assoluti, di potersi paragonare a chi ha perduto la vita non per ingenuità o narcisismo ma per onestà civile. Crede persino di essere il più adatto a rappresentare politicamente gli italiani. Infine abbiamo l’anziano e scafato tuttologo, opinionista (né giornalista né storico, abbiate pietà delle parole) chiaramente di destra che però mette bocca su chi debba essere il leader del centro sinistra ed è disposto a barattare moralità e pudore non per un piatto di lenticchie, ma per uno di spaghetti con vongole ben sgusciate. Mentre la destra somiglia sempre di più ai filmati secolari dell’Istituto Luce (o alla geniale parodia di Fascisti su Marte), il centro sinistra è sempre più simile a una commedia all’italiana degli anni Sessanta: grottesco, amaro, senza etica né estetica, senza riguardo per nessuno e senza speranza alcuna. Che abbiamo fatto per meritarci tutto questo? Che miseria deve apparire la politica italiana, vista con lo sguardo affaticato e orgoglioso delle nuove generazioni che cercano disperatamente la loro strada e ci danno lezioni su come vivere, a noi che stiamo impigriti sulle nostre poltrone e con aria di superiorità facciamo pesare ancora il “primato della politica”? Che miseria che dobbiamo sembrare, noi che pretendiamo di dare buoni consigli e non abbiamo ancora smesso di dare cattivi esempi?

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