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Agosto 25, 2026 Di Francesco Cappello
Sì moltiplicano le voci che affermano che le classi politiche contemporanee hanno completamente smarrito il giusto timore delle armi atomiche che aveva guidato i leader della Guerra Fredda, trasformando l’arma di distruzione di massa da tabù assoluto a opzione tattica contemplabile.
Non è a caso che l’Occidente ha lasciato scadere tutti i trattati di limitazione e controllo degli armamenti nucleari (vedi Il rischio Nucleare. La nuova guerra fredda – Il New Start – il trattato sulla riduzione delle armi nucleari. Un “Nuovo Inizio”?)
A Washington si intensificano i dibattiti sull’uso di armi nucleari tattiche contro l’Iran o sulla convenienza di dichiarare la vittoria sostenendo di aver fermato un ipotetico programma atomico iraniano che l’Iran non ha mai sviluppato, accettando per anni le ispezioni più severe della storia da parte dell’AIEA nell’ambito dell’accordo JCPOA.
L’ex deputata Marjorie Taylor Greene, attraverso un post sulla piattaforma X, ha sostenuto che nei vertici strategici governativi si starebbe valutando l’impiego di testate nucleari contro l’Iran. Ha dichiarato: “Stanno discutendo dell’uso di armi nucleari contro l’Iran in incontri strategici. Non sto speculando, lo so. Ed è puro male”.
Oggi, l’uso costante della minaccia nucleare da parte dell’Occidente e di Israele sta frantumando il Trattato di Non Proliferazione.
L’Occidente ha creato infatti un sistema di incentivi perverso e pericoloso: paesi come la Corea del Nord, dotati di deterrenti nucleari, sono al sicuro da invasioni, mentre nazioni come la Libia o l’Iraq, che hanno rinunciato ai propri programmi nucleari, sono state distrutte.
Se venisse impiegata anche una sola arma nucleare tattica, si spingerebbero da trenta a quaranta paesi nel mondo a sviluppare immediatamente un proprio arsenale atomico per garantire la propria sopravvivenza. Questo mutamento è già evidente nell’opinione pubblica iraniana, dove la maggioranza dei cittadini, a seguito degli attacchi subiti, si dichiara ora favorevole all’acquisizione di un deterrente nucleare, mentre le élite liberali iraniane hanno abbandonato ogni speranza di dialogo con l’Occidente, accelerando l’integrazione del paese nei BRICS e nell’asse con Russia e Cina.
La detonazione di un ordigno tattico spezzerebbe istantaneamente l’equilibrio strategico globale
Ogni simulazione bellica mostra che l’uso di una singola arma nucleare tattica innesca una rincorsa di escalation che culmina inevitabilmente in uno scambio nucleare generale e nella cancellazione della vita sul pianeta (vedi Le prime ore del conflitto provocherebbero più di 90 milioni di persone uccise e ferite).
Stiamo vivendo in un’epoca in cui il rischio di un’escalation nucleare ha raggiunto i livelli più alti e pericolosi della storia umana, eppure la percezione pubblica di questo pericolo sembra essersi quasi del tutto anestetizzata. La causa scatenante di questa nuova fragilità risiede in un paradosso logistico e industriale: gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO stanno rapidamente esaurendo le scorte di armi convenzionali di precisione, come i missili Tomahawk o i sistemi di difesa Patriot. La capacità di rimpiazzare questi arsenali è estremamente lenta ed è condizionata dalla dipendenza dalle terre rare cinesi. Questa drammatica scarsità di risorse tradizionali sta spingendo i pianificatori strategici a modificare le proprie dottrine militari, abbassando pericolosamente la soglia per l’uso delle armi atomiche.
Di fronte a questa incapacità di sostenere uno scontro convenzionale prolungato, i funzionari della difesa statunitense stanno modificando le linee guida operative per adottare la logica dell’impiego preventivo e precoce di armi nucleari tattiche nelle primissime fasi di una crisi per compensare la debolezza delle truppe di terra “giustificato” anche dall’impossibilità di distruggere con armi convenzionali i complessi atomici sotterranei la tentazione di un attacco nucleare preventivo rimanga un’opzione costantemente sul tavolo dei comandi strategici.
Il progressivo ridefinirsi dell’architettura di sicurezza lungo il confine orientale della NATO si manifesta attraverso un parallelo processo di revisione legislativa nei Paesi nordici e baltici, culminato in una dura reazione diplomatica da parte della Russia. In Finlandia, questo percorso normativo si è già formalmente concluso con la riforma della legge sull’energia nucleare del 1987, approvata dal parlamento di Helsinki il 17 giugno 2026 con 125 voti favorevoli e 61 contrari. Promulgata dal presidente Alexander Stubb ed entrata in vigore il primo luglio 2026, la nuova legge rimuove i vincoli storici del Paese, consentendo l’importazione, il transito, il trasporto e lo stoccaggio temporaneo di armi nucleari per esigenze legate alla difesa nazionale e alle esercitazioni dell’Alleanza Atlantica. Come dichiarato dal ministro della Difesa Antti Häkkänen e confermato dallo stesso presidente Stubb, la misura serve a garantire la piena integrazione nell’ombrello di deterrenza della NATO.
Sulla stessa traiettoria si inseriscono le dinamiche in corso nella regione baltica, dove a inizio luglio 2026 un gruppo di cinquanta deputati del parlamento lituano ha presentato un emendamento costituzionale per abrogare l’articolo 137, la norma che vietava l’installazione di armi nucleari e la presenza di basi straniere, motivando la decisione con la necessità di allinearsi agli standard difensivi della NATO. L’insieme di questi passaggi legislativi nel Nord e nell’Est Europa ha suscitato la reazione del Cremlino: in un’intervista rilasciata il 29 luglio 2026 al direttore generale della TASS Andrey Kondrashov, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha direttamente accusato la Lituania e la Lettonia di voler rimuovere le restrizioni sull’armamento atomico, arrivando a definire gli Stati baltici come le principali testate d’attacco dell’Occidente orientate contro la Russia.
In più la minaccia formale di Mosca di considerare gli attacchi in profondità alla federazione russa, e più specificatamente ai dispositivi di difesa e di attacco nucleare russi (vedi Sognano di rendere innocuo l’arsenale nucleare russo attaccandolo a terra per prepararsi ad un Atomic First Strike?), come un’aggressione nucleare diretta da parte dell’Occidente e di inserire Washington tra i bersagli, alti vertici dello Strategic Command americano sono arrivati a dichiarare pubblicamente che gli Stati Uniti sarebbero “pronti a vincere uno scambio nucleare”. Una dichiarazione accoppiata all’ammissione consapevole che “vincere” significherebbe la fine della Repubblica costituzionale americana e la morte della quasi totalità della popolazione, una consapevolezza scritta nera su bianco sul documento, Providing for the Common defense. The Assessment and Recommendations of the National Defense Strategy Commission”, pubblicato nel novembre 2018.(vedi Umanità al bivio).
L’idea che si sta facendo strada negli ambienti di comando è quella dell’escalation per de-escalation: l’impiego strategico di armi nucleari cosiddette “tattiche” o a basso potenziale già nelle prime fasi di un conflitto con una grande potenza, nella speranza illusoria di terrorizzare l’avversario e costringerlo alla resa.
Questo mutamento di paradigma ha portato allo sviluppo e alla modernizzazione delle cosiddette armi nucleari usabili, ovvero ordigni tattici a basso potenziale come le bombe B61 o le testate W76-2 montate sui missili Trident.
Questa logica si fonda su un pericoloso inganno linguistico. Battezzare un’arma nucleare come “tattica” suggerisce che si tratti di un dispositivo contenuto o quasi convenzionale, ma la realtà scientifica è ben diversa. Le bombe B61-12 stoccate nelle basi europee, inclusa l’Italia, possono essere impostate su una potenza compresa tra lo 0,3 e i 50 kilotoni. A titolo di confronto, la bomba che rase al suolo Hiroshima era di 15 kilotoni e scatenò una tempesta di fuoco che non lasciò scampo a nessuno. Inoltre, ogni simulazione bellica effettuata nel corso dei decenni ha costantemente dimostrato che l’uso anche di un singolo ordigno tattico non porta mai alla negoziazione, ma innesca una reazione a catena incontrollabile verso la guerra nucleare totale.
Questa dottrina estremamente azzardata si inserisce in teatri geopolitici già sull’orlo del baratro. Nel Medio Oriente, la presenza dell’arsenale atomico non dichiarato di Israele, dotato di capacità di secondo colpo tramite sottomarini e bombe a neutroni (La bomba a neutroni), e la vicinanza dell’Iran alla soglia nucleare creano uno scenario in cui un attacco reciproco causerebbe decine di milioni di vittime in poche ore. Contemporaneamente, come analizzato sopra, in Europa si assiste alla progressiva militarizzazione dei confini con la Russia, all’apertura di nuove basi nei paesi nordici e alla pianificazione di acquisti di armi a lungo raggio in grado di colpire in profondità il territorio russo. Di fronte a una potenza con oltre quattromila testate e missili ipersonici impossibili da intercettare, le élite politiche e i media occidentali continuano a narrare la deterrenza alleata come difesa legittima, bollando al contempo i moniti avversari come mero ricatto. Si è persa del tutto la memoria della diplomazia degli anni Ottanta, quando i leader mondiali riconoscevano che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta, sostituendo il disarmo con le logiche di profitto del complesso militare-industriale.
Se questa spirale dovesse spezzarsi e si arrivasse all’ordine di attacco, lo svolgimento del conflitto nucleare seguirebbe tre fasi drammatiche e devastanti
La prima fase, nell’arco di pochissimi minuti dal lancio, vedrebbe detonazioni nucleari ad altissima quota progettate per generare un gigantesco Impulso Elettromagnetico (EMP). Questo fenomeno friggerebbe all’istante le reti elettriche, i sistemi di comunicazione e le infrastrutture elettroniche di interi continenti, facendoci piombare nel buio tecnologico prima ancora dell’impatto al suolo.
La seconda fase, entro una mezz’ora, vedrebbe l’arrivo dei missili balistici intercontinentali sulle basi strategiche, sui nodi di comando e sulle principali città. Le palle di fuoco, calde quanto il nucleo del sole, vaporizzerebbero ogni cosa nelle immediate vicinanze, mentre l’onda d’urto e il calore di irraggiamento trasformerebbero le metropoli in inferni a cielo aperto.
Tuttavia, la distruzione immediata e le radiazioni rappresentano solo la parte iniziale dell’apocalisse.
La terza fase, la più letale e globale, è rappresentata dall’inverno nucleare. Le imponenti tempeste di fuoco generate dalle città in fiamme immetterebbero oltre 150 milioni di tonnellate di fuliggine e fumo nero direttamente nella stratosfera. Riscaldato dalla luce solare, questo strato di fumo si solleverebbe al di sopra delle nubi piovane e si diffonderebbe su tutto l’emisfero settentrionale, rimanendo intrappolato per oltre un decennio e bloccando i raggi del sole. Le temperature mondiali crollerebbero drasticamente, facendo scendere i terreni agricoli di venti gradi anche in piena estate e distruggendo la produzione alimentare mondiale. Si stima che oltre cinque miliardi di persone — compreso circa il 99% della popolazione di Stati Uniti, Europa, Russia e Cina — morirebbero non per le esplosioni, ma per una lenta e atroce carestia globale.
Si consideri inoltre che data l’estrema rapidità con cui si svolgerebbe una guerra nucleare globale, i sistemi di allerta e reazione risultano sempre più affidati all’intelligenza artificiale piuttosto che alla ragionevolezza umana (vedi L’intelligenza artificiale chiamata a decidere la guerra atomica). Se si considerano, in questo nuovo contesto di automatizzazione i falsi allarme che hanno caratterizzato tutto il periodo della guerra fredda, è facile intendere che il sistema della guerra nucleare è sempre più tragicamente intrinsecamente instabile.
Risolvere una rivalità geopolitica attraverso il soffocamento economico o la minaccia di armi atomiche dimostra una totale cecità di fronte all’interdipendenza del mondo moderno.
Tutti gli attori coinvolti sarebbero perdenti assoluti. L’intera società globale sarebbe trascinata verso una crisi da cui nessuno potrebbe uscire vincitore
In questo scenario tragicamente realistico emerge l’assoluta e totale inutilità della guerra nucleare come strumento di risoluzione dei conflitti. Non esistono obiettivi politici, confini territoriali o ideologie nazionali che possano giustificare la cancellazione della vita sulla Terra. Quando le conseguenze di un attacco distruggono la biosfera e condannano all’estinzione anche chi ha sferrato il primo colpo, la vittoria cessa di esistere e rimangono soltanto i perdenti. Riconoscere questa realtà, superare la propaganda e prefiggersi come unica strada il ripristino della diplomazia e della convivenza pacifica su scala globale non è una scelta politica, ma una necessità primaria per la sopravvivenza della specie umana.
Non basta domandarsi se si tratta di uno scenario possibile limitandosi a rigettarlo per quieto vivere. È sempre più necessario ed urgente un movimento dei popoli contro il sistema di guerra; non lasciarli fare ed adoperarsi per limitare e possibilmente rimuovere totalmente l’inaccettabile rischio.