I limiti del neoliberismo autoritario russo

dal blog https://jacobinitalia.it

Jeremy Morris 27 Agosto 2026

Gli attacchi ucraini contro le infrastrutture petrolifere e contro il rivenditore online Wildberries stanno sconvolgendo il senso di normalità della classe media russa. Le iniziative per intensificare la coscrizione militare potrebbero spingere il sistema al punto di rottura e produrre una resistenza popolare

Mentre le forze russe attaccano ogni notte le città ucraine con missili a lungo raggio – uccidendo un numero crescente di civili da quando sono stati ridotti gli aiuti militari statunitensi a Kiev – quest’anno l’Ucraina ha intensificato la propria campagna a lungo raggio contro la Russia.

I droni hanno preso di mira due tipi di infrastrutture importanti per il senso di normalità dei russi: i centri logistici di Wildberries, un marketplace online in stile Amazon che rappresenta la più grande rete di distribuzione merci in Russia, e, forse ancora più importanti, le raffinerie di benzina e gasolio, che sembrano essere obiettivi relativamente facili e un anello debole nell’economia nazionale nel suo complesso.

Al di là del campo di battaglia, le reazioni all’interno della società russa sono cruciali per le possibilità del Cremlino di proseguire lo sforzo bellico. Sembra sempre più probabile che, dopo un’altra sessione di elezioni parlamentari truccate a settembre, si tenterà una nuova forma di mobilitazione militare obbligatoria. Una politica simile era stata brevemente sperimentata alla fine del 2022, ma si rivelò presto un fallimento politico e fu abbandonata in favore del pagamento di mercenari.

Quest’ultimo approccio, tuttavia, sembra ora aver raggiunto i suoi limiti, dopo aver esaurito le riserve di potenziali reclute sia tra le minoranze etniche che tra i russi residenti nelle regioni svantaggiate.

Cresce già la stanchezza e il malcontento per l’enorme costo umano della guerra e per i suoi nefasti effetti sull’economia. Come se il grave declino demografico non fosse già abbastanza, la ripresa del tema, politicamente tabù, della coscrizione militare porterà, se non a una vera e propria crisi politica, quantomeno a un clima ancora più febbrile di paura e desiderio di cambiamento. Ciò che ancora non sappiamo è quale sarà la consistenza di questo momento politico.

Potrebbe essere «caldo» e pungente come le dolorose mobilitazioni di massa della fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta, oppure potrebbe essere, come a volte è accaduto alla parte della società civile che ha coraggiosamente resistito alla deriva autoritaria alla fine degli anni 2000, come guadare nella sabbia inseguiti da un’orda implacabile.

In questo risiede un punto più profondo riguardo al modo in cui comprendiamo la Russia. Mentre ci avviciniamo a questa congiuntura di forze sociali, geopolitiche ed economiche, gran parte di ciò che non sappiamo deriva dalla ristrettezza e dalla superficialità con cui spesso interpretiamo la società russa.

Punti ciechi

Uno dei principali punti ciechi nei commenti degli esperti deriva dallo sguardo conformista sulla natura della società russa: essa viene essenzializzata come passiva, atomizzata e in gran parte remissiva. Raramente le legioni di osservatori da poltrona vanno oltre tale caricatura, perché si affidano a un ecosistema di consenso d’opinione basato sulla misurazione, a sua volta incorporato, sia pure in parte, nella gestione dei media da parte del putinismo.

I sondaggisti presentano ai russi la formulazione corretta: «La condotta delle forze armate in Ucraina: la approvate?». E puntualmente si ottiene una maggioranza favorevole. Tuttavia, anche secondo i loro stessi criteri, iniziano a emergere delle crepe, come dimostra un recente sondaggio che ha rilevato che solo il 30% è favorevole alla continuazione della guerra, persino all’interno di un campione palesemente autoselezionato di cittadini perlopiù lealisti disposti a invitare un sondaggista a casa propria.

Sondaggi d’opinione e interpretazione del dibattito delle élite: questo è il limite dell’attuale «cremlinologia». C’è una forte avversione per i dati sul campo e per gli esperti del settore, in parte a causa del declino delle competenze specifiche negli Stati uniti. Di conseguenza, il senso comune sulla Russia, incentrato su Washington, è egemonico.

Tra giugno e luglio, due autorevoli think tank, Carnegie e Kennan, hanno entrambi pubblicato versioni discutibili di un’argomentazione su un rinnovato effetto di solidarietà nazionale in risposta al drastico cambiamento degli attacchi in Ucraina.

Per me, in quanto uno degli ultimi antropologi di una generazione che studia la politica dal basso, c’è un preoccupante orientamento conformista attorno all’idea che i russi siano entusiasti della guerra e dei suoi obiettivi, anche se è ormai impossibile ignorare i costi interni alla Russia stessa. Parlando con qualsiasi gruppo di persone comuni, è chiaro che la grande maggioranza vuole che la guerra finisca ora, a qualsiasi condizione che non preveda il pagamento di riparazioni.

Ma le argomentazioni sul sentimento pubblico non fanno altro che rafforzare la sensazione che non siamo nemmeno in grado di articolare un linguaggio che faciliti una discussione sulla crisi a lungo termine in Russia, di cui la guerra è solo un sintomo.

L’invasione dell’Ucraina non rappresenta una deviazione dalla normalità del putinismo, bensì il culmine morboso di una crisi socioeconomica intrinseca al governo neoliberista autoritario. Per oltre due decenni, il regime ha operato come una distillazione di potere sfrenato, intento ad accumulare rendite economiche, a favorire la proprietà a pochi privilegiati e a consolidare una rete di clientelismo.

Tutto ciò mentre impoveriva lo stato sociale: un sistema che osservatori acuti come Nick Trickett lo hanno definito un «impero dell’austerità». Una delle ragioni del catastrofico esito della decisione dell’élite della sicurezza di entrare in guerra risiede nel fatto che questa stessa élite non è riuscita a comprendere quanto la società russa si fosse indebolita a causa di un sistematico rifiuto di investire nei beni pubblici al di là del minimo indispensabile per mitigare le crisi immediate.

Questa guerra è il risultato putrescente di un sistema che ha a lungo privilegiato la protezione di una piccola élite rapace rispetto alla sopravvivenza stessa della popolazione.

Come sostengo nel mio recente libro sulla guerra e le sue cause meno immediate, la Russia è diventata un laboratorio all’avanguardia per la produzione di povertà e l’imposizione della razionalità neoliberista, un modello ora ammirato soprattutto da una schiera di capitalisti e politici nell’orbita di Donald Trump e non solo.

A differenza delle caricature diffuse dai media occidentali, lo Stato russo non è un ritorno alla pianificazione sovietica. Piuttosto, promuove soggettività orientate al mercato in cui l’individuo è costretto a diventare un contendente in un incubo di riproduzione sociale, in un’atmosfera di cinismo e disprezzo per il costo umano.

Questo sistema ha depoliticizzato con successo la disuguaglianza sociale, inquadrando il divario tra vincitori e vinti come una questione di fallimento personale piuttosto che di espropriazione strutturale.

La legittimità del putinismo si è fondata su un patto sociale svuotato di significato: lo Stato offre la facciata di una comoda cultura consumistica, simboleggiata dal mondo del capitalismo delle piattaforme e da marchi onnipresenti come Wildberries, in cambio di passività politica. Eppure, questa comodità maschera un brutale darwinismo socioeconomico in cui i rappresentanti dell’élite e del governo, compresi coloro che hanno supervisionato la deindustrializzazione del paese, il furto legalizzato delle sue risorse rimanenti e la riduzione in povertà di decine di milioni di persone negli anni Novanta, amano sbandierare la presunta mentalità bovina innata dei russi.

Vengono definiti mangiatori senza cervello di cibo grezzo, assuefatti alla sofferenza e alle privazioni, che si aspettano elemosine e uno Stato paternalista senza comprendere che «l’uomo è lupo per l’uomo», come dice il proverbio, e che il governo «non deve nulla». Dalla crisi finanziaria del 2008, i russi hanno dovuto affrontare una delle peggiori stagnazioni del reddito tra i paesi sviluppati e una concentrazione di ricchezza significativamente più elevata rispetto a Stati uniti e Cina.

Il putinismo ha risposto a questo declino di lungo periodo non reinvestendo le sue ricchezze petrolchimiche, bensì con una «guerra culturale» neoconservatrice contro il «permissivismo» occidentale, usando la «democrazia sovrana» come scudo per proteggere i guadagni illeciti di un’élite dello stato di sicurezza.

Spesso gli osservatori si affidano a una traduzione approssimativa, proveniente da un contesto culturale e storico molto diverso – gli Stati uniti dopo l’11 settembre e una narrazione di solidarietà nazionale – per spiegare quella che sembra essere la mancanza di resistenza dei russi alla guerra, o persino di entusiasmo per essa. Al contrario, preferisco pensare in termini di consolidamento difensivo.

I russi non si sono «uniti» in un fervore patriottico; piuttosto, si sono rifugiati in narrazioni rassicuranti di accerchiamento e pericolo per la civiltà, alcune delle quali in linea con la propaganda, altre no. Lo fanno per gestire sia il trauma socioeconomico a lungo termine sia un senso di impotenza esacerbato dalla guerra e dalle tensioni che ne derivano.

Dopo l’invasione del 2022, molti si sono schierati a sostegno delle autorità putiniane per una disperata speranza inespressa: che la guerra avrebbe finalmente spezzato il triste patto neoliberista e costretto lo Stato a tornare a un progetto collettivista più prosociale, che ricordasse le garanzie sociali dell’era sovietica.

Keynesismo militare?

Tuttavia, questa speranza di uno Stato più protettivo si è rivelata illusoria. Il «keynesismo militare» sbandierato sia dal Cremlino che da certi settori della sinistra, i quali sostengono che le classi lavoratrici stiano «traendo vantaggio» dall’economia di guerra, è una fantasia. Sebbene si sia registrata una crescita di breve durata dei redditi reali, con un picco nel 2024, questo «effetto moltiplicatore» è stato geograficamente circoscritto ed è già stato divorato dall’inflazione, dal conseguente massiccio aumento dei tassi bancari e dai limiti invalicabili di un’economia afflitta dalla mancanza di investimenti.

L’«ascensore sociale» del denaro di guerra sta raggiungendo il suo limite e il potere strutturale dei lavoratori rimane soffocato da un quadro giuridico che rende quasi impossibile la difesa dei loro diritti.

Il vero crollo dell’era Putin non risiederà nel sogno di un soggetto rivoluzionario e democratizzante, incarnato da Alexei Navalny fino al suo assassinio per mano dello Stato. L’investimento emotivo dell’Occidente, dei liberali russi e degli opinionisti in figure come Navalny ha portato a una miopia analitica.

Piuttosto che il leader intelligente e carismatico di cui Forbes ha parlato quindici volte tra il suo arresto nel 2021 e la sua morte nel 2024, una figura ben più probabile a sfruttare una futura crisi, o addirittura a provocarla, sarà un personaggio composito che incarna caratteristiche più simili agli anni Novanta: un politico di stampo maoista proveniente dall’attuale élite della sicurezza, che promette di risolvere la contraddizione tra l’enorme ricchezza dell’élite e l’insicurezza quotidiana.

Questo perché la realtà della crescente disuguaglianza, unita all’austerità e all’incapacità dello Stato di garantire bisogni umani fondamentali come un’assistenza sanitaria adeguata, rimane per i russi più «reale» della guerra stessa. Nonostante la retorica «keynesiana militare», la disuguaglianza misurabile rimane più marcata che mai, con l’1% più ricco che detiene il 70% di tutte le risorse.

La Russia rappresenta un’eccezione tra i paesi con un elevato indice di sviluppo umano, con il 10% della popolazione che percepisce la metà di tutto il reddito e il 96% dei risparmiatori che ha risparmi irrisori. Il sistema fiscale è un capolavoro di redistribuzione regressiva. Lo Stato finanzia la guerra attraverso imposte sulle vendite e tasse tanto quanto attraverso la vendita di petrolio e gas.

Queste imposte gravano in modo sproporzionato sui poveri, mentre una tanto decantata imposta fissa sul reddito garantisce che persino chi vive in estrema povertà paghi un onere relativo maggiore rispetto a chi possiede beni. Non esiste un’imposta patrimoniale e l’imposta di successione è stata abolita quasi vent’anni fa per contribuire a proteggere il trasferimento di ricchezza all’interno della plutocrazia.

È in questo contesto che dobbiamo inquadrare i recenti attacchi alle infrastrutture di Wildberries. Questi attacchi colpiscono al cuore la comoda cultura del consumo che si è sostituita alla legittimità politica tra la classe media urbana. Quando questi hub logistici vengono presi di mira, si sgretola l’ultima maschera del patto neoliberista. Il putinismo non può garantire la sicurezza, non può garantire la mobilità sociale e ora non può più assicurare quell’economia del consumo senza attriti costruita sulle spalle di una forza lavoro sfruttata e microproletarizzata.

Condizioni di protesta

Periodi di ordine politico apparentemente immutabile hanno spesso visto crescere riserve di malcontento popolare che emergono inaspettatamente quando i metodi esistenti per adattarsi al sistema falliscono. Caterina II dovette affrontare enormi rivolte contadine nonostante presiedesse uno degli Stati imperiali più potenti d’Europa. Le rivoluzioni del 1905 e del 1917 scoppiarono in società a lungo considerate politicamente pacificate.

Il massacro di Novocherkassk del 1962 ricordò alle autorità sovietiche che i lavoratori erano ancora capaci di una resistenza collettiva apparentemente spontanea, nonostante le estese brutalità. Gli scioperi dei minatori di carbone del 1989 contribuirono a destabilizzare un sistema che solo pochi anni prima era apparso istituzionalmente inespugnabile.

Più recentemente, le controversie sindacali, le proteste sociali contro la perdita di sussidi e pensioni, le campagne ambientaliste e le mobilitazioni civiche locali contro le demolizioni di case degli anni 2000 e 2010 hanno dimostrato che l’azione collettiva non è mai scomparsa sotto il putinismo; ha semplicemente operato in forme frammentate e localizzate, tipiche di quella che potremmo definire una forma raffinata e relativamente educata di autoritarismo classico.

Prima della guerra, le proteste legate al lavoro avevano raggiunto livelli record, nonostante la repressione legale dei sindacati e, in sostanza, il divieto di azioni sindacali legali. È improbabile che le sole azioni sindacali si trasformino in proteste politiche. Tuttavia, come sostiene il principale ricercatore Pyotr Bizyukov, potrebbero creare le condizioni per l’emergere di altre forme di resistenza politica.

Oggi la resistenza micropolitica è già in fermento, dal sabotaggio degli uffici di leva militare agli attivisti online che mostrano alla gente come evitare la mobilitazione. In effetti, è difficile tenere traccia dei numerosi gruppi che continuano a organizzarsi, seppur clandestinamente, online o all’estero.

Come sostengo nel mio libro, il ricordo di una «comunità» orientata al futuro (in russo: obshchnost ) e l’ideale di una società post-capitalista realizzabile, seppur imperfetta, che garantisca beni pubblici a tutti per la sopravvivenza, rappresentano un duraturo ostacolo politico alla retorica in gran parte vuota del regime e alla sua incapacità di offrire ai russi prospettive migliori.

Anche Vladimir Putin sembra essersi confrontato con questo fatto di recente, quando gli è stata posta una domanda «sbalorditiva» sui ruoli positivi che i russi potranno ricoprire dopo la guerra. È apparso chiaramente sorpreso, di fronte all’eterna domanda russa: «cosa si deve fare?», postagli da una persona comune. Ha interpretato la domanda come un’espressione del bisogno delle persone di sentirsi parte di una «grande causa».

Mentre il paese entra in un periodo di stagflazione e le illusioni dell’economia di guerra si dissolvono, il rifiuto dello Stato di riconoscere che il suo scopo principale è garantire la riproduzione sociale del suo popolo potrebbe finalmente raggiungere il limite storico della pazienza dei russi. Nel suo grande laboratorio di espropriazione, sfruttamento e ora smaltimento sul campo di battaglia, l’avanguardia del neoliberismo autoritario ha a lungo trattato i russi comuni come scarti biopolitici.

Ora, a quattro anni dall’inizio di una guerra che nemmeno i leader russi riescono più a spiegare, questa élite si trova a poter affrontare uno scontro più duro con questo stesso popolo.

*Jeremy Morris è professore di studi globali all’Università di Aarhus, in Danimarca. È autore di Everyday Politics in Russia e di numerosi altri libri e articoli sulla trasformazione sociale e politica negli ex stati socialisti

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