Dal blog https://www.lafionda.org
28 Ago , 2026|Alessio Mannino
Nota di redaz di G.G. “mi pare un articolo critico da prendere in considerazione , rimane a mio giudizio un elemento importante : il Dibba non è mai stato un organizzatore e non ha una equipe conosciuta che potrebbe aiutarlo nel creare il famoso partito incomodo, poiche questi articoli sono di opinione, ma per sfondare il sistema serve molto l’organizzazione e la capacità di mettere insieme progetti e persone ed è una necessità concreta non a parole anche per chi è un buon comunicatore. Conte ha trascinato sin qui i suoi dentro una gabbia senza via d’uscita che non questo destrorso PD, non vedo la fine del tunnel”
Non sono d’accordo con Giulio Di Donato quando sembra dare ancora credibilità al Movimento 5 Stelle, coinvolgendolo in scenari che dovrebbero riguardare la “partita dell’alternativa”. Un’alternativa non può più passare da un soggetto come Giuseppe Conte il Trasformista. Breve promemoria. Insediatosi con l’avallo di Grillo in uno dei due campi del sistema, il centrosinistra (governo Conte II con il Pd), il M5S è poi riuscito a fare anche peggio, entrando nella maggioranza trasversale che ha issato a Palazzo Chigi il noto rivoluzionario Mario Draghi.
Dopodiché, sganciatosi appena in tempo per non finire triturato dal draghismo, ha rotto con il fondatore, che nonostante i madornali errori strategici rappresentava pur sempre l’esile filo che collegava gli ormai ex grillini all’originaria, confusa, ma vitale carica di rottura.
Il Movimento si è così tramutato nel partito di Conte, perdendo quella discutibile, ma comunque feconda dialettica fra base e vertici che aveva contraddistinto lo strano mix di dittatura in alto e anarchia in basso del grillo-casaleggismo d’antan. È diventato, insomma, una fra le varie sigle personalistiche e verticistiche a cui ci ha abituati la politica-spettacolo italiana (con buona pace delle tecnologie di voto interne, foglie di fico già ai tempi della piattaforma Rousseau).
L’avvocato pugliese, che agli esordi suscitava simpatia poiché richiamava vagamente la “cuoca di Lenin”, il carneade che diventa capo del governo, si è fatto bravo nell’arte del galleggiamento, spostandosi con posizionamenti tattici per non impantanarsi nell’imbuto di ciò che sta a sinistra del Partito Democratico.
Ultima mossa in questo senso, dal suo punto di vista azzeccatissima quanto a tempi e contenuto, la denuncia della cultura woke. Una palla alla colta al balzo su assist d’oltreoceano, funzionale a intestarsi la primogenitura sul ritorno alla centralità dei diritti sociali rispetto alle battaglie minoritarie su genere, linguaggio, eccetera.
Purtroppo per gli speranzosi, anche dovesse egemonizzare, come si usa dire, il “campo largo”, è sempre con l’irrecuperabile Pd che il compagno Conte rimarrà costretto a formare una coalizione. E siamo tutti abbastanza grandicelli per aver capito che, quando le alleanze si definiscono sull’asse destra-sinistra, si può mettere la mano sul fuoco che non faranno che replicare i soliti compromessi al ribasso che ci hanno portati dove siamo ora.
E cioè al governo più a destra della storia repubblicana. L’unica eccezione positiva è stata, con tutti i difetti e le contraddizioni, e proprio in virtù di tali difetti e contraddizioni, il governo Conte I, che nell’associare due forze, M5S e Lega, in uno schema inedito e irregolare ha prodotto le cose migliori, anche se perfettibili, dell’ultimo decennio: il reddito di cittadinanza e il decreto dignità (sì, d’accordo, anche il decreto Salvini sull’immigrazione, ma il predecessore piddino, Marco Minniti, non si era mostrato molto più umano, e non ci sovviene quando il centrosinistra ha abrogato la legge Bossi-Fini, datata 2002 e tuttora vigente).
Dato a Giuseppi quel che è di Giuseppi, veniamo alla parte più interessante della riflessione di Giulio: la questione Dibba.
Come chi scrive ha già avuto modo di sottolineare proprio qui sulla Fionda, fuori dal recinto di destra e sinistra Alessandro Di Battista è l’unico con la phisique du role adeguata a radunare attorno al proprio profilo di battitore libero un seguito politico ed elettorale in grado, detta senza perifrasi, di sfondare la soglia di sbarramento del 3% per le singole liste.
Ora, il primo ostacolo formale per chi voglia presentarsi con una nuova formazione è molto pratico, e consiste nell’obbligo di raccogliere oltre 100 mila firme.
O altrimenti, prassi ampiamente consolidata presso outsider privi di sufficiente militanza territoriale, contare su qualche gruppo già presente in parlamento, candidandosi col quale si ottiene l’esonero dalla faticaccia di organizzare banchetti con penna e moduli in ogni collegio. Il secondo ostacolo (di forma ma anche di sostanza, nel senso che investe direttamente l’indirizzo politico di un’eventuale corsa), è naturalmente costituito dall’alchimia tecnica prevista dalla legge elettorale: quanto proporzionale, quanto premio di maggioranza, preferenze o no in scheda, alternanza uomo-donna, e così via.
Fisiologico che Di Battista, come del resto tutti, debba fare i suoi conti su questi due aspetti dirimenti. Qua l’interrogativo è: le due campagne referendarie dell’associazione da lui fondata, Schierarsi, prima su Palestina libero Stato e poi contro i finanziamenti pubblici ai giornali, si sono rivelate abbastanza mobilitanti per schierare lungo tutta la penisola un numero di attivisti tale da avere la certezza di superare il primo tornante, quello delle firme? E in base a quali criteri selezionare i candidati, posto che si possa fare una selezione?
Quanto al secondo corno del problema, ovvero la collocazione nella scacchiera del voto, il nodo da sciogliere è piuttosto semplice, in teoria: prendere o meno in considerazione l’ipotesi di un’intesa con il Movimento 5 Stelle (mai attaccato da Di Battista), aggirando così lo scoglio dello sbarramento.
Ma – e qui casca l’asino – ritrovandosi poi instradato in direzione centrosinistra. Perché per quanto Conte si premuri di rigettare l’etichetta, il suo M5S non veleggia più su consensi da primo e neanche da secondo partito, e pertanto non ha le carte per porsi in diagonale nei confronti dei due poli. Deve stare per forza a sinistra (come d’altronde è a Bruxelles, dove i 5 Stelle fanno parte del raggruppamento denominato Left).
In conclusione, un flirt elettoralistico con Conte può rivelarsi il bacio della morte, per il mondo che guarda a Di Battista e a Schierarsi per lanciare nelle Camere la pattuglia di guastatori di cui abbiamo bisogno. A meno che, lo diciamo sottovoce, si trovi il modo di sfruttare la “volpe delle Murgie”, il fin troppo furbo Conte, come un taxi per poi, una volta preso posto sui banchi parlamentari, scaricarlo e riprendere il cammino in totale spregiudicatezza e autonomia (ricorrendo, per ironia, all’assenza di quel famoso vincolo di mandato che Gianroberto Casaleggio, per altro condivisibilmente in linea di principio, voleva abolire).
Tuttavia, a mio personalissimo giudizio – di uno cioè che due anni fa, detto per onestà, si iscrisse a Schierarsi per poi lasciar perdere, accortomi di non essere tagliato per la politica, non questa almeno, ma solo per il giornalismo – se Di Battista decidesse di passare il Rubicone e gettarsi nella mischia, l’operazione avrebbe senso solo e soltanto se messa in pratica rivolgendosi alla sterminata platea degli astensionisti, in contrapposizione a entrambi gli schieramenti, da cane sciolto qual è.
Certo, non ci si può nascondere che il bacino potenziale di elettori si situerebbe in chi ha una sensibilità contigua all’area attualmente presidiata dal M5S (e da Avs). Ma quive si parrà, se c’è, la nobilitate del nostro: nello scavalcare in radicalità e slancio d’immaginazione i finti radicalismi dei parolai “progressisti”.
La credibilità, costruita su una inattaccabile coerenza, ce l’ha. Da definire, ancora – e beninteso non solo a lui – è il personale politico all’altezza, una visione programmatica di spessore culturale, e forse, se si anticipassero le urne anziché andare all’autunno dell’anno prossimo, anche il tempo.
Di: Alessio Mannino